Parlando del film “Diamanti”, con Jasmine Trinca e Ferzan Özpetek

Esce in Francia il 21 gennaio il film DIAMANTI, di Ferzan Özpetek. È un film di taglio popolare, di grande successo in Italia; un omaggio al mondo femminile e ai grandi costumi della storia del cinema. È dedicato dal regista a tre splendide attrici: Mariangela Melato, Virna Lisi e Monica Vitti. La storia comincia con un regista che chiama a raccolta un gruppo di attrici a cui è legato, per un film su una sartoria che fa costumi per cinema e teatro. Da lì parte un viaggio nell’Italia della metà degli anni Settanta, in una comunità femminile viva e appassionata. Al centro della storia, due sorelle molto diverse: Alberta (Luisa Ranieri), autoritaria e determinata, e Gabriella (Jasmine Trinca), mite e dolorosa. Attorno a loro, i personaggi interpretati da Sara Bosi, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Elena Sofia Ricci, Carla Signoris, Mara Venier, Milena Vukotic (bravissima come sempre) e altre ancora (e c’è persino qualche uomo: Stefano Accorsi, Luca Barbaross, e Özpetek che interpreta se stesso).

Ne abbiamo parlato con l’attrice Jasmine Trinca e il regista Ferzan Özpetek di passaggio a Parigi per presentare il film in anteprima. Grazie al distributore Destiny Films e a Sophie Bataille, adetta stampa,  per l’organizzazione degli incontri.

 Presentazione del film e sinossi in francese + trailer cliccando qui

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Incontro con Ferzan Özpetek

Ferzan Özpetek a Parigi in compagnia di Maurizio Puppo per Altritaliani

  

Altritaliani: Diamanti si svolge in una sartoria.

Ferzan Özpetek: Erano dieci anni che volevo fare un film sulle donne, con le mie attrici. Mi dicevo, in che ambiente posso metterle? Non mi andava di metterle in un salone di bellezza. In passato ho fatto sedici anni di aiuto regia, e spesso andavo nelle sartorie ad accompagnare attori, attrici, registi. Ero molto amico delle sarte. È stato fondamentale perché mi ha permesso di incontrare grandissimi costumisti, che magari avevano vinto dei premi Oscar. Tra questi il più grande per me è stato Piero Tosi, con cui poi c’è stata un’amicizia durata tanti anni, finché ha retto. Poi per me il suo posto, come persona ideale per lo scambio di idee, come punto di riferimento, è stato preso da Mina.

E la sartoria è stata un luogo importante per te.

Quanto sia stata importante per me la sartoria l’ho capito dopo, quando ho cominciato a fare i miei film: mi ha insegnato quanto contano i dettagli, il colore, la luce. Tante volte avevo visto questi grandi costumisti urlare tenendo una stoffa verso la luce, dicendo che non era il colore che volevano. Ce n’era una che aveva chiesto di bruciacchiare un po’ il vestito. La sarta aveva provato a farlo e la costumista le aveva detto: ma non si fa così! Allora lo aveva fatto lei con il fuoco più alto e aveva bruciato tutto. E io ridevo. Situazioni molto strane. Sembravano matti ma erano dei geni. Allora ho detto, vado a raccontare una storia di questo tipo. Di donne messe assieme che raccontano le storie delle loro vite.

I costumi del tuo film sono anche un viaggio nella storia del cinema.

Ci sono i costumi veri dei film di Visconti, Ludwig e Il gattopardo. Abbiamo tanti vestiti dei film di Pasolini: il Decameron, Medea. Ho girato una scena in cui se ne parlava esplicitamente, si citavano i film, ma poi l’ho tagliata. Le sarte lo sanno già, che costume è; se lo dicono, si capisce che lo fanno per il pubblico e tutto diventa finto. Mi sono detto, limitiamoci a farli vedere, i costumi; e chi lo capisce, capisce.

Nel cinema, l’abito fa il monaco?

Sì. Anni fa, Mel Gibson faceva il film Amleto di Zeffirelli. Il costumista, Maurizio Millenotti, gli aveva fatto indossare la biancheria d’epoca: magliette, mutandoni. Mel Gibson gli ha chiesto, ma perché? Perché il personaggio si deve sentire una cosa sola, tutt’assieme, gli ha risposto Millenotti. Questa cosa fece molto piacere a Mel Gibson, che è un uomo intelligente, attento alle cose.

Al centro della storia di Diamanti ci sono due sorelle.

È un tema ricorrente per me. Ne ho parlato anche nel film Il bagno turco, o nel libro Come un respiro. Mi interessa molto il rapporto tra madre e figlia o tra due sorelle.

Foto di Stefania Casellato. Ferzan Ospeteck e le due sorelle del film: Luisa Ranieri e Jasmine Trinca

Il film è dedicato a una meravigliosa trinità di attrici: la prima è Mariangela Melato.

Il mio primo film, Bagno turco, ebbe successo dappertutto, anche in Francia grazie al festival di Cannes, e mi aprì le porte del mondo. Mi fu detto che Mariangela Melato voleva parlarmi. La incontrai, e mi disse: vorrei fare un film con te, quando ci sarà l’occasione chiamami. Mi fece molto piacere. Era il 1997, o il 1998. Poi feci altri film, senza di lei, e infine la chiamai per Magnifica presenza, per il ruolo che poi è stato interpretato da Margherita Buy. E la Melato mi disse: mi dispiace molto, non mi hai mai chiamato in questi anni, ma è troppo tardi, sto morendo. Aveva il cancro al pancreas.

Te lo ha detto così?

In realtà mi ha detto soltanto: è troppo tardi. Allora io poi mi sono ripetuto, ma quanto sono cretino, ma perché non ho mai fatto qualcosa con lei.

Poi c’è Virna Lisi.

Fu in occasione del mio film Le fate ignoranti. Un film che mi ha rovinato la carriera in Francia, perché lo hanno fatto uscire con un titolo orrendo, Tableau de famille e un manifesto altrettanto orrendo, che sembrava un quadro dorato con dei peperoncini sopra. E così i francesi mi hanno preso per un regista di quart’ordine. Mi è dispiaciuto molto. Quel film invece in Italia e altrove fu apprezzato, considerato una novità. Virna Lisi disse che in Italia c’era un regista che dirigeva gli attori al livello di Patrice Chéreau. Cosa che mi fece molto piacere. Allora la chiamai per ringraziarla. Abbiamo detto che ci avrebbe fatto piacere lavorare assieme e allora l’ho chiamata per il ruolo della nonna del film Mine vaganti. Alla fine però ho preso Ilaria Occhini, che mi sembrava più adatta al ruolo. Con Virna Lisi ci siamo detti: pazienza, faremo un’altra cosa. Poi invece lei ha avuto quel che ha avuto e un film con me non ha mai potuto farlo.

La terza è Monica Vitti.

Quando ho fatto Il Bagno turco, ho vinto il Globo d’oro e  l’ho incontrata a Cinecittà. Mi ha fatto i complimenti e se ne è andata. Io ho pensato, accidenti, avrei voluto che mi dicesse qualcos’altro. Lei a quel punto è tornata indietro come se avesse sentito e mi ha detto: guardi, questo è il primo, ma lei farà tanti altri bei film. Poi anche lei ha avuto quel che ha avuto. Queste tre attrici sono rimaste dentro di me.

Tre incontri mancati. C’è materia per un film.

Non si sa mai. È quello che dico alla fine di Diamanti : magari faremo un film nell’aldilà, se c’è.

Nel film c’è la presenza del dolore, la figlia persa da Gabriella, la sorella “fragile”. Come è il tuo rapporto con il dolore?

Mio fratello era in ospedale in Turchia, malato di cancro. Sono andato a trovarlo. Era sulla sedia a rotelle, allora l’ho portato a fare un giro fuori. Ho mandato un messaggio a Mina per dirglielo e lei mi ha risposto: ma sei sicuro che lui sia contento?

C’è una scena simile in Fin de partie di Beckett. Un ricoverato in manicomio viene portato alla finestra e si ritrae spaventato: “aveva visto solo ceneri”.

Infatti mio fratello non era contento di vedere il mondo di fuori. Mina aveva ragione. Pochi giorni dopo è morto.

Tu segui molto i consigli di Mina. Non solo nel caso della visita a tuo fratello.

Anche su questo film Mina è stata essenziale. Come titolo avevo scelto “Mezza verità”, perché volevo mostrare che gli attori sono una cosa e i personaggi un’altra: ognuno di loro è una mezza verità.  Ma lei mi ha detto che non andava bene, che lei un film con quel titolo non sarebbe andata a vederlo. Allora le ho detto che nel film si parlava del colore “diamante rosa”, e da lì è venuto il titoilo “Diamanti”. E poi io non volevo fare l’attore nel film, interpretare il ruolo di regista. Poi lei mi ha convinto invece a farlo. Perché sono io che faccio i film in quel modo lì. Non volevo farlo, ma anche in questo caso aveva ragione lei.

Tu sei nato e cresciuto in Turchia.

Ero di una famiglia molto benestante. A diciassette anni, dovevo andare a studiare in America e invece ho scelto di venire in Italia. Non so per quale motivo. Mi piacevano molti film italiani, ma questo non basta per andare in un paese. Quando arrivai in Italia, subito dopo il liceo, dopo sei mesi parlavo meglio di adesso in italiano, perché a quell’età stai più attento alle cose che impari. Non si capiva che ero straniero, non avevo nessun tipo di accento. Mi ricordo questa insegnante: io registravo, lei ascoltava e mi diceva che pronunciavo le cose in modo perfetto. Sono sempre rimasto innamorato dell’Italia di quel periodo, che mi manca molto. E mi manca molto anche la Turchia di quel periodo.

Nel film si parla di un fantomatico ingegnere turco.

Quando ero giovane, avevo avuto una storia proprio con un ingegnere turco. Uno di quelli che poi hanno una vita di facciata, con moglie e figli. Mi divertiva mettere un riferimento a quella storia nel film.

Sogni in italiano o in turco?

Tutto in italiano, oggi. Dopo quarantanove anni, fai tutto in italiano. Quando torno in Turchia ho grande nostalgia della mia gioventù turca, quando rientro in Italia ho nostalgia della mia gioventù italiana. L’Italia di cui mi sono innamorato non c’è più, come la Turchia. Come la Francia di quando sono venuto qui con il film Il bagno turco. Il mondo è cambiato e si è mischiato. Per quel motivo lì le destre vanno avanti; perché molta gente ha paura di perdere la propria identità.  Io non ho paura di perdere l’identità perché so che il mondo andrà così, tra venti o trent’anni la maggior parte della popolazione sarà di origine straniera e tutti avremo bisogno di quella gente che oggi rifiutiamo. E questo cambiamento non è facile da accettare per le persone che culturalmente non sono pronte. Una ventina di anni fa ero stato colpito da un’insegna “Pizza e kebab”, e avevo detto a un giornalista, “è la fine delle cose”. È giusto che ci sia un negozio di pizza e uno di kebab. Ma mischiarle è sempre un atto delicato, che crea problemi alle persone che non sanno affrontare queste cose.

Chi c’è nel tuo immaginario cinematografico?

Vittorio de Sica. È il regista che più amo in assoluto: il suo dirigere gli attori, il suo modo di fare, l’amalgama con gli attori. Non credo ai festival, ai premi. Tu ricordi chi ha vinto cinque anni fa a Cannes? No, assolutamente. Invece un film che ti piace lo vorresti sempre rivedere. La mia filosofia è la condivisione delle emozioni con il pubblico. Senza pubblico io non sono nessuno. Questo non vuol dire essere commerciali, vuol dire condividere le proprie emozioni. Devi essere popolare. Avere un rapporto intenso con il pubblico. Non parlo di incassi. Quando le persone ti fermano per le strade, lo trovo bellissimo. Dei registi di oggi, mi piace Emin Alper, turco, e Paola Cortellesi. Ho visto l’immagine del suo film, e le ho detto, faccio pubblicità al tuo film anche se non l’ho ancora visto. A scatola chiusa. Ho adorato Guillermo del Toro per come ha fatto Frankenstein. Non perché sia il film ideale della mia vita, ma perché lo ha fatto senza intelligenza artificiale, con i costumi fatti su misura, il trucco. Cose che oggi quasi non esistono più. E lui invece l’ha fatto così. Anche perché se lo poteva permettere.

Grazie da Altritaliani

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Incontro con Jasmine Trinca

Jasmine Trinca a Parigi in compagnia di Maurizio Puppo

Altritaliani: nel film tu sei Gabriella. La sorella “fragile” e pervasa dal dolore.

Jasmine Trinca: Io sono abbastanza misurata. Simpatica ma non autoritaria. Quindi aderisco al personaggio di Gabriella. Lei porta in sé una cosa misteriosa, che all’inizio non capiamo. È come se durante la giornata lei si perdesse. Mentre fa delle cose, il suo sguardo va da un’altra parte, nel luogo del suo dolore, della figlia che ha perso. Mi piace molto raccontare, nelle donne, una presenza fisica e un’assenza che è una presenza in un altrove; essere scissa nel racconto. Cerco di fare un racconto del femminile che non sia stereotipato, che permetta a un certo tipo di donna di esistere nello sguardo dello spettatore: donne imperfette, che diventano memorabili. Da questo punto di vista, il personaggio di Gabriella l’ho proprio sentito mio. Anche perché io sono una che adesso è qui con te ma è anche altrove. È un modo di salvarsi, nella vita.

Diamanti è un film su una comunità di donne, e sulla condizione femminile.

Nelle prime interviste in Italia, spesso veniva chiesto al regista come aveva fatto a lavorare con tante donne tutte assieme.

Una domanda piuttosto scontata.

Questo lavoro è stato un cortocircuito. Sia nella storia raccontata dal film sia nella vita reale, sul set, eravamo un gruppo di donne diverse tra loro, ognuna con la sua temperatura, ma capaci di produrre qualcosa assieme. A me piace giocare con questi livelli. Forse saranno troppi anni in analisi: mi piace trovare dei significati dentro le cose che ci accadono.

Nel cinema, tu porti la tua esperienza con l’analisi.

Mi ci sono proprio spaccata la testa. È un’esperienza che negli anni ha molto cambiato la mia visione delle cose, interessante al di là di quanto se ne abbia davvero bisogno. Quando i miei amici mi raccontano dei sogni, dico: non dovreste farlo, perché ormai ho talmente l’abitudine a leggere l’inconscio che raccontandomeli mi svelate una parte molto intima di voi. Anche il cinema lo uso così. Nel finale del film, e qui parlo da spettatrice,  il regista si ritrova lì con il suo fantasma, quello di Elena Sofia Ricci (che interpreta se stessa, ndr). Io a quella scena do dei significati, rifletto su cosa è fantasticare, fantasmer, come si dice in francese: un regista che proietta il suo desiderio su una creazione che è solo sua, e che per lui rimane intatta anche quando si spengono le luci e tutti se ne vanno. Uso il cinema così.

Chi c’è nel tuo immaginario cinematografico?

Non sono una vera cinéphile. Da bambina, quando mia mamma mi faceva vedere film un po’ più complicati, io dicevo: boh. Ma come reazione epidermica, se devo fare un nome di un regista, è David Lynch. Che è proprio quello: il sogno. O l’incubo. E come attrice, Franca Valeri. Mi sarebbe tanto piaciuto stare in quella nota lì. Invece no, sto in quella di dramma e tragedia.

Hai fatto teatro?

Solo una volta. Ho fatto uno spettacolo di una regista inglese, Katie Mitchell, “La maladie de la mort” (tratto da Marguerite Duras, ndr), di produzione francese. Quando lo spettacolo è stato portato in Italia, ho sostituito l’attrice francese, Irene Jacob; è una mia amica, mi aveva contattata. Ma io non sono capace. Non ho la voce, non ho il corpo. Mi piacerebbe ma mi terrorizza.

Nella tua carriera c’è un fil rouge: molti film che hai fatto raccontano la storia recente d’Italia.

Ho attraversato un pezzo di cinema che provava a raccontare se stesso e la sua storia. La meglio gioventù è una saga costruita da due sceneggiatori, Petraglia e Rulli, che hanno scritto tanti racconti sulla storia dell’Italia. Romanzo criminale ne raccontava una parte più piccola e oscura, quella della banda della Magliana. Mi è sempre piaciuto  il racconto di questo paese. “La meglio gioventù” è stato il caso più significativo perché c’era un intreccio di storie personali. E poi La storia dal libro di Elsa Morante: la vicenda di una donna che nessuno ricorderebbe, una donna del popolo, su cui la guerra si accanisce. Invece le diamo un nome, un cognome e un viso, e la sua storia esiste. È un modo di rendere concreta e violenta l’atrocità della guerra. È un esercizio importante, portare nel concreto il dolore.

Hai una figlia che si chiama Elsa.

Il libro di Elsa Morante, che ho letto da ragazza, ha avuto un grosso impatto su di me. Quando ho cercato un nome per questa figlia, ne volevo uno antico, desueto e che potesse un giorno ricordarle qualcosa di speciale. Ma magari lo ricorderà solo a me.

Il tuo personaggio in Diamanti attraversa il dolore della perdita della figlia.

I dolori, penso di non averli mai superati, ma attraversati sì. E ho la fortuna di poter usare la creatività per farlo. Il mio lavoro è un posto dove posso mettere delle cose, più di altre persone. Di solito quando diventiamo adulti dobbiamo smettere di giocare, di mettere una maschera, di fare finta di stare nella vita di un altro, di avere un amico immaginario. Tutte cose che io invece nel mio lavoro posso continuare a fare. Non so se il dolore si supera, ma mi auguro che si elabori in un altro modo.

Il dolore di Gabriella, nel film, diventa salvifico per il personaggio della sorella “dura”, Alberta.

Alberta viene costretta a ricontattare una parte della sua umanità, che aveva messo da parte.

Diamanti si svolge nel 1974, anno del referendum sul divorzio. Com’è cambiata la condizione femminile in Italia?

Sono un po’ divisa. Non c’è dubbio che siamo tornati indietro rispetto agli anni Settanta, in cui il movimento femminista si era imposto a una società che aveva sempre messo la donna in condizioni di subalternità. Però, quando ho la fortuna di incontrare una giovane ragazza che mi racconta la sua visione del mondo, mi dico che il femminile sta cambiando la percezione di sé. Tutte le ragazze pensano di potercela fare. Ci sono le insicurezze legate alla giovane età, ma la possibilità di sognare è acquisita. Quanto agli uomini, la mentalità di un tempo sembra superata, ma poi ogni tanto accadono delle cose abominevoli. Certi giovani hanno talmente paura della loro frustrazione o della libertà delle donne da poter essere violenti come i peggiori patriarchi di un tempo. Quindi, chissà dove siamo. Non ho una risposta. Ma una speranza sì.

Nel mondo dello spettacolo ci sono stati molti casi legati al #MeToo, alla denuncia di abusi. Personaggi anche celebri si sono trovati sul banco degli accusati.

Io non sono per la distinzione che viene fatta di solito da chi è contro il politicamente corretto: quella tra l’uomo e l’artista. Non credo che gli artisti abbiano un patentino per cui non sono sottoposti al giudizio come gli altri, quello processuale o quello di opinione. Quindi trovo molto difficile accettare che registi o attori anche bravissimi siano celebrati se si sono macchiati di certe cose. E poi l’Italia è un paese in cui se fai una zozzeria magari vieni celebrato. I violenti non vanno mai celebrati.

Diamanti è un film pieno di costumi.

Il costume ha un ruolo decisivo sul mio lavoro. Mi sposta e mi fa entrare nel racconto di un’altra. Per me questo lavoro con l’idea dei costumi e dell’immagine è importantissimo. Mi sembra bello che si sia mostrato non solo chi, come noi attori, si espone con il costume addosso, ma anche chi ci lavora effettivamente. Chi realizza proprio l’atto di fabbricazione di un sogno. È abbastanza raro.

Nel cinema, l’abito fa il monaco?

Sì. E la monaca: io ho fatto anche una suora. Si diventa qualcosa d’altro. Mi diverte molto quella fase del travestimento.

Diamanti è un film popolare.

Ogni volta che siamo andati a presentarlo, ho visto un’accoglienza da stadio. Un po’ è il regista, Özpetek, che muove questa cosa: la gente lo ama. Se vai insieme a tutte le attrici, fanno più festa a lui che a noi. Però non è che io abbia gelosie. Anzi, io ormai mi ritirerei. Vediamo.

Volevi fare l’archeologa.

Volevo, sì. Dici che potrei ricominciare?

In realtà, analisi e cinema sono due forme di archeologia: dell’inconscio e dell’immaginario.

È vero che queste cose sono legate. Sono tutte una forma di scavo. Un attraversamento, un approfondimento. Mi piace questo tuo pensiero.

Grazie da Altritaliani.

Trailer del film 

INTERVISTE A CURA DI MAURIZIO PUPPO 
Parigi, 8 gennaio 2026

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Maurizio Puppo
Maurizio Puppo, nato a Genova nel 1965, dal 2001 vive a Parigi, dove ha due figlie. Laureato in Lettere, lavora come dirigente d’azienda e dal 2016 è stato presidente del Circolo del Partito Democratico e dell'Associazione Democratici Parigi. Ha pubblicato libri di narrativa ("Un poeta in fabbrica"), storia dello sport ("Bandiere blucerchiate", "Il grande Torino" con altri autori, etc.) e curato libri di poesia per Newton Compton, Fratelli Frilli Editori, Absolutely Free, Liberodiscrivere Edizioni. E' editorialista di questo portale dal 2013 (Le pillole di Puppo).

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