C’è un luogo pieno di morti, e non è il cimitero. Sono le reti sociali. In particolare quella che a me (nessuno si senta offeso) appare la più stolidamente cretina di tutte: quel girone infernale chiamato LinkedIn.
LinkedIn è una rete sociale di successo, con circa 850 milioni di utenti (quasi due volte e mezzo la popolazione degli Stati Uniti). È concepita per le relazioni lavorative, per promuovere la propria immagine professionale, per “fare rete” come si dice. A me sembra un universo concentrazionario, i cui prigionieri sono obbligati a mostrarsi pervasi da un perenne, finto entusiasmo. Gli utilizzatori sono continuamente sollecitati dal «sistema» a congratularsi tra loro: nel mondo di LinkedIn ci si complimenta sempre.
Se mi interesso a Linkedin, è perché mi pare una cartina tornasole, un rivelatore, uno spaccato di quello che il mondo sta diventando, o forse è già: il frutto della convergenza tra il tecno-capitalismo, uno sfrenato materialismo consumistico, e le tendenze totalitarie, promosse anche attraverso il controllo delle reti sociali e dell’intelligenza artificiale. Linkedin è un luogo in cui l’attitudine alla retorica magniloquente, simile a quella dei sistemi totalitari di ogni fede o colore, si sposa con l’esaltazione dell’individualismo arrivista; in cui ogni persona deve incessantemente promuovere se stesso come una merce, mettersi entusiasticamente in vendita al miglior offerente. Ognuno, nel pianeta LinkedIn, diventa non l’imprenditore (come si diceva un po’ di tempo fa) ma il pubblicitario di se stesso.

LinkedIn è un mondo in cui non esistono più (sono soppressi, banditi, esiliati) la misura, la malinconia, il realismo, la sobrietà, la modestia, la mitezza, e persino la possibilità di essere tristi e infelici, che pure è così preziosa e propria all’essere umano.
Tutto, lì dentro, è spacciato come eternamente e ugualmente meraviglioso. Solo l’euforia vi è ammessa. Persino l’insuccesso è promosso a trionfo: non si è più disoccupati ma «disponibili a nuove opportunità», non si è più reduci da una disavventura o una delusione ma adepti della “resilienza”. A chi è a terra, percosso, si chiede di rialzarsi subito, sorridere entusiasta e balzare per rimettersi subito a correre. I picchiatori fascisti, quando venivano feriti, scrivevano sulle bende: “me ne frego!”. Gli utenti di Linkedin dicono: “non è un problema, è un’opportunità!”. Il fondo è identico.
Lì sopra, ho trovato mercanti di ordigni micidiali (l’industria bellica è fiorente come non mai) che si complimentano, euforici, per avere venduto armi poderose; le quali armi finanzieranno le loro villette con i nani da giardino e gli studi prestigiosi dei loro figli; e in qualche parte del mondo, stritoleranno i bambini degli altri. Tutti paiono entusiasti di ciò che fanno. Il sistema propone commenti pronti per l’uso: congratulazioni! Bravissimo! Eccezionale! Sempre conclusi dal punto esclamativo. L’entusiasmo è obbligatorio (come nelle parate dei regimi totalitari, appunto).

Ma quel che mi colpisce, più di ogni altra cosa, è questo: Linkedin varca persino la soglia del mondo dei morti. Ho ricevuto un invito (stentoreo, fintamente cordiale) a congratularmi con una persona per i suoi non so quanti anni in un’azienda. Lo conoscevo. Era entrato a fare l’impiegato in una grande società poco dopo i vent’anni, e vi aveva trascorso, piuttosto malinconicamente, tutto il resto della vita. Mi veniva anche segnalato, con un certo disappunto, che la persona in questione non pubblicava da un po’ di tempo. Cosa non sorprendente: è morto, di cancro, qualche anno fa. Di un’altra persona, Linkedin diceva di attendere con ansia che desse segno di sé. Tutto può essere, ma credo che l’attesa sarà lunga: è morto anche lui, per un infarto, il giorno stesso in cui andava in pensione. Eppure il suo “profilo”, il suo fantasma, resta lì. E il sistema (avido) reclama, esige il suo entusiasmo e il suo contributo. La morte non è più una scusa valida per sottrarsi a quell’imperativo categorico.
I profili delle persone morte abitano Linkedin. Con il tempo, forse, diventeranno maggioranza. L’intelligenza artificiale farà il resto, e allora sarà tutto un fiorire di scambi tra fantasmi, all’insegna del più grande entusiasmo professionale: bravissimo! Congratulazioni! La tua morte è una vera success story! I morti, io credo, sono la parte migliore di Linkedin.
Maurizio Puppo






































