Senza troppo rumore il mondo dell’arte e del cinema perde una delle sue protagoniste. Un’attrice che segnò un epoca, ma soprattutto un’artista senza compromessi.
“Mieux vaut être belle et rebelle que moche et remoche”. Cosi mi diceva Maria sorridendo con la sua vena d’ironia. Un espressione che in italiano perde tutto il suo senso e il suo fresco umorismo. “Meglio essere bella e ribelle che brutta e ribrutta”.
Così era Maria Schneider. Bella e ribelle. Volle onorarci di essere madrina di un festival del nuovo cinema italiano che andò in scena al Mk2 di Quai de Loire, una modernissima struttura cinematografica. Un piccolo festival di cui ero direttore artistico.
Fu in quella occasione che la conobbi e per qualche tempo ci frequentammo. Una donna che non accettava compromessi, che lanciata nel cinema da “L’Ultimo Tango a Parigi” di Bertolucci a solo diciannove anni, avrebbe potuto per furbizia sfruttare la scia di popolarità e scandali che il film generò per farsi ricca, magari per diventare eroina di mille gossip da giornali scandalistici e fare film magari più commerciali con i quali si sarebbe ricoperta d’oro.
Invece coerente ad una sua idea di donna che sa essere bella, ma che non nasconde le proprie fragilità e che sa anche essere ribelle, non si presto mai a queste operazioni. Divenendo una figura scomoda. Mal digerita nei circuiti alternativi, e respinta poi dopo corteggiamenti iniziali insistenti anche dal grande cinema e dal circo mediatico che oggi ottunde le menti di tante giovani, pronte a cedere a facili lusinghe e guadagni.
Lei femminista, preferì puntare su quel cinema alternativo che per lei era l’unico cinema veramente possibile, dove esprimere il proprio disagio verso una società morente, per la fine di utopie e speranze.
Fu anche di Antonioni per “Professione reporter” ma gran parte della sua attività si consumò in spazi alternativi, in circuiti duri e puri, dove il cinema o era d’autore, o era di qualità o semplicemente non era. La ricordo protagonista di film di autori veramente indipendenti come Lina Mangiacapre, autrice di un cinema “nemesiaco” da femminismo estremo.
Eppure Maria Schneider non ha avuto lo spazio che meritava, maturando in tempi grami per chi ha coraggio, accettando sempre idee e progetti (sempre troppo pochi) che avessero una serietà ed un’onestà intellettuale (oggi sempre più rara).
Per questo fui e fummo particolarmente onorati di averla madrina del nostro piccolo festival a Parigi che raccoglieva e presentava in buona misura quel cinema alternativo che lei amava (De Bernardi, Brenta, Gaudino, la Sandri, ed altri).
So che anche Lei, in pubblico timida e schiva, ne era felice, perché amava il nostro cinema, specie quello d’autore.
Foto di Sophie Codaccioni
La sua fine è passata quasi in silenzio, discreta, senza clamore, in una società che sembra sempre più distratta, che oggi ha altri modelli forse molto più appariscenti, più glamour, ma cosi tristi e vuoti d’umanità.
Maria ci lascia, con la sua ironia, le sue amarezze, la sua gentile disponibilità, con il suo amore per i sentimenti e le persone vere con i loro difetti e i loro pregi.
Una persona vera, dura e dolce, incapace di compromessi.
Nicola Guarino
Maria Schneider la belle et rebelle ci ha lasciati
Ho appreso della notizia della scomparsa di Maria Schneider non dai
giornali o dalla tv ma dal suo bell’articolo che la ricorda e che condivido appieno perché ne fa un ritratto, per me che l’ho conosciuta, vero e toccante.
Ho conosciuto Maria parecchi anni fa, in Corsica ad un festival, poi ci
siamo rivisti svariate volte a Parigi in diverse occasioni, spesso
persino casualmente, incontrandoci per strada. Mi ricordo ancora bene
l’ultima volta, era in Place de Victoires…
Di lei credo ricorderò sempre la modestia, la spontaneità e soprattutto
la grande dolcezza che non mancava mai in ogni suo sguardo, gesto,
parola, pensiero, e che riscattava sempre, con un sorriso appena velato
da una leggera ironia, quella vena di tristezza malinconica che ormai
le era quasi abituale.
Come mi dispiace.
Mario Brenta
Ipotesicinema.it (Bologna)