Visitai l’Iran diversi anni fa. La “guida suprema” era già Ali Khamenei. Il presidente era Kathami, considerato un “riformista”. Fu un viaggio indimenticabile. A Teheran incontrai una famiglia borghese: il nonno medico in pensione, i genitori benestanti, i nipoti all’Università o all’estero. In casa (di nascosto) tenevano bottiglie di liquore, e la televisione satellitare con cui seguivano i canali occidentali. I nipoti dicevano che il nonno aveva anche una collezione di numeri di Playboy. Erano contenti perché il nuovo presidente aveva limitato il diritto della cosiddetta Polizia Morale di entrare nelle case senza alcun mandato. Certo, rimaneva il rischio di essere denunciati da qualche vicino.
Nel 1979, quella famiglia aveva guardato alla rivoluzione islamica con favore. Khomeini sembrava l’unico ad avere il consenso necessario per mandare via lo Shah, per sbarazzarsi di un regime certamente non fondamentalista, ma dittatoriale, ingiusto, violento. Una piccola parte della popolazione viveva nel lusso sfrenato, e guardava ai costumi occidentali come modello di emancipazione e modernità; la maggioranza invece viveva nella miseria e nell’ignoranza. La polizia politica, il Savak, perseguitava gli oppositori, ammassati in celle di tre metri quadri, torturati su graticole roventi. E così (mi raccontarono) in famiglia al referendum sulla Costituzione islamista avevano votato tutti a favore, pensando che poi, progressivamente, gli Ayatollah si sarebbero fatti da parte. Si erano sbagliati.
Una sera ci fu una festa. Le donne arrivarono con l’obbligatorio velo, recluse in attente vesti. Non appena entrate in casa, apparvero i lunghi capelli, le magliette scollate e sbracciate, le minigonne. Quel tipo di libertà un po’ futile che può sembrare poca cosa, addirittura un segno di conformistica costrizione; ed è invece tanto importante per chi non ce l’ha. L’Iran mi sembrò, ed è, un paese terribile e meraviglioso, abitato da una contraddizione inestricabile. Le ragazze guidano l’automobile e vanno all’università (il tasso di scolarizzazione femminile è molto alto), c’è uno stato sociale. Ma ci sono anche la lapidazione per adulterio, la pena di morte per reati contro la morale o la sicurezza nazionale, il divieto di espatrio senza autorizzazione del marito, il divieto di sposare un uomo non musulmano. La soppressione dei partiti politici, della libertà di stampa. Frustate, detenzione, restrizioni all’istruzione e all’occupazione per le donne che rifiutano l’uso di hijab, chador o foulard. Sulle spiagge del Mar Caspio avevo visto questi fantasmi vestiti di nero: le donne insaccate negli abiti tradizionali, gonfiati dall’acqua durante il bagno.
Franco Freda, estremista neofascista accusato di stragismo, in un’intervista del 1986 disse: “Quella di Khomeini è l’unica vera rivoluzione. Una società sacrale, guidata da un illuminato dalla verità, non da un illuminista. Il suo Iran mi ricorda l’Europa del Medioevo, e lui è un sacerdote della giustizia”. A Isfahan, in una meravigliosa moschea, un insegnante mi aveva detto che il paese era in mano non certo a un sacerdote della giustizia, ma a un gruppo di fanatici che avevano tradito la rivoluzione. Nel 1988 il regime uccise forse più di trentamila di oppositori, soprattutto di sinistra, tra cui gli esponenti del Tudeh (partito Comunista iraniano) e i Fedayn. Qualche anno fa riemerse la registrazione delle proteste dell’erede designato di Khomeini, Montazeri : “siete responsabili del più grosso delitto commesso dalla Repubblica islamica, la storia ci condannerà e si ricorderà dei vostri nomi per aver agito come dei criminali”. Montazeri fu messo agli arresti domiciliari; come successore di Khomeini fu designato Ali Khamenei.
Quel massacro si è ripetuto, più o meno identico, negli ultimi mesi: gli oppositori uccisi per strada con un colpo di pistola in testa, o impiccati all’alba sulle gru.

L’intervento di USA e Israele per abbattere il regime iraniano (fatto senza concertazione, contro ogni norma di diritto internazionale) mette molti di noi davanti a una scelta apparentemente impossibile. Il regime iraniano è odioso, ma è anche odioso (e pericoloso) l’interventismo militare deciso in modo opportunistico, arbitrario e unilaterale. E allora? Dovremmo difendere gli Ayatollah per non rischiare di ritrovarci dalla parte dei detestabili Trump e Netanyahu? Il filosofo Adorno diceva : “La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta”. Sappiamo bene che Trump e Netanyahu stanno attaccando il regime degli Ayatollah per ragioni che poco hanno a che fare con la libertà. E nulla sappiamo di quello che sarà il “dopo”.

Ma nonostante tutto, sarebbe assurdo lasciare la bandiera della ribellione a una dittatura teocratica nelle mani di chi non si è mai interessato dei diritti delle donne, delle minoranze, della libertà e della giustizia. Se il popolo iraniano riuscisse a liberarsi da quel regime odioso, e a decidere autonomamente il proprio destino, non si potrebbe che esserne felici. La scelta che possiamo fare è questa: mai stare con autocrati e dittatori, e invece stare sempre con un popolo che lotta per la sua libertà.
Maurizio Puppo




































