Certo, è adorabile, eppur innervosiva per quel suo aspetto dimesso, il tragico comico ragionier Ugo Fantozzi, nato dalla penna del più eclettico degli attori italiani, Paolo Villaggio. Genovese di nascita, amico fin dalla adolescenza di Fabrizio De Andrè (composero in giovinezza Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers e Il fannullone).
Apologia della sudditanza, ovvero sindrome della presa in giro per manifesta debolezza, o ancora pedagogia della sopravvivenza: il Ragioniere più famoso d’Italia proietta e abbatte le barriere dell’immaginario, in anni in cui sfidare il potere era quasi un imperativo, come sognare il paradiso da parte degli operai.
Il film Fantozzi fu proiettato per la prima volta 50 anni fa, il 27 marzo, ed ora ritorna in versione restaurata. L’antieroe per eccellenza che obbedisce ma odia il megagalattico capo, che emana segni di libido nella sua lingua ostentata di lato. Tratto dai due romanzi che Paolo Villaggio pubblicò nel 1971 (Fantozzi) e nel ’74 (Il secondo tragico libro di Fantozzi), il film è diretto da Luciano Salce, sarcastico regista spesso trascurato, che esige una rilettura moderna.

È il destino del perdente con una estensione dell’italiano medio più caustico e autolesionista rispetto alle rappresentazioni di Alberto Sordi o di Ugo Tognazzi. Le pubblicazioni dei libri vennero tradotte in varie lingue: la Lady di Ferro Margarethe Thatcher teneva i libri sul comodino, come pure Alda Merini.
Paolo Villaggio era già noto al pubblico televisivo, quello della domenica pomeriggio fine anni ’60 (con i Ric e Gian e i Cochi e Renato), e si nominava Fracchia, alquanto sottomesso verso un esemplare capo Gianni Agus. Il suo eclettico autore da tempo ne rifiniva i tratti in televisione per poi escogitare la sua maschera comica più popolare, i cui vezzi sono patrimonio indelebile: “Batti lei” o “La Corazzata Potëmkin è una c… pazzesca”, ed ancora quella famiglia con la moglie Pina al limite della sopravvivenza e la figlia tragicamente brutta (vagamente La donna scimmia di Ferreri) e la sua auto Bianchina da impiegatuccio piccolo borghese.
Paolo Villaggio ha dato un’impronta originale all’ars comica figlia della commedia dell’arte. E pure quando recitava in film con autorevoli registi, il suo tratto restava distintivo. Lo troviamo in parti drammatiche: da Federico Fellini ad Ermanno Olmi, da Lina Wertmüller a Mario Monicelli e Luigi Comencini, Pupi Avati, Gabriele Salvatores, Marco Ferreri; intensa l’amicizia con Vittorio Gassman (insieme in un film diretto da Vittorio) e Ugo Tognazzi. Ricevette nel 1992 il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia e quindi il Pardo d’onore a Locarno.
Più volte abbiamo avuto il piacere di incontrarlo al Lido, coi suoi abiti coloratissimi, e sempre era difficile imbastire una intervista da più di tre minuti. Apprezzava che da ragazzini noi ci stupivamo a vedere in Tv quel comico dall’accento tedesco: il prof. Kranz (da cui un film pure diretto da Salce) che andava su e giù per le scale con due cammelli di peluche sotto il braccio.
Per taluni critici Paolo Villaggio si può accostare ad attori innovativi della storia del cinema come Buster Keaton, Stanlio e Ollio, Harold Looyd, o Harry Langdon. E i riferimenti letterari non mancano: da Kafka a Gogol. Fra letteratura, cinema, televisione, radio e giornali, Villaggio incarnerà sempre lo spirito fantozziano, acuto e autoironico. Fantozzi resterà la maschera d’epilogo, costola di una commedia che sa guardare oltre i contingenti confini e conflitti di un’epoca, nella sua tragica modernità.
Asserisce Paolo Villaggio-Fantozzi: Il comico non diventa mai adulto, resta sempre un bambino.
Armando Lostaglio
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