Da qualche giorno su Raiplay è possibile vedere il film di Giuseppe Piccioni, “Zvanì, il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli”, in cui si racconta il viaggio del convoglio che nel 1912 riporta le spoglie del poeta a Castelvecchio di Barga.

A bordo del treno, Mariù, l’amata sorella, che attraverso i suoi ricordi ripercorre i momenti fondamentali della vita di Giovanni e che hanno fondato la sua poetica: l’assassinio del padre, la giovinezza segnata dalla povertà, l’impegno politico, il rapporto con Carducci, la laurea e le complicate dinamiche familiari.
È il ritorno nella città di Pascoli dove avvenne la tragedia che sconvolse la sua esistenza e determinò la sua poesia, trasformando e restituendoci quello che tutti conoscono come il poeta del nido o se si preferisce il poeta delle piccole cose.
Eppure, è possibile un’altra lettura, più interna per così dire, alla sua poesia pervasa da un senso profondo del mistero, dell’inspiegabile.
Croce non aveva certo in grande simpatia il grande poeta romagnolo a cui rimproverava le onomatopee facili e l’alternanza di toni alti e altri non certo tali, tanto da fargli dire che il grande poeta faceva il verso alle galline.
Ma ritorniamo al modulo inesplorato della morte e del suo mistero: se il nido è espresso soprattutto ne’ “La quercia caduta”, il tema della morte trionfa in “X Agosto”.
Il mistero dell’esistenza che culmina nella morte è reso con grande suggestione nella scena del film in cui si vede la mano del poeta che fruga tra le pagine del libro collocato sull’altana: la mano è sempre più impaziente e annota prima lentamente e poi velocemente ed infine con furia riempie le pagine a catturarne il segreto. Inutilmente.
La metafora è alta e terribile, evoca immediatamente la capinera che cerca il suo nido, e l’altra il cui nido resterà per sempre abbandonato, sentiamo il pigolio sempre più debole: nessuno porterà il cibo ai rondinini. Il tutto circondato da un’immensa pietà e che esprime, al tempo stesso, tutta la consapevolezza dell’inutilità della ricerca.
Così il film di Piccioni ci restituisce l’ora triste in cui il poeta ritorna alla sua Barga con il richiamo della morte. Un ritorno forse inutile, certamente tardivo.
Questo tragitto funebre struttura l’intera narrazione. La memoria si manifesta attraverso apparizioni e frammenti: l’assassinio paterno, il dolore fondativo del 10 agosto, la giovinezza anarchica. È l’uomo rimasto eternamente figlio, prigioniero di quel “nido” e la figura della sorella Mariù ci ricorda quanto ambivalente e totalizzante fosse il loro legame: un affetto che protegge e soffoca, generando la pressione emotiva da cui scaturisce il canto poetico.
La regia rifiuta la monumentalità celebrativa. Piccioni predilige l’intimità da camera, i silenzi, gli sguardi. Una scelta stilistica che restituisce l’immagine di un Pascoli contemporaneo (più umano, più vicino), incapace di recidere i legami col passato.
È un’opera delicata, proprio come la poetica di Pascoli, sulla persistenza del dolore e sulla capacità della parola di dargli forma.
Pascoli è uno dei nodi della nuova poesia contemporanea, intuisce, prima di chiunque altro, il valore dell’unità linguistica carica di vibrazioni e di memorie storiche. È nello studio del linguaggio poetico, nell’uso dell’analogia, in quel cinguettare disperato, in quella sonorità, proprio con quel particolare mezzo tecnico, che recuperiamo una consapevolezza storica: l’uomo torna al suo nido. A Barga, città natale, luogo ormai poetico, soglia tra vita e ombra dove il tempo ritrova una sua armonia.
Carmelina Sicari
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