L’articolo di febbraio 2026 di Missione Poesia è dedicato al nuovo libro di Giovanna Rosadini, “Cicatrici” (Giulio Einaudi editore, 2025). Per l’autrice le cicatrici sono la traccia che rimane dopo una ferita che si è rimarginata. Parlano del dolore e della sofferenza che, prima o poi, toccano tutti. In questa raccolta la consapevolezza dei dolori sofferti si trasforma in segno sacro e necessario, vitale.
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Giovanna Rosadini è nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università Ca’ Foscari, a Venezia. Ha pubblicato le raccolte Il sistema limbico (Atelier 2008), Il numero completo dei giorni (Aragno 2014), Frammenti di felicità terrena (LietoColle/Pordenonelegge 2019), Un altro tempo (Interno Poesia 2021) e, presso Einaudi, Unità di risveglio (2010), Fioriture capovolte (2018) e Cicatrici (2025). Per Einaudi ha inoltre curato l’antologia di voci poetiche femminili Nuovi poeti italiani 6 (2012). Nel 2023 ha vinto il Premio Pavese sezione poesia «per la qualità dell’opera». Vive e lavora a Milano.
Per un approfondimento sulla poetica dell’autrice vedere anche al seguente link:
https://altritaliani.net/giovanna-rosadini-frammenti-di-felicita-terrena/
Cicatrici
Ci sono passaggi della vita che lasciano un segno profondo dentro di noi, ci sono ferite che ci sono state inferte da avvenimenti o persone, ci sono strappi che faticano a rammendarsi.
Ma il tempo rimargina ogni cosa, se pure nulla viene cancellato, il suo trascorrere lascia le tracce di quelle ferite, produce cicatrici che diventano parte integrante di noi stessi. A volte queste restano in superficie, altre volte si fissano nel profondo, in ogni caso contribuiscono a darci forma umana, a renderci presenti a ciò che siamo. In quest’opera di Giovanna Rosadini, suddivisa in quattro partiture: Staring at the sea; Essere da un’altra parte; Corpo che dice tempo; Venezia 2020, Queriniana e intercalata, nel segno di appartenenza a una tradizione culturale che pulsa nel cuore di chi scrive, da epigrafi e dialoghi con i maestri del passato (Luzi, Montale), e con gli autori contemporanei, quasi confratelli di pensiero (Pontiggia, Anedda), diventa di grande aiuto interpretativo la citazione iniziale, ripresa da Cesare Viviani: Gli oggetti conservano/il segno dell’abbandono segnando il cuore pulsante di una poetica basata sulla consistenza di ciò che resta, di ciò che ancora sentiamo dopo ogni perdita. E ciò che sentiamo, è come se ci marchiasse a fuoco sulla pelle, è come se restasse per sempre attaccato al nostro corpo, a ricordarci il vissuto e ciò che rimane da vivere, dal giorno della nascita a quello della inevitabile fine.
Il marchio che più brucia, la ferita che più fatica a rimarginarsi è senza dubbio quella che concerne il lutto, pensato in ogni sua dimensione di perdita: affetti, amicizie, amori (sezione: Staring at the sea) … ogni tassello che viene a mancare al puzzle della vita, crea un vuoto dove si insinua la cicatrice più profonda. Ed è in uno dei punti più salienti del libro, quello che affronta il lutto per la morte di una persona cara (il padre) che, a mio avviso, si sviluppa un pensiero di grande riflessione che abbraccia il culto dei morti, un culto che molti vorrebbero farci ignorare, dimenticare, superare. In particolare, ho sentito molto vicino un passaggio del testo, un passaggio che appartiene anche alla mia esperienza di vita (e non è questo il grande merito della poesia, coinvolgere il lettore, fargli provare un sentire comune al poeta?), un passaggio che mi ricorda la morte di mio padre e il luogo della sua sepoltura, le sue impronte sul lenzuolo che stringeva fra le mani… ma che metaforicamente rende visiva anche un’altra grande impronta, quella del corpo di Gesù, sul lenzuolo che lo avvolge dopo la morte: Abbiamo tutti bisogno di una casa,/anche da morti, almeno finché/scorre nel sangue di chi rimane il vivo/ricordo del corpo amato, di chi/ci ha generato, e resta possibile condividere in un luogo terreno/le sue fattezze immateriali, l’impronta/delle mani sul lenzuolo dopo/che ti hanno portato via senza ritorno.
Ma, così come sa fare la grande poesia, anche quella di Giovanna Rosadini, si apre alla geografia dei luoghi, che non sono solo quelli familiari, ma diventano quelli vissuti negli anni della giovinezza: la Cina degli anni ’80, che l’autrice ha frequentato per il suo percorso di studi universitari (sezione: Essere da un’altra parte) e Venezia, città per la quale diventa necessario costruire un memoriale che consegna i ricordi allo sguardo lagunare (sezione: Venezia 2020, Querinaia). La poesia che si affida ai luoghi per colmare le lacune della storia, per restituire alle realtà stratificate una dimensione non soltanto cronicistica ma anche interiore, una complessità che affonda la lirica nella prosa poetica, certo più idonea a dare un ampio respiro alla narrazione, a perseguire una necessità quasi fisica di ritornare a quei luoghi, a quel tempo, a quella giovinezza la poesia, dicevo, in questo modo, riporta inconsciamente laddove la perdita ancora non era nota, dove si costruivano identità ancora intatte.
Ai luoghi, alla memoria, alla costruzione di identità proprie e collettive si aggiungono, in questo libro, testi che portano a riflettere sulla storia, sulle guerre e sulla necessità, come autori, di parlarne. E, in specie, sono i testi Guardando a est, Testamento del soldato, Madri di guerra che spingono verso una dimensione che da privata diventa collettiva, che affrontano la visione della fragilità dell’essere umano e vanno verso la consapevolezza del grande valore della vita stessa: Se il cielo dovesse inabissarsi/e prendermi nel soffio del suo respiro/vi parlerò dalle brulle distese di silenzio/per ricordarvi di toccare il senso pieno/delle cose […]. Dalla perdita alla riscoperta del valore della vita, il cammino ci guida verso una possibilità di rinascita, riscoperta e speranza (sezione: Essere da un’altra parte): chi conduce sa che per arrivare a questo punto è necessario trovare un equilibrio, un riconoscimento tra l’io esterno e la propria interiorità, tra il sé stesso e l’altro da sé, un superamento di solitudini che passa principalmente dall’uso di una lingua comune, costruita anche grazie al lavoro di artigianato che il poeta opera sulla parola.
Per questo lavoro di artigianato, ça va sans dire, Giovanna Rosadini è maestra: l’esatto lessico, la sintassi controllata e incisiva, la scansione ritmica, l’inserimento di termini appartenenti ad alcuni linguaggi specialistici (medicina, anatomia, geografia) o di origine letteraria e filosofica, la perfetta sinfonia tra il respiro privato e quello universale, tutto contribuisce a determinare un apparato di significato e significante che rende la voce poetica dell’autrice una delle più alte, nobili e autentiche della nostra poesia contemporanea.
Alcuni testi da: Cicatrici
Terra di nessuno
“Il cuore dell’uomo è ingannatore più di ogni altra cosa.”
Anche se mi hai desolato la terra, e seminata a sale
giace nella sua inerzia; se le radici non trovano
alimento per i frutti, e diffidano ormai del ventre
tellurico dove avevano attecchito; se l’aria è di ferro
e l’orizzonte di piombo, e il mare un pensiero
annegato, un paesaggio dimenticato: io
conto i giorni, e ripasso me stessa a memoria.
***
Trascendenza
“Rinnova i nostri giorni, rendili come quelli di prima”
Lamentazioni, 5
I.
Quando la luce diventa nero
e il lampo incenerisce l’albero
mi misuro con la tua mancanza
Nel respiro tagliato dall’ombra
la sostanza cieca di una pena antica.
II.
La luce di maggio resuscita il mondo
i colori accesi per la gioia dello sguardo
che torna a misurarsi con l’orizzonte
Ma il pensiero è riverso, assiderato
e il cuore in un letargo ostinato.
III.
Bianco fra le parole, alito di luce
nella foresta pietrificata del testo.
È nel vuoto che si dispiega l’infinito.
Nell’incompleto, la tensione a una
possibile pienezza, d’infanzia felice.
IV.
Ogni volta che si è chiuso il cerchio
della nostalgia restaurando la pienezza
dell’intero, ogni volta che ho riconosciuto
quell’unico che poteva dire chi ero: ogni
volta che ho sentito di avere amato davvero.
V.
Corpo abitato per essere messo a frutto,
battito raddoppiato che galleggia nel guanto
di placenta, gravido mistero incarnato
in linfa di nuova vita, grumo palpitante,
briciola siderale generata dal desiderio.
VI.
Lingua che batti il tempo del corpo
adagiata nell’orchestra di segni sulla
pagina: l’indecifrabile che qui ci ha scritto
è la memoria di un futuro già compiuto:
quanto ci occorre per poterci dire tutto.
***
Madri in guerra
a Rachel Goldberg-Polin e le altre
Difficile speranza nell’ora
in cui l’oscurità ruggisce e l’anima
cola a picco nella nera vertigine
di un tempo che più non si dà,
rastremato dall’inverosimile
che si è manifestato, l’estinzione
del senso che le cose hanno avuto,
la scomparsa del mondo che è stato
lo sguardo limpido di chi l’ha animato.
***
Corpo alfabetico intinto nell’inchiostro
della pagina, nero di lingua che scioglie
le briglie alla mano, pensiero scheggiato
in linee di testo, segmenti di osso affilato.
***
Sparire, implodere in un punto cosmico,
estinguersi nello scivolamento, puro
sedimento senza piú coscienza, volto
dissolto nella nebbia, palpito riassorbito.
Bologna, 20 febbraio 2026
Cinzia Demi
Scheda del libro sul sito di Giulio Einaudi editore
P.S.: “MISSIONE POESIA” è una rubrica culturale di poesia italiana contemporanea, curata da Cinzia Demi, per il nostro sito Altritaliani di Parigi. Altri contributi e autori qui: https://altritaliani.net/category/libri-e-letteratura/missione-poesia/





































