Il tentato omicidio di Chiara Cocchi, insegnante di francese in una scuola media in provincia di Bergamo, ad opera di un suo studente di 13 anni, richiama alla mente l’assassinio di un altro insegnante, avvenuto in Francia nel 2020, Samuel Paty.
Le circostanze invero sono diverse. Nell’episodio avvenuto in Italia si è trattato di uno studente convinto di essere perseguitato dalla sua insegnante e in preda a una sorta di delirio da superuomo, come appare dal manifesto pubblicato sui social il giorno prima del tentato omicidio. Samuel Paty invece venne ucciso per aver mostrato in classe, nel corso di una lezione sulla libertà di parola, alcune delle vignette satiriche che raffiguravano Maometto, che erano state a suo tempo pubblicate sul giornale satirico Charlie Hebdo. L’insegnante aveva usato termini assolutamente rispettosi e il mostrare le vignette era del tutto funzionale all’argomento della lezione. Una studentessa riportò però parole dell’insegnante in realtà mai pronunciate e sui social partì una campagna d’odio verso il professore. La campagna finì con il gesto di un fanatico jihadista che uccise il professore, decapitandolo.

Quel terribile gesto metteva in discussione i valori più profondi su cui si regge una società liberale, in particolare il valore della libertà di espressione, che era proprio l’oggetto di quella lezione, e quello della libertà di insegnamento, entrambi messi in pericolo dal fanatismo religioso.
Il presidente della Repubblica, Macron, criticato per tanti aspetti, interpretò la commozione del Paese e l’importanza della posta in gioco, facendo celebrare un funerale di Stato, in una cerimonia di grande suggestione in cui il feretro veniva portato sulle note della canzone One degli U2, scelta dai familiari. A Samuel Paty venne concessa la legione d’onore, la massima onorificenza francese. Il funerale fu celebrato alla Sorbona, come luogo simbolo dell’istruzione e della ragione contro l’oscurantismo.
Si aprì un dibattito sulla capacità dei social di veicolare odio, un tema che è ripreso in questi ultimi mesi in cui si è tenuto il processo d’appello, conclusosi il 2 marzo 2026 con condanne pesanti, seppur in alcuni casi inferiori a quelle comminate in primo grado, contro alcuni dei principali protagonisti di quella campagna vergognosa. Questi sono stati accusati del fatto di aver creato le condizioni perché l’omicidio si realizzasse, di aver emesso e promosso una fatwa digitale. Come affermato dal pubblico ministero nel processo, non si rimproverava loro di aver compiuto degli atti preparatori dell’omicidio commesso da Abdoullakh Anzorov, il nome dell’assassino, ma di aver compiuto atti preparatori nei riguardi di tutti i potenziali Anzorov.

Si è trattato di un processo importante e delicato, in particolare perché, come ricordava ancora il pubblico ministero: Jamais un dossier de terrorisme n’aura revêtu autant d’enjeux sociétaux, mai un caso di terrorismo ha avuto così tante implicazioni per la società, e in cui, inoltre, la minaccia e poi la violenza era stata rivolta alla Scuola, principale fondamento della Repubblica francese.
È proprio questo il punto che, nella loro diversità, accomuna le due vicende, di Chiara Cocchi e di Samuel Paty: la necessità di difendere la scuola, di venire incontro al senso di abbandono degli insegnanti, visto che in entrambi i casi l’atto più grave era stato preceduto da numerosi atti meno gravi. In Italia, come in Francia, vi è l’urgenza di comprendere che la scuola è il vero fondamento della nostra società. Per questo occorre sia agire sul piano culturale e del discorso pubblico, valorizzando il ruolo dell’insegnante, aumentandone il prestigio, sia, di fronte a segnali di pericolo, predisporre tempestivamente misure di sicurezza. Infatti, se è vero, come diceva Samuel Paty, insegnante appassionato, come lo è Chiara Cocchi, che la scuola può tutto, essa a maggior ragione deve essere sostenuta, valorizzata, difesa.
Stefano Emanuele Pizzorno
P.S. Per chi volesse approfondire il caso di Samuel Paty, consigliamo il libro di Valérie Igounet e Gaëlle Paty: Samuel Paty, un procès pour l’avenir, Flammarion, 2025.



































