Il film Primavera (2025) di Damiano Michieletto – ora nelle sale italiane e in Francia da fine aprile col titolo Vivaldi et moi – è la trasposizione cinematografica più che riuscita del romanzo Stabat Mater (di Tiziano Scarpa, vincitore del premio Strega nel 2009): ambientato nella Venezia del primo ‘700, come il libro il film narra la vita delle giovani orfane dell’Ospedale della Pietà, trasformata dall’arrivo del nuovo maestro di musica, il prete fulvo Antonio Vivaldi.
Si tratta di una storia Veneta sia per ambientazione che per terra d’origine di regista e scrittore, entrambi veneziani: Michieletto in particolare è un autore di fama internazionale, noto come il più celebre rappresentante del Regientheater, una pratica che adatta le opere classiche al mondo contemporaneo.
L’attività cui sono dedite e costrette le fanciulle recluse sotto il controllo della arcigna matrona è lo studio della musica e del violino, per compiacere i nobili che alla Pietà si recano nei giorni di festa: offrono i concerti tenendo i volti oscurati dietro una grata, in una sorta di clausura monacale, ma capita che talvolta le più carine vengono scelte in spose da facoltosi rampolli.
Con l’arrivo del nuovo maestro, il sacerdote Vivaldi, allo studio assiduo e disciplinato del violino si sostituisce un climax crescente di tensione verso la sua nuova concezione della musica, intesa come espressione totale di sé senza riserve.
E così tra tante allieve il Maestro sceglie la sua preferita, Cecilia, protagonista anche del romanzo di Scarpa, l’unica anima inquieta e capace di immaginazione, l’unica che alle note sappia donare la magia di un cuore in subbuglio.
Il film è emozionante ed intenso, e anche la scelta delle inquadrature contribuisce ad accentuarne un sapore erotico: le scene d’interno si svolgono tra il chiaroscuro delle stanze dell’Ospedale della Pietà e il lusso sfarzoso dei palazzi, con tanto di ballo in maschera e disvelamento del volto segreto, mentre gli esterni sono in prevalenza riprese a filo d’acqua della laguna.

La relazione di amore platonico e segreto tra maestro prete ed allieva è resa nei toni del lume di candela protoromantico degli incontri notturni della Chiesa dove Cecilia si rifugia per scrivere lettere alla madre, nella ricerca dolorosa delle proprie origini.
Quando l’inquadratura riprende acqua e cielo insieme, chiari come in una tela del Canaletto, è Primavera: primavera in musica e nell’epilogo della protagonista, che rinasce.
Primavera è certamente il celeberrimo brano di Vivaldi che esprime la festa del risveglio della natura dopo l’inverno, natura e uccellini cinguettanti che nel lungometraggio sono rappresentata durante una cerimonia nuziale cui il prete partecipa con le allieve, trovando ispirazione per la sua opera più famosa.
Ma Primavera è sopratutto la scena finale della fuga di liberazione di Cecilia, che lascia le grate e l’intesa impossibile con don Antonio per affrontare sola il suo destino. Ad accompagnare la sua fuga, le note del suo Maestro, in un’audace opera di interpretazione semantica.
La Natura è Donna, quindi il suo risveglio fa primavera.
Interessante la finzione narrativa utilizzata da scrittore e regista per ambientare in un contesto storico la realistica ricostruzione della condizione femminile: c’è un aspetto sociale degno di nota, trattato con delicatezza e senza giudizio.
C’è inoltre un altro aspetto che vale davvero la pena riscoprire grazie al film: Antonio Vivaldi, le cui 4 Stagioni ci hanno inflazionato perfino sul piatto, godette di grande fama nel 700 barocco, influenzando autori come Bach, ma morì povero e dimenticato a Vienna, e fu incredibilmente riscoperto solo negli anni 30 del 900.
Il film ha il grande merito di restituirci un Vivaldi romantico, una sorta di Leopardi in musica, ed è un esperimento più che riuscito.
Rossella Tramet
Diretto da: Damiano Michieletto; Con: Tecla Insolia, Michele Riondino, Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellè, Stefano Accorsi (durata 1.50)





































