7 domande a Margherita di Savoia, prima regina d’Italia, dalla sua amata Bordighera

Si commemorano quest’anno i cento anni dalla morte di Margherita di Savoia, avvenuta a Bordighera, nel ponente ligure, il 4 gennaio 1926.

Commemorazioni per il centenario della morte della regina – Bordighera

Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia-Genova è stata la prima Regina d’Italia, dal 1878 al 1900 accanto al marito Umberto I, poi Regina Madre dal 1900 al 1926, data della sua scomparsa.
Un secolo esatto: il tempo sufficiente perché una vita smetta di essere cronaca e cominci a farsi figura.

Margherita è stata una donna moderna prima che la modernità avesse un nome, guidatrice appassionata, amante della tecnica motoristica e della montagna. Fu una testimonial del suo tempo: moda, cultura, cucina, viaggi i suoi interessi principali.

La prima volta giunse a Bordighera a ventotto anni; vi morirà a settantaquattro.

I suoi viaggi attraverso l’Italia furono un gesto politico silenzioso: un modo di unificare il Paese percorrendolo, di trasformare la monarchia in presenza mobile, di cucire territori e senso di appartenenza.

Conservatrice e cattolica, Margherita aveva eccellenti qualità di comunicatrice, che le guadagneranno una notevole popolarità, presso gran parte degli italiani: la si potrebbe definire una influencer dell’epoca.

Per onorare l’anniversario abbiamo chiesto un’intervista al suo ufficio stampa. L’appuntamento è fissato per il 4 gennaio, alle 16.00 a Capo Sant’Ampelio, a Bordighera.
La regina ci riceve sotto i pini ad ombrello, nel suo giardino d’inverno. È seduta su un trono di marmo bianco, di fronte al mare.
Alle sue spalle il tempo; davanti, l’orizzonte.
Il tramonto scioglie ogni formalità: l’atmosfera è quieta e rilassata.

Nel 1940, la città inaugurò in suo onore, questa statua in marmo bianco realizzata dallo scultore Italo Griselli

Parliamo di Bordighera, la sua grande passione.

1- La scelta di Bordighera come buen retiro… Perché, maestà, Bordighera?

Mio padre era il Duca di Genova e io questo mare e questa luce li ho frequentati in varie occasioni, anche viaggiando con la fantasia.
Bordighera si è rivelata ai miei occhi come il luogo meraviglioso che mi avrebbe accolta in quella fase delicata della mia esistenza e che poteva racchiudere tutte le case dei  sogni, come subito intuì il mio carissimo amico, l’architetto Luigi Broggi, che conosceva bene i miei gusti.
Sì, sono stata la prima regina d’Italia, ma Roma non l’ho mai sopportata: gente volgare e poi la nobiltà nera, amica del papa che ci odiava, noi Savoia, perché avevamo eliminato i privilegi ecclesiastici.
A Bordighera potevo riflettere, trovare la mia anima vera.

A pensarci bene, la prima volta sono capitata a Bordighera per caso, ospite del banchiere Raphaël Bischoffsheim, che mi aveva accolta dopo il primo terribile attentato a mio marito Umberto nel 1878. Nella sua splendida villa, progettata da Charles Garnier, l’architecte de l’Opéra de Paris, mi sono sentita subito a casa.
Mi è sembrato di vivere un déjà vu:  come  avvolta da un’aura di calore, di luce e di splendente intima bellezza.

2- Ma Bordighera era anche una località alla moda 

Non mi spinse tanto la moda, né la società internazionale che frequentava Bordighera, una comunità eccezionale, piena di benefattori… pensate solo a quel personaggio visionario, Clarence Bicknell, un matematico, prima pastore anglicano a Bordighera, poi fondatore di quel bijou di di museo e biblioteca in un angolo di paradiso naturale, proprio sotto la mia amata casa. Organizzava concerti, conferenze, corsi di esperanto e custodiva erbari, i calchi  delle incisioni rupestri de la Vallée des Merveilles, una collezione incredibile di farfalle, che venivano dal mondo intero…

Ma la sensazione forte era che lì  avrei dovuto e voluto concludere la mia vita.
La chiesa di Santa Maria Maddalena, nella piazzetta raccolta in Paese Alto, con Padre Giacomo Viale che trattava tutti evangelicamente allo stesso modo; i fiori nei campi, gli agrumi, quanti !, e quel loro profumo, il mare struggente e ruggente.
Me l’aveva anche consigliato la mia migliore amica, la contessa Paola Pès di Villamarina: “non vedi come stai bene qui! “
Poverina, lei è morta prima che la villa fosse completata e inaugurata il 25 febbraio del 1916, e io che  avevo previsto con l’architetto Broggi un appartamento tutto per lei…

3- Una giornata particolare o un ricordo particolare.

Intanto l’incanto di passare il mio compleanno a Bordighera, ogni 20 novembre dal 1916, era magia pura, i bordigotti mi volevano davvero bene, come tutta la società cosmopolita che passava la saison a Bordighera… (ndr. vedi la storia dei magnifici 7 Grand Hotel della Belle Epoque di Bordighera)

Ricordo nel 1920, tutti i monumenti addobbati a festa con i tricolori, il sindaco Biancheri venne in udienza e mi dedicò un fervente discorso patriottico… ma la cosa più bella, verso sera, ricordo, la mia villa meravigliosa sulla collina era illuminata a giorno e dalla terrazza il tramonto incendiava il profilo del massiccio dell’Estérel, verso Francia; a un certo punto -mentre di nascosto dalla mia dama di palazzo, Cristina, fumavo una sigaretta – sale dal giardino la musica dolce e gioiosa della banda di Bordighera…
Che bei souvenir… la musica si propagava in tutto il paese e la gioventù del loco a cantare e danzare fino a notte inoltrata… Une féerie…

Poi se vuole sapere, un altro momento particolare che ricordo, in modo totalmente diverso, è stato il 18 ottobre del 1922, quando in segreto vennero a trovarmi a Bordighera quei signori… come li chiamavano… ah si “i quadrumviri fascisti” per espormi il piano che stavano preparando con Mussolini, la famosa marcia su Roma…, quindi sì, dissi a Vittorio di lasciarli fare, a me sembravano arditi ma educati e gentili, quei ragazzi con la camicia nera che venivano a salutarmi romanamente fuori dalla chiesa di Bordighera alta.
Mah…se avessi potuto vedere quello che è successo dopo, una tragedia…, avrei agito in modo diverso!

 4- Una cena di gala che vuole ricordare? Ci parli del suo rapporto con la buona cucina?

Et bien alors, il me faut passer au français. Quand on parle de cuisine et gastronomie, le français s’impose… Anche se mio figlio ha cercato di introdurre a corte i menu in italiano, i  miei menu sono rimasti sempre in francese.

Par exemple, le repas du réveillon pouvait comprendre: des huîtres fraîches, le consommé à la Marguerite avec asperges et quenelles de poulet, les petites croustadines à la diplomate, avec de la langouste et de la truffe au cognac.
Ensuite des rôtis de gibier, la salade de truffe blanche du Piémont et encore pour terminer, le sorbet au champagne et rhum, la glace aux pistaches, les gélées d’ananas au kirsch, les petits paniers de pâte d’amandes remplis de pâtisseries…

Comunque sì, adoravo anche la pizza, la “mia” pizza Margherita creata apposta per me dai pizzaioli napoletani…

E poi sì è vero, ho mangiato la coscia di pollo con le dita, per adattarmi ai modi del mio consuocero Nicola di Montenegro.
Beh lui era decisamente rustico… mais enfin, il fallait faire avec…

5- E la sua villa di Bordighera, casa di rappresentanza o casa a sua dimensione?

Villa Regina Margherita, questo è il suo nome, per me è “la Casa” con la C maiuscola, mon nid douillet, la casa del mio cuore, da non confondere con quella di Roma che non ho mai amato e che durante la prima guerra mondiale ho trasformato in ospedale militare.
Basti pensare che è l’unica  che ho fatto costruire io e che non apparteneva alla Corona, ma a me, proprio a me, Margherita di Savoia, la casa per cui ho scelto arredi e suppellettili, aiutata e consigliata, naturalmente, da Luigi Broggi, architetto mirabile e sensibile.
Mi capiva e non mi ha mai imposto scelte che andassero contro il mio gusto e i miei reali desideri.
Era spaziosa, bella e luminosa.
All’interno aveva luci calde e soffuse, dove stare raccolti, a leggere, scrivere agli amici o semplicemente a chiacchierare, mentre fuori il levante faceva crescere il mare e addensava le nuvole su Bordighera.

Innanzitutto, vicino all’atrio, avevo chiesto di costruire la cappella e la biblioteca, due luoghi sacri per me. La Bibliothèque era ampia e accogliente, piena di libri e di manuali; ho sempre dato importanza alla mia istruzione: studiavo il latino, l’inglese e, ahimè, anche l’italiano… Eh già, la mia lingua madre era il francese, come per tutti i Savoia.

Nella mia Villa non mancava proprio nulla e tutte le persone che amavo potevano trovarvi rifugio e conforto, c’erano appartamenti per accogliere gli amici più cari come Broggi, in modo da averli vicino il maggior tempo possibile e ampi saloni per festeggiare. Molti ospiti rimanevano incantati dalle vetrate colorate dello scalone e dovevo sempre rammentar loro di controllare dove mettere i piedi.

Bordighera, Giardino Moreno, Claude Monet 1884, San Pietroburgo Hermitage

Ma la parte della Villa che ho curato maggiormente è il giardino e il loggiato. Con la natura lussureggiante e il clima mite proprio non avrei potuto stare chiusa in casa.
Il Parco  l’ho voluto ricco di palme, araucarie, agavi, agrumi e ulivi, proprio come quello di Villa Etelinda che poi ha fatto parte della della mia proprietà ed era stato progettato dall’abilissimo paesaggista e botanico Ludovico Winter: andava dalla Via Romana fino alla Via dei Colli.
E volevo che ricordasse un altro celebre giardino che avevo visitato quando ero venuta a Bordighera la prima volta. Apparteneva a un tale, Francesco Moreno, un ricchissimo commerciante di olio e limoni. Praticamente era riuscito a ricreare le paradis terrestre… Pensi, aveva ospitato addirittura le peintre Claude Monet, che vi realizzò dipinti meravigliosi, mi sembra nel lontano 1884…

Poi c’era il loggiato dove passavo molto del mio tempo, l’avevo arredato con tavolini e sedie in giunco dove potersi rilassare a leggere o a dipingere e avevo fatto aggiungere enormi vasi di azalee e di palme … Da lì potevo, inosservata, guardare l’andirivieni dei bordigotti illustri, ignari della mia presenza.

6- In tutti questi anni bordigotti, non c’è mai stato un amore? Qualcuno che L’ha corteggiata? 

Eh, hanno chiacchierato molto sul poeta Carducci che però non frequentava Bordighera…anche sul mio chauffeur o coiffeur, forse la gente confondeva le due parole, mah! Lo chiamavano il Cavaliere Cariolato. Lui mi accompagnava nelle mie pazze corse in macchina e, con fare gentile, mi sistemava i capelli…

La fotografia in bianco e nero è tratta dal catalogo della mostra « Gressoney e Margherita di Savoia » del 1989 allestita al Castel Savoia. Luigi Beck Peccoz è l’uomo sulla sinistra.

In realtà solo un uomo ha saputo toccare le corde del mio cuore e non era di Bordighera e non era nemmeno il re, ma era di Gressoney, in Val d’Aosta, il conte Luigi Beck Peccoz. Ci univano tante cose e solo con lui mi sono sentita amata, come ogni donna dovrebbe essere. Mi ha corteggiata con un mazzetto di stelle alpine e mi ha insegnato i passi da fare sul sentiero della vita. Fuggivo in montagna  per vivere in segreto il mio amore.
Poi mi spezzò il cuore morendo e lasciandomi sola: gli anni di Bordighera erano lontani da quella passione, ma ho sempre portato con me le stelle alpine che mi aveva donato, essiccate tra le pagine di un libro. Ogni tanto le riguardavo, fingendo di leggere nel loggiato della villa e mi sentivo, malgrado l’età non più giovane, come Lucy in attesa del ritorno del suo dottor Antonio. (“Il dottor Antonio” di Giovanni Ruffini, libro ambientato a Bordighera e che diede notorietà internazionale alla cittadina, ndr )
Quella è stata l’unica mia esperienza profondamente romantica, e per tutta la vita l’ho conservata dentro di me.

7- C’è qualche ricordo a cui tiene e che ci vuole affidare, adesso che è passato tanto tempo?

Sì, ma per favore, non lo dica dappertutto. Il ricordo riguarda le mie ultime ore trascorse presso i cari amici bordigotti e il mio ultimo viaggio. Per essere precisa tra il quattro di gennaio del 1926, quando emisi il mio ultimo lieve sospiro e il nove, quando un lunghissimo corteo mi accompagnò alla stazione e presi il treno che mi avrebbe portata lontano dalla mia amata Bordighera… ma sono Regina e il mio posto era a Torino o a Roma al Pantheon.

La mia dipartita provocò un clamore incredibile, vennero a visitare la mia salma aristocratici da tutta Europa e persone umili, che addirittura dormivano nelle aiuole, pur di riuscire a rendermi l’ultimo saluto…

Il mio infaticabile e fidatissimo telegrafista, Arturo Giacobbe, inviava e riceveva telegrammi incessantemente, riuscii persino a leggere l’articolo della funzione funebre del sette gennaio, celebrata di fronte a una folla immensa punteggiata da bandiere, gagliardetti, pennacchi variopinti e al profilo impressionante delle montagne francesi adagiate sul fulgido mare di Bordighera… Sembrava di essere in un quadro impressionista…

Ma il ricordo più emozionante e commovente di quei giorni fu proprio l’ultimo viaggio verso la stazione di Bordighera e il mio treno personale (sa quanti aller-retour ho fatto in quei dieci anni di vita qui in Liguria? Tantissimi…) Erano tutti lì, certo, la mia famiglia in primis, i ministri Lanza di Scalea e Rocco, fra gli altri… Ma l’ultimo ricordo voglio dedicarlo a loro, ai miei amici bordigotti che, con affetto, devozione e con i loro talenti mi sono sempre stati vicini e hanno allietato il mio soggiorno, l’ultima gioiosa stagione che mi è stata concessa dal Signore…
Fra i mazzetti di margherite che ricoprivano le strade sul  mio percorso, i rintocchi, solenni e tristi, delle campane, i lampioni accesi coperti da panni neri che diffondevano una luce straniante, le bandiere a mezz’asta,
Enfin… il treno, dolcemente e nel silenzio attonito, si mosse.

*

Intanto la luce cede alla notte. Non ce ne accorgiamo: come nei viaggi veri.
La Regina ora tace, sorride, si congeda con eleganza.
Il marmo riprende il suo posto, il sorriso si pietrifica.
Ma resta il movimento.
Resta l’idea che regnare, forse, significhi attraversare.

Intervista immaginaria a cura di Eraldo Mussa
 

Ps: Grazie a Silva Alborno e Carmen Ramò per avere brillantemente  impersonificato la Regina Margherita, autrici del libro “Il telegrafista di Margherita” (Il Leone Verde edizioni, Torino ) al quale l’intervista è liberamente ispirata;
-Le fotografie in bianco e nero sono del Fondo Benigni – Collezione Comune di Bordighera, Biblioteca Civica Internazionale.

https://it.wikipedia.org/wiki/Margherita_di_Savoia

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Eraldo Mussa
Torinese, cresciuto in Liguria al confine con la Francia, forse per questo mi sono sempre sentito un “altro italiano”. Laureato in Lettere, giornalista, rallysta e pubblicitario nella vita professionale. “Se unisco i punti della mia vita, le automobili sono state il mio fil rouge.” Contatto: eralmussa(at)gmail.com

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