1993/1994: I turisti cecchini di Sarajevo

La “pillola” novembrina di Puppo.
Gli anziani erano in omaggio; le belle ragazze e i bambini, i bersagli più costosi. Tra il 1993 e il 1994, durante l’assedio di Sarajevo, venivano organizzate battute di caccia all’essere umano, per turisti
(per così dire) americani, canadesi, russi, francesi, greci. E italiani. Particolarmente benestanti, visto che per un fine settimana spendevano l’equivalente di qualche centinaio di migliaia euro di adesso. Il giornalista Ezio Gavazzeni si è messo sulle tracce dei tiratori italiani, e, proprio pochi giorni fa, la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta, per omicidio volontario aggravato (reato che, pur se lontano nel tempo, non si prescrive). Gli italiani coinvolti, secondo Gavazzeni, potrebbero essere addirittura un centinaio: tra loro (si dice), imprenditori, medici, avvocati. Secondo un ex ufficiale bosniaco, Edin Subašić, “tutti appartenenti alla cerchia di persone ricche e probabilmente influenti nelle loro comunità”.  Voci che l’inchiesta dovrà confermare.

A Sarajevo si viveva sotto il fuoco dei cecchini.

Adriano Sofri (che al tempo dei fatti era sul posto, da corrispondente dell’Unità, e sarà ascoltato dalla procura) ha scritto: « che (i cecchini, ndr) ci fossero, entusiasti e numerosi, era universalmente conosciuto ».  Questa storia atroce era stata già raccontata nel 2022 in un documentario, Sarajevo Safari, di un regista sloveno (Moran Zupanič). Da Belgrado, un elicottero delle milizie di Radovan Karadžić (presidente della Repubblica serba di Bosnia) portava i “turisti” sulla collina sopra Sarajevo. Tariffario à la carte, appunto, a seconda del bersaglio. Alcuni sparavano il primo colpo solo per ferire (è lì che si vede il tiratore più che abile), e riprendevano il tiro a segno, per uccidere, solo all’arrivo dei soccorsi. Nel 2007, un testimone americano, ai processi per i crimini di guerra nell’ex Jugoslavia, disse che, se passava una famiglia, i turisti-tiratori miravano al più giovane; in un gruppo di ragazze, a quella giudicata la più attraente. Nel 2014 ne parlò il libro « I bastardi di Sarajevo », di Luca Leone.

Di fronte alle guerre, agli orrori, si cercano spesso (e giustamente) spiegazioni razionali: interessi economici, difficoltà materiali, ambizioni territoriali, lotte di potere. Certo: c’è tutto questo. La storia dei turisti-cecchini di Sarajevo ci ricorda però che c’è anche qualcos’altro. Qualcosa che conosciamo bene (è vecchio come il mondo, non ci ha mai lasciati un istante), ma che a volte facciamo finta di non vedere. Un memorabile libro di Friedrich Dürrenmatt, Il sospetto, racconta la storia di un ex aguzzino nazista: un chirurgo che dopo la fine della guerra, sotto falsa identità, opera le sue vittime senza anestesia. Proprio come faceva nei lager, attirando volontari con la promessa di liberarli se fossero sopravvissuti. Il chirurgo-boia spiega, nel finale, che lo fa per una sorta di fede (mostruosa) nella libertà assoluta dell’individuo. È in quei volti deformati dalla sofferenza, dice, che io vado a prendermi quella mia libertà.

I bambini di Sarajevo cresciuti nella guerra.

La storia di Sarajevo ci ricorda che il mondo dell’aguzzino di Dürrenmatt non è finzione letteraria: è esattamente quello in cui viviamo. E che il male non è solo un prodotto di condizioni materiali; e neppure il dono tremendo di un agente esterno, il demonio, o il risultato di un complotto di pochi malvagi, come ingenuamente (e pericolosamente) sembrano credere molte persone.  I turisti-cecchini di Sarajevo sono emblema della banalità di un male totalmente privo di scopo, puro delirio psichico, presunzione di onnipotenza, che non si nasconde neppure dietro una fede, una bandiera, o un’ideologia, per quanto aberrante. Un male divenuto prodotto di consumo, gita, giocattolo di fruizione erotica, che assomiglia molto a quello dei sadici gerarchi fascisti del film (celebre e inguardabile) di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma.

Mi accorgo che stavo cominciando a scrivere, per concludere, la frase «questa disumana follia…». Anche in me, quindi, agisce un riflesso difensivo: la volontà di allontanare da me, disumanizzandolo, qualcosa che invece fa parte della psiche e della storia umana. Proprio come il Mr. Hyde di Stevenson non è un’altra persona, o il « mostro » caro agli stereotipi della cultura vittoriana, ma una parte dell’anima dello stimato, pacifico Dottor Jekyll.  Conosceremo, forse, tra un po’, i nomi e i volti di chi è andato a uccidere per divertimento. Probabilmente ci sorprenderemo a trovarli normali, del tutto simili a noi. Perché questa specie di calma del nostro mondo civile è solo un’apparenza, solo un velo sottile, come cantava Giorgio Gaber, proprio ai tempi delle guerre jugoslave.

Maurizio Puppo

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Maurizio Puppo
Maurizio Puppo, nato a Genova nel 1965, dal 2001 vive a Parigi, dove ha due figlie. Laureato in Lettere, lavora come dirigente d’azienda e dal 2016 è stato presidente del Circolo del Partito Democratico e dell'Associazione Democratici Parigi. Ha pubblicato libri di narrativa ("Un poeta in fabbrica"), storia dello sport ("Bandiere blucerchiate", "Il grande Torino" con altri autori, etc.) e curato libri di poesia per Newton Compton, Fratelli Frilli Editori, Absolutely Free, Liberodiscrivere Edizioni. E' editorialista di questo portale dal 2013 (Le pillole di Puppo).

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