Una storia ungherese, di Margherita Loy

“Una storia ungherese” pubblicato da un raffinato editore, la casa editrice romana e indipendente Atlantide. A firmarlo è la scrittrice Margherita Loy. Da molti anni vive nella campagna lucchese, ha pubblicato con Gallucci diversi libri per bambini ed è adesso al suo esordio narrativo: un esordio fulminante. ‘Una storia ungherese’ è ambientato nel gennaio 1945, in un mondo in cui la gente improvvisamente si scopre razzista, accecata dall’odio, assetata di violenza, Kinga, vent’anni, rifugiata in una cantina di Budapest, scrive. Scrive perché tornare con i ricordi nella casa di campagna in cui ha vissuto insieme alla nonna diventa ora l’unica forma di libertà.

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recensione Altritaliani‘Una storia ungherese’ di Margherita Loy

Gennaio 1945. Bombe e artiglieria distruggono Budapest. L’Armata Rossa stringe l’assedio intorno alla città. L’esercito tedesco non intende retrocedere. Kinga, vent’anni, rifugiata nella cantina, scrive: un diario di prigionia, un eco a Anna Franck e a tutte le scritture di cattività durante lo scatenarsi della follia guerriera.

Degli innocenti scrivono e testimoniano le privazioni di acqua, cibo, dignità e intimità, il confrontarsi quotidiano con la morte, la perdita fatale della cultura, del vivere civile in comunità, l’incontro con la miseria assoluta. Narrare, essere presenti nell’inferno della guerra urbana, attenti come animaletti paurosi ai rumori, ai segni della morte, alle esplosioni, alle assenze. Soprattutto scrivere per essere vivi.

A Budapest tre donne e un ragazzo abitano con altri rifugiati nella cantina del loro immobile sotto le bombe; una di loro si estranea via la scrittura, recupera minuti e giorni preziosi come doni della vita che pure è tenace. Margherita Loy porta alla luce un manoscritto, ritrova fra le carte del suocero Manfredo un dossier scritto dalla madre Alinka a proposito del “Siege of Budapest”. Un episodio della fine Seconda Guerra mondiale che pochi conoscono: quando l’Ungheria di allora era alleata del governo nazista e nella civilissima e cosmopolita Budapest ogni giorno si scivolava verso il razzismo e l’odio.

Dice Kinga: “L’odio non è germogliato all’improvviso. Oh no. Io ho visto la gente di Budapest cambiare”. Un “cambiamento” subdolo, graduale. Eppure in Ungheria le tradizioni della MittelEuropa, retaggio dell’amministrazione asburgica, furono un esempio di cosmopolitismo e d’intelligenza, la governance dell’impero prevedeva l’uso e l’abuso delle culture dei popoli federati e sottomessi al potere centrale: effetti negativi di oppressione ma circolazione di idee e scuole di alta amministrazione (che poi anche Napoleone copierà e fino a noi anche negli Stati Uniti) la creazione di una burocrazia di Stato efficace e competente con alti funzionari fedeli (durante il regno di Maria Teresa d’Austria un esempio sono i nostri “Lumbard”, allora Philosophes, Pietro Verri e Cesare Beccaria).

In seguito leggeremo le celebri storie di amministrazione e di vita quotidiana in quell’Europa, narrate in romanzi malinconici e splendide testimonianze di Schnitzler, Von Rezzori, Heinrich Böll, Musil, Canetti… fino a uno scrittore ungherese, Sandor Màrai, che scrive ‘Volevo tacere’, un romanzo (Adelphi) che tratta proprio della vergogna ungherese durante il Terzo Reich. L’amministrazione della Felix Austria, che si conclude nel gigantesco bagno di sangue e di orrori delle due guerre, si sfalda in questo libro con le sembianze consunte della fine di un’epoca.

La “Storia ungherese” prende vita da Budapest morente all’Italia dove Kinga finirà i suoi giorni inseguendo il sogno di un padre italiano che si perse nell’abbandono durante la tragedia ungherese. Il tempo del racconto della Loy si snoda diacronico e luminosamente dispiegato su spazi paralleli. Di quel mondo perduto che fu dominio degli imperi centrali restano le rovine della perla imperiale Budapest. Ma all’inizio fu un regno abitato da visioni larghe che mai si offuscarono più del dovuto a causa di discriminazioni legate alle confessioni religiose, etnie etc. Il principio di base erano le élites: aperte, aristocratiche e anche borghesi ma salde, dominate dai miti della tolleranza e dello scambio.

Si diceva Felix Austria e Felix Ungaria, ma il nazionalismo sempre s’infiltra e stilla veleni, odi e passioni inconfessate, soprattutto fra gli spiriti deboli e appassionati di potere violento e non attenti al bene comune. L’Europa di allora divenne un vulcano di nazionalismi sfrenati, ambizioni brucianti, deliri di potere e di odio. Quindi vittime a profusione e distruzioni di fragili equilibri che questo libro mette in luce. Un’opera di fattura e di scrittura delicate e tutto in preziosi ricami ungheresi con affondi in un realismo forte: un documento bruciante, un monito all’Europa di oggi che scivola verso le discriminazioni, le insofferenze, l’odio razziale.

Kinga ama un giovane ebreo e scrive per non dimenticare il loro incontro. In un altro tempo e luogo: ora a Budapest si massacrano gli ebrei, gli zingari. A quel tempo luminoso si rivolge la rimembranza di Kinga e questo impianto di doppia scrittura diventa un palinsesto secondo la bella e calzante definizione di Gérard Genette:

« Un palimpseste est un parchemin dont on a gratté la première inscription pour en tracer une autre, qui ne la cache pas tout à fait, en sorte qu’on peut y lire, par transparence, l’ancien sous le nouveau. On entendra donc, au figuré, par palimpsestes (plus littéralement : hypertextes), toutes les œuvres dérivées d’une œuvre antérieure, par transformation ou par imitation…»

Il testo nascosto è quello del tempo felice, il romanzo che ognuno scrive di sé, l’opera anteriore che giace nei sogni e nelle aspirazioni del tempo rituale di passaggio dall’infanzia alla giovinezza, lontano dagli orrori e Kinga lo vive in una dimora ancestrale a contatto con la matriarcale nonna Oma, con la famiglia materna, con le figure protettrici di un universo chiuso come un giardino dove vive una famiglia erede dell’aristocrazia ungherese ancora legata ai riti della pianura magiara e della terra. Questo spazio celato che emerge dal racconto “tiene” il tempo della prigionia e dell’orrore, dona alla protagonista la forza di affrontare il reale e di dominarlo.

Sottili sono i riferimenti al modificarsi del tessuto morale a contatto con l’ideologia nazionalista, nazista di una cultura magiara ancora legata a quella mitteleuropea, ma fragile e debole, spinta per ignavia verso lo spregio e l’indifferenza nei confronti di quelli che un tempo (ebrei, zingari, poveri) erano insieme, erano “noi” ma più deboli e già diversi. Questo decadere è la malattia della guerra, qualsiasi guerra, anche economica, come quella che stiamo vivendo, lo sfaldarsi delle coscienze nell’egoismo. Il pericolo maggiore.

Il libro palinsesto espone due paesaggi, due “Storie ungheresi” diverse e contraddittorie, in cui l’immagine di Budapest catacomba e sentina sembra predire un futuro tetro e violento a noi tutti. Dietro il testo dell’assedio c’è la descrizione di una società solidale, organizzata nel “castello” di nonna Oma, retta dai principi del vivere insieme in armonia, anche se i conflitti emergono e sussistono le differenze, anche di classe, ma il tutto è vissuto seguendo il ritmo di un tempo lungo, antico, tollerante. La guerra e la prigionia accelerano i tempi del racconto e ne sfasano il senso. In questi giochi di ombre si nasconde la bellezza di quest’opera morale-romanzo di prigionia e di riscatto.

Maria G. Vitali-Volant

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Una storia ungherese‘, Margherita Loy, Roma, edizioni Atlantide, 2018, 20€ – 208 pagine

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L’AUTRICE:

Margherita Loy è nata a Roma nel 1959. Vive a Lucca, in campagna, con il marito pittore, tre figli e tre cani. Ha scritto alcuni libri per bambini, tutti pubblicati da Gallucci Editore. Ha lavorato a Radio3 Rai. Una storia ungherese è il suo primo romanzo.

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