L’Appunto mensile di Alberto Toscano – aprile 2021

Ricordate i bar e i ristoranti dove infilavamo gagliardamente le mani nella vaschetta di noccioline da cui altri individui s’erano appena serviti con pari cupidigia? Roba da matti!  Alla riapertura dei locali pubblici, le arachidi dovranno essere offerte nel loro guscio. Il decreto governativo a questo riguardo avrà come corollario la disinfezione obbligatoria dei ciotolini pieni. Il  XXI secolo sarà igienico o non sarà. I batteri devono battere in ritirata da ogni superficie a portata di dita. Apple e Samsung si contenderanno il brevetto di un telefonino da mettere in lavastoviglie alla fine d’ogni pasto. Con i piatti sporchi. Miele e Whirpool studieranno un sistema per interrompere il lavaggio ad ogni squillo. Anzi, le chiamate verranno divise in due categorie: quelle che comporteranno l’automatico arresto della macchina, consentendo la risposta agli interlocutori che avremo battezzato «di serie A», e quelle a cui verrà trasmesso uno speciale segnale d’occupato, mandando a quel paese gli interlocutori da noi considerati di serie B. La pandemia non elimina le gerarchie sociali ; semmai il contrario.

Ricordate i tempi in cui guardavamo con stupore i turisti cinesi con la mascherina su naso e bocca ? Ci chiedevamo se fossero matti o malati. Dopo la pandemia, faremo forse come loro. Ma con una differenza. Vivendo nella cattedrale dell’eleganza (l’insieme franco-italiano) scruteremo al TG il meglio della prossima collezione di mascherine autunno-inverno, che acquisteremo poi durante i saldi. Le sceglieremo accuratamente nel guardaroba sulla base delle tonalità del nostro umore e delle tinte dei nostri abiti. Avremo solo l’imbarazzo della scelta : bianche o colorate, generiche o griffate, inodori o profumate, tutte lisce o un po’ bucate, tricolori o eurostellate, per l’inverno o per l’estate, con immagini scontate di scenette sdolcinate o con foto strampalate di esistenze tormentate. Saranno comunque mascherine da noi collaudate, con labbra tenere e narici delicate.

Resta solo da capire se ci abitueremo a convivere con i virus della famiglia Corona così come facciamo da tempo con gli incidenti stradali, con l’Aids, col terrorismo e così via. È soprattutto l’ignoto ad allarmarci. L’ignoto ci spaventa ancor più del sangue. Quando i drammi entrano nella nostra routine, siamo più tranquilli perché crediamo di aver preso le misure di quello che può succederci. « On s’habitue, c’est tout ! », cantava Jacques Brel, secondo cui noi tutti abbiamo la propensione ad abituarci a qualsiasi cosa, senza dimenticare nulla: « On n’oublie rien de rien, on n’oublie rien du tout ! » è l’altra frase più nota della stessa canzone. Non sono affatto sicuro che il grande Brel avesse ragione nello stabilire un rapporto diretto tra abitudine e memoria. Abituandoci al pericolo, ne dimentichiamo talvolta le possibili conseguenze. La routine (qualunque essa sia) ci tranquillizza, ma abbiamo al tempo stesso la tentazione dello « Scurdammuce ‘o passato », secondo quanto recita un’arcinota tarantella. L’uomo e la donna sono animali a memoria corta. I topolini (e le topoline) osservano e ricordano l’esperienza dei loro malcapitati colleghi che mettono le zampe in una trappola. Agli esseri umani basta una serata davanti al televisore, magari con un talk-show ben orchestrato, per farsi incantare da chi le trappole le semina di professione.

Tra queste trappole c’è un ragionamento che alcuni utilizzano da oltre un anno per relativizzare l’epidemia. Dicono : « Molte vittime sono persone anziane e malate, che sarebbero morte comunque ! ». A parte il fatto che non conosco persone destinate a non « morire comunque » (prima o poi, senza sapere quando), mi pare assai maleducato banalizzare la morte di alcuni solo perché hanno i capelli bianchi. Il 13 aprile ho letto su un quotidiano italiano il titolo « A giugno over 60 finiti » e ho avuto un riflesso di comprensibile inquietudine. Mi sono detto : « Se hanno deciso che in giugno la faranno finita con i sessantenni, vuol dire che di me si sbarazzeranno già in maggio! ». Per fortuna l’articolo parlava delle future vaccinazioni e in questo caso gli anziani non hanno nulla da temere. Hanno solo da sperare.  Problema : abituandoci a convivere con la malattia, noi rischiamo di sottovalutare i pericoli che ne derivano. Anche i numeri ci fanno sempre meno sensazione e questo è davvero gravissimo, perché alla strage non possiamo e non dobbiamo assolutamente abituarci. Convivere col virus è una cosa ; dargli partita vinta è un’opzione ben diversa. Dobbiamo guardare, pensare e ricordare.

All’inizio del 2020, il livello dei dieci, dei cento e dei mille morti – come vittime complessive del Covid – fu uno choc per molti di noi, ma fu irresponsabilmente relativizzato da altri. Quando i nostri paesi giunsero alle dieci vittime, qualcuno reagì alla generale atmosfera d’inquietudine dicendo : « Perché preoccuparsi ? E’ meno del numero quotidiano dei morti della strada ! ». Alla notizia delle cento vittime, quelle stesse persone dissero : « Non esageriamo ! Ogni mese i morti sulle strade sono molto più numerosi ! ». Alle mille vittime il paragone dei « minimizzatori » è stato col bilancio annuale dell’ecatombe sull’asfalto, a cui siamo purtroppo assuefatti. Adesso che i morti di Covid sono tantissimissimi e che i possibili paragoni cominciano a scarseggiare (resterebbe il terremoto di Messina, che nel 1908 fece 120 mila vittime), c’è chi vorrebbe soltanto far finta di niente pur di riprendere una vita normale. Mettere gli occhi sotto la sabbia. Quanti struzzi !

©KAK

Il 15 aprile la Francia ha tagliato lo spaventoso e inimmaginabile traguardo delle centomila vittime di Covid. La notizia è stata digerita senza troppi problemi, proprio com’era accaduto qualche settimane prima in Italia. Da italiano che vive in Francia, vorrei fare quattro conti e qualche riflessione in vostra compagnia, concludendo con una domanda a cui non riesco a trovare risposte esaurienti (ma sarebbe molto bello – o molto sciocco – se ci ponessimo solo le domande a cui sappiamo in anticipo d’essere capaci di rispondere alla perfezione!). Stando ai dati ufficiali, il paragone tra il numero delle vittime francesi e italiane – nella cornice della tragedia globale del Covid – ha qualcosa di impressionante e di sconcertante sulla base dei dati relativi agli ultimi mesi.

Il 7 ottobre 2020 il numero totale dei decessi di Covid ha superato in Italia il livello – allora giustamente considerato catastrofico – di 36 mila unità (per l’esattezza 36.061). Quello stesso giorno le vittime francesi sono arrivate a quota 32.365. La differenza era dunque di 3.696 vittime in più nella Penisola rispetto all’Esagono. Il trend andava allora verso un appiattimento di questa stessa differenza, scesa a 2.820 il 20 ottobre e a 1.624 alla data (ahimé simbolica !) del 2 novembre. Martedì 10 novembre il numero totale delle vittime nei due Paesi era quasi uguale : 42.330 in Italia e 42.270 in Francia, con una differenza di 123 decessi.

Poi c’è stato un netto cambiamento, con una chiara inversione del trend a detrimento dell’Italia. Il 24 novembre – quando il presidente Emmanuel Macron ha parlato di Covid in uno dei suoi celebri discorsi radiotelevisivi urbi et orbi – il divario aveva già ricominciato ad allargarsi : il totale delle vittime italiane superava di 1.069 unità quello delle vittime francesi. Cambia il mese, ma la tendenza rimane la stessa : martedì primo dicembre il totale delle vittime italiane è superiore di 2.855 unità a quello del totale delle vittime francesi, il 4 dicembre siamo a 4.085 e l’8 dicembre a 4.888. A questo punto il divario tra le vittime dell’epidemia nei due Paesi è sugli stessi livelli esistenti a seguito della prima ondata. Poi, però, la situazione italiana continua a deteriorarsi in modo particolarmente grave. Il 22 dicembre il bilancio ufficiale francese arriva a 61.702 morti (di cui 42.507 all’ospedale) e quello italiano è di 69.842. Differenza : 8.140. Il giorno di Capodanno le cifre sono 64.765 per la Francia e 74.621 per l’Italia, con una differenza ormai vicina alle diecimila vittime. Poi il divario si stabilizza per un certo periodo intorno alle undici-dodicimila vittime. Si stabilizza in un contesto estremamente critico per ambedue i Paesi e per l’Europa intera, dove l’epidemia – rilanciata dalla cosiddetta « variante inglese » – è ormai un nuovo tsunami. Martedì 9 febbraio la Francia supera il livello di ottantamila morti (80.147) e l’Italia oltrepassa la barriera dei 92 mila (92.002). Martedì 23 febbraio la Francia è a 85.070 morti e l’Italia ne totalizza 11.278 in più. Esattamente una settimana dopo, il 2 marzo, siamo a una differenza di 11.042 unità. Ancora due settimane e il 16 marzo siamo a 11.805.

Il divario torna in seguito ad allargarsi pesantemente. Martedì 23 marzo (come vedete, ho una propensione a scegliere i martedì e i venerdì, giorni della settimana in cui la Francia ritocca il computo delle sue vittime, aggiungendo i dati delle case di riposo a quelli degli ospedali, che vengono comunicati quotidianamente) i morti nell’Esagono arrivano a 92.935 e quelli nella Penisola a 105.879 per cui la differenza sfiora ormai le 13 mila unità. Venerdì 9 aprile la differenza arriva a 15.184 vittime e concludo questo conteggio con le cifre ufficiali di martedì 13 aprile, quando le cifre francesi e quelle italiane sono arrivate rispettivamente a 99.508 e a 115.088 morti, con una differenza di 15.580. Vi ho trascinati sul macabro terreno di questa atroce aritmetica perché è importante focalizzarsi sul problema posto dalla differenza – davvero impressionante – nel numero delle vittime nel periodo compreso tra l’autunno 2020 e la primavera 2021. Perché quei quindicimila morti in più in Italia che in Francia nello spazio di cinque mesi ? Questa domanda mi perseguita. Esattamente due secoli fa, proprio di questi giorni, un signore (che preferiva occuparsi delle epidemie di due secoli prima) usava rispondere alle domande difficili con la frase « Ai posteri l’ardua sentenza ! ». Noi non possiamo permetterci questo lusso.

O la domanda non ha senso (per esempio perché si pensa che i dati francesi siano inesatti) oppure vi tocca aiutarmi a cercare una risposta. I dubbi sull’affidabilità dei dati francesi sono stati espressi da vari media dell’Esagono il 15 aprile in coincidenza col passaggio della barriera delle centomila vittime. Uno di quei dubbi è fondato, visto che le statistiche ufficiali francesi non tengono conto di chi muore in casa. Anche quando gli interessati sono affetti da Covid, questi decessi non vengono di norma inseriti nel calcolo delle vittime della malattia. Il sistema di computo francese non è però sostanzialmente cambiato tra l’autunno (quando si è arrivati a una differenza minima di un centinaio di vittime) e la primavera. Se i criteri del computo sono gli stessi di prima, l’obiezione non può essere considerata fondamentale (a meno di pensare che il governo francese abbia deciso di colpo – cosa davvero poco plausibile – di inquinare completamente i dati per ingannare i connazionali). Dunque preciso e rettifico le prime parole di questo capoverso : la domanda ha senso anche se si pensa che i dati francesi contengano qualche rilevante inesattezza. Noi dobbiamo ragionare sulla base delle statistiche a nostra disposizione, ben sapendo che critiche (tra loro diverse) sono state mosse sia al sistema di calcolo francese sia a quello italiano.

In occasione di varie trasmissioni televisive italiane ho visto giornalisti chiedere ai propri interlocutori – fossero essi virologi o tuttologi – le ragioni di un bilancio tanto pesante sul territorio della Penisola. Alcuni mettono il numero delle vittime in relazione con l’elevato numero dei contagi, ma questa non è certo una risposta alla questione sul paragone Italia-Francia: è vero che in Italia ci sono stati molti contagi, ma in Francia ce ne sono stati ancora di più. Ad esempio, nel paio di settimane tra il 31 marzo e il 13 aprile di questo 2021, i casi sono stati 232.021 in Italia e addirittura 520.944 in Francia. Dunque, nel rapporto tra i due Paesi, la bilancia del contagio pesa in modo opposto a quello delle vittime. Anche l’indice dei positivi sui tamponi effettuati è, in questo mese d’aprile, superiore in Francia rispetto all’Italia. Altri sottolineano un dato indiscutibile:  l’elevata incidenza degli anziani rispetto al totale della popolazione italiana. Ma questo rilievo non risponde alla domanda sulla differenza nel numero delle vittime tra i due Paesi : la popolazione francese è maggiore di quella italiana e dunque il numero assoluto degli anziani nei due Paesi non è molto diverso anche se l’età media della popolazione francese è più bassa.

Infine ci sono persone che – basandosi talvolta su pregiudizi – pensano che tutto sia dovuto a una differenza qualitativa tra i sistemi sanitari dei due Paesi. Premesso che questo non risponderebbe comunque alla mia domanda (anche ammettendo una differenza qualitativa tra i due sistemi, la situazione sarebbe stata la stessa nella primavera 2020, nell’autunno 2020 e nella primavera 2021), vorrei dire una parola al riguardo. Francamente la mia sensazione e la mia esperienza inducono a pensare che ambedue quei sistemi sanitari siano complessivamente di buon livello. Malgrado le recriminazioni ricorrenti in Italia e in Francia, credo che la sanità pubblica di questi due Paesi abbia poco da invidiare a quella altrui. L’epidemia di Covid ci impone tuttavia di migliorare quel livello nonostante il costo che ciò rappresenta per le finanze dello Stato e degli Enti locali.

Il Covid ci sta imponendo una rivoluzione culturale : le considerazioni finanziarie perderanno – almeno nella sanità – un po’ del peso che avevano acquisito in precedenza nel nome del rispetto dei parametri europei sul deficit della finanza pubblica. Oggi – e ancora per i prossimi due o tre anni – la parola deficit ha (e avrà) un suono ben diverso. C’è voluto il Covid per dimostrarci, ad esempio, che il numero dei posti letto negli ospedali, in generale, e nei reparti di terapia intensiva, in particolare, era insufficiente a fronteggiare eventuali situazioni d’emergenza. Molti medici francesi hanno protestato negli anni scorsi contro il taglio dei posti letto e contro la chiusura di ospedali considerati « secondari ». In Italia il sistema sanitario è stato regionalizzato in condizioni che lasciano l’amaro in bocca a molti cittadini della Penisola. Affidando in questo campo il potere alle regioni, le scelte italiane di fine Anni 90 hanno ampliato le influenze politiche sul sistema sanitario. Oggi le conseguenze di quelle scelte complicano la relazione Stato-regioni nel momento in cui c’è assolutamente bisogno d’intesa e d’efficacia per lottare contro la pandemia. Sia in Francia sia in Italia, l’emergenza Covid ha insomma fatto venire al pettine nodi molto diversi tra loro.

Questa è del resto l’utilità dei periodi di crisi, che costringono tutti a osservare i problemi nella loro gravità e a cercare soluzioni per evitare che la barca affondi. Credo che in ogni Paese al mondo esista un proverbio popolare per dire che si può (e si deve) imparare qualcosa anche dalle situazioni più difficili. Allora cerchiamo di imparare anche oggi, senza seppellire le lezioni di questi mesi insieme alle vittime della malattia. Possiamo farlo anche se abbiamo paura del Covid. La paura è un’ingombrante compagna di strada, ma è pur sempre meglio della rinuncia e del fatalismo. La paura di un anno fa ci ha spinti a misure di prudenza che si sono rivelate utili finché abbiamo avuto il buon senso di applicarle tutti quanti in modo rigoroso.

Un bel disegno di Plantu

La paura può esser una dimostrazione di impegno e di volontà : il riflesso di una scelta coraggiosa, la fiammella di una speranza. Scrivo queste righe dopo aver fatto colazione con un amico a cui ho preparato un piatto di rigatoni alla carbonara (naturalmente col pecorino e non col parmigiano). L’amico in questione, il disegnatore Plantu, è arrivato con gli agenti della sua scorta. Dà un senso di paura, di tristezza – ma anche di impegno e di coraggio – il fatto che un disegnatore satirico, che da mezzo secolo fa egregiamente il proprio mestiere, debba circolare sotto scorta (proprio come in Italia accade al giornalista Roberto Saviano) perché si teme che qualche terrorista voglia spezzare la sua matita. Le minacce non possono distruggere la libertà di stampa e il diritto di tutti noi di esprimere il nostro pensiero.  Sono passati sei anni da quando alcuni estremisti islamici hanno massacrato a Parigi disegnatori e giornalisti del settimanale satirico Charlie Hebdo e – anche su questo terreno – dimenticare il passato significherebbe esporre la nostra società a nuovi pericoli. La satira può piacere o non piacere. A me capita di non apprezzare affatto alcuni disegni o alcuni articoli pubblicati da Charlie Hebdo,  ovviamente ciò non mi ha impedito di sfilare quel gennaio 2015 per le strade di Parigi con un cartello « Je suis Charlie ». Il fatto che apprezziamo o non un disegno o un articolo non ha assolutamente nulla a che vedere con la necessità di difendere la libera espressione di chi lo ha realizzato. Se la rinuncia alla libertà è il prezzo dell’assenza di paura, allora vale la pena di accettare la paura.

Tra gli articoli di Charlie Hebdo di questo aprile (per l’esattezza nel numero del 7 aprile) c’è un delizioso omaggio a qualcuno che aveva un senso tutto particolare della satira, visto che è arrivato addirittura a mettere il papa all’inferno. Proprio non immaginavo che uno degli omaggi più simpatici a Dante Alighieri sarebbe arrivato da un giornale iconoclasta come Charlie Hebdo. Dunque voglio leggervi qualche frase dell’articolo dello scrittore francese Yannick Haenel, pubblicato appunto dal settimanale parigino e uscito all’indomani dal « Dantedì », il giorno dedicato al Sommo poeta. Eccole :

« Dantedì est un mot italien qui signifie le jour de Dante. Figurez-vous que l’année 2021 marque le 700e anniversaire de la mort du plus grand poète de l’Italie (à mon avis, le plus grand au monde). Et comme le 25 mars, jour de l’Annonciation – et premier jour de l’année dans l’ancien calendrier toscan -, marque, selon les spécialistes, le début de La Divine Comédie, c’est le jour qu’on a choisi pour le Dantedì. … Ecrit au XIVe siècle, cet immense poème théologico-existentiel vous donne la sensation qu’il s’adresse à vous, ici, tout de suite. Un type se perd dans une forêt, c’est-à-dire dans la vie (dépression, souillure). Le voici qu’il rencontre son idole Virgile, lequel l’accompagne au gré d’un voyage initiatique qui le remet en vie. Autrement dit, il l’emmène faire une cure de poésie. … La littérature est la poursuite du point le plus vivant. Vous sentez-vous privé d’esprit, de cœur, de désir ? Dante raconte musicalement ce retour du vif en vous, jusqu’au dernier vers, qui chante la plus grande aventure des sens et de l’esprit : « L’Amour, qui meut le Soleil et les étoiles ». Où en êtes-vous avec l’absolu ? C’est la seule question. Vous cherchez désespérément la vérité alors qu’elle a sa demeure en vous. La poésie ne sauvera plus le monde, hélas (il est allé trop loin dans l’autodestruction), mais elle vous sauvera, vous. »

Fa piacere davvero che le celebrazioni per i settecento anni della scomparsa di Dante Alighieri trovino un reale interesse al di fuori dell’Italia. Dante ci appare e ci riappare nel corso « del cammin di nostra vita ». Prima lo conosciamo a scuola, dove il rapporto con lui dipende in gran parte dalle capacità e dalla volontà di chi ce lo spiega. Poi lo ritroviamo a più riprese grazie a letture, a spettacoli o al fatto che ci tornano in mente frasi imparate a memoria fin dalle elementari o dalle medie. Frasi che riscopriamo, declinandole sulla nostra realtà del momento e interpretandole sempre come attualissime, perché Dante è capace di scavare nell’animo umano e le sensazioni non mutano col passare dei secoli. Davanti all’arroganza dei potenti, mi viene talvolta in mente il dantesco « vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole ; e più non dimandare ! ». C’è chi crede di imporci le proprie scelte, pensando persino di privarci del diritto di chiedere spiegazioni. Oggi come ieri, i potenti e i prepotenti sperano di metterci paura. Ma noi possiamo dire di no a costo di tenerci la paura. Può persino darsi che – dopo il Covid – anche la paura ci faccia meno paura.

Alberto Toscano

Link interno ai precedenti “appunti” di Alberto Toscano:
https://altritaliani.net/category/editoriali/appunto-di-alberto-toscano/
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6 Commentaires

  1. Tutte queste considerazioni vanno bene, ma ci si preoccupa poco della causa del problema. all’infuori delle idee complottiste sui virus allevati in laboratorio, pochi pensano che gli allevamenti intensivi ‘sono almeno vent’anni che lo ripeto) sono dei veri e propri vivai di virus che dall’animale passano all’uomo. Silenzio totale sull’argomento, per carità! le lobby dell’industria agoalimentare potrebbero risentirsi. e a tal proposito, quid delle porcherie della detta industria, che si ingurgitano consumando prodotti ultratrasformati? e l’inquinamento che usside in Francia 40.000 persone l’anno per danni alle vie respiratorie? Sì proprio quelle che attacca il Corona… Se non ci si decide una volta per tutte a risanare le succitate cause, di virus ne nasceranno di nuovi continuamente, anche se si sterilizzano le noccioline e il ballo in maschera continuerà.

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