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Fuori da leggere. Nuova rubrica sulle scritture contemporanee.

Amara Lakhous, Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio

Edizioni E/O, collana Assolo, Roma, 2006
mercoledì 29 gennaio 2014 di Ilena Antici

Scontri e incontri italiani.
Non è passato inosservato eppure non tutti lo conoscono. È discreto e rispettoso, non ha disturbato nessuno. Proprio come la maggior parte degli immigrati che vivono in Italia, questo libro circola invisibile dal 2006. Per fortuna, per gli invisibili e per gli indifferenti, qualcuno decide di scrivere. Per tutti.

Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio è un libro trasversale, che si adatta bene ad un corso di italiano per stranieri, alla lettura in una classe di adolescenti, alle riflessioni di un umanista. Questo scontro non ha stravolto il mondo letterario, fa parte di quella letteratura migrante che esiste e che è entrata persino nelle roccaforti degli studi universitari. Ma lo scontro raccontato da Amara Lakhous, scrittore algerino trasferitosi in Italia molti anni fa, è piaciuto perché è stato scritto da un immigrato o nonostante sia stato scritto da un immigrato? Nella sua lingua neutra, il confine tra italianità e etrangeté letteraria si fa fluido, trasporta il lettore nel piacere dell’ambiguità, della mescolanza.

Questo libro ribalta l’idea del razzismo e dell’estraneità con l’eleganza del dubbio e senza nessuna arroganza. La prima pagina è un’invettiva - non razzista, s’intende - contro la pizza. Un tale insulto gastronomico provoca subito nel lettore italiano doc uno shock di indignazione e di superiorità. Ma la descrizione del disgusto che Parviz, immigrato iraniano, prova per questo squisito piatto nostrano, è così precisa da diventare vera. “La pizza grande come un ombrello” consumata ad ore improbabili del giorno in tutte le città d’Italia – pizza unta e sostanziosa che tanto manca a noi italiani espatriati – allarga il suo profumo in modo sproporzionato, trascinandoci involontariamente dentro una sana, improvvisa e impensabile sazietà, non dissimile da quella che ci fa cambiare marciapiede quando passiamo davanti ai negozi in serie di kebab, intorno alle stazioni, già attivi alle 8 di mattina.

Ma che naso, e che occhi bisogna avete per capire questo libro? Di giallo c’è poco, solo la presenza discreta dei cinesi che si sentono in filigrana ma non sono mai protagonisti – proprio come i loro negozi a Piazza Vittorio, onnipresenti eppure silenziosissimi. Non è lì che accade qualcosa. Tutto si svolge dentro un palazzo, ma gli occhi dell’abitante italiano di certo non bastano. Non bastano perché ci vorrebbero almeno sei occhi: quello di un espatriato, quelli di un viaggiatore che abbia visitato almeno uno dei paesi degli immigranti (Bangladesh, Algeria, Iran, Perù…), e infine, bisognerebbe avere anche il paio di occhi di chi ha subito una volta in vita degli insulti nazionalisti.

Bisognerebbe avere più origini di quante una sola persona possa averne. Per gli occhi che ha e che chiede, questo è un romanzo che arriva dove la realtà non arriva e che ci riguarda tutti. Gli immigrati, gli autoctoni e gli emigranti. Chi resta, chi parte, chi arriva. Ci riguarda tutti perché ci dimostra che la multiculturalità è un’esigenza, una realtà ancor prima che un’idea. Siamo già circondati da qualcosa che di solito non conosciamo. A volte amiamo l’estraneità, per principio o curiosità, a volte la disprezziamo, per pregiudizi equivalenti, ma quasi mai la conosciamo, questa identità straniera che sceglie l’Italia o che per caso ci capita.

Questo libro piccolo, quasi un romanzo da spiaggia, obbliga a rimettere in discussione termini che abitualmente usiamo non più - o non solo - perché potrebbero essere offensivi, ma perché sono ormai ambigui, inesatti. Restano vuoti finché non li si riempie di umanità. Già nel titolo appaiono le sfumature : uno scontro è un incontro? E le civiltà di cui si parla, sono civili ? C’è un solo termine che si staglia senza ambiguità, parola dai contorni precisi e protetta dalla sapienza tecnica: l’ascensore.

Una scatola di metallo che trasporta da un piano all’altro, risparmiandoci la fatica antica delle scale. Emblema della modernità, simbolo dell’agio, questo spazio dai confini netti diventa spazio metaforico, di ascese e discese vitali, di equivoci e dislivelli sociali, spazio temuto da chi ne ha paura e adorato da chi ne approfitta, profanato da chi invidia e rifiuta, rispettato e difeso da chi non ha mai smesso di essere snob. Non a caso il personaggio claustrofobico è proprio il protagonista, Amedeo, l’unico che si tiene fuori dalle gabbie sociali, l’unico personaggio libero da pregiudizi e da vincoli sociali che si rivela paradossalmente il custode di un segreto mostruoso e interiore, da sconfiggere ogni giorno.

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Choc des civilisations pour un ascenseur Piazza Vittorio - Editions Actes Sud

Questo potrebbe sembrare un libro sugli immigrati, invece è un libro che parla agli italiani e degli italiani. Ci ridicolizza, a volte, come quando ingiuria contro un politicante Roberto Bossosso (ovviamente inventato…) che vorrebbe assurdamente dividere il nord dal sud, e ci compatisce nella nostra ingenua ignoranza delle diverse etnie. Ci presenta gli italiani che vivevano a Piazza Vittorio e che, vivendoci ancora, non sanno più come stare. Quelli che resistono al flusso degli eventi, e usano tutte le energie per arginare l’onda inevitabile del cambiamento, e quelli che si lasciano andare al mistero del diverso, dello straniero, della coabitazione, come Stefania, che ama e sposa in brevissimo tempo l’uomo algerino avvolto nel sogno del Sahara.

Lo scontro apre così riflessioni essenziali sull’identità : impossibile da dire come da avere, l’identità come il nome non è un dato di fatto ma una scelta di essenza. Attraverso la metonimia del nome straniero italianizzato o del cognome rovesciato tutta un’intera personalità viene modificata. Avere un’identità non è un dato acquisito per nessuno, non è una certezza né una garanzia. Il nome è quel che resta ai personaggi, eppure i loro nomi restano, per noi lettori italiani, per lo più impronunciabili nomi che isolano invece che integrare. Così Ahmed, Mansoor, Iqbal Amir, Johan, Abdallah restano isole separate dalla terra nota delle nostre consonanti. Il nome si perde, si cambia, si deforma: è l’unica cosa che resta, ma non ha nessuna continuità. L’identità non ci identifica: è da costruire ma costruirla è una fatica, in cui a volte facciamo degli errori.

La scelta trasversale di rinunciare ad una voce narrativa unica continua questa attitudine frammentaria, e avvicina questo romanzo ad una sorta di documentario: se ogni personaggio ha diritto alla sua voce, la sua testimonianza si fa vera perché è sentita. Nessuno di loro conosce la verità sugli altri. La verità, sull’omicidio di fondo così come sull’identità, non può che essere una verità soggettiva, individuale ma non individualista, perché ogni verità, anche quella che si vuole tenere in disparte, ogni verità, anche quella che non vuole pronunciarsi, è già inclusa e coinvolta in una rete sociale dalla quale non può separarsi. Gli occhi di tutti sono su ognuno di noi, persino su chi pronuncia il proprio nome a voce bassa, persino su questo Ahmed/Amedeo che rifiuta di mettersi nel gioco delle parti e non prende mai l’ascensore.

C’è qualcosa dell’intreccio di Gadda dentro questo romanzo, e anche forse il desiderio di verità di Sciascia, due autori che l’autore dice di amare particolarmente, ma si intravedono influenze più cerebrali. Chi è chi? Noi siamo chi? Loro sono chi? Amedeo sembra pirandellianamente quello che gli altri credono che sia, un italiano che legge ogni mattina il giornale, conosce Roma alla perfezione, parla italiano senza fare errori. Senza disperazione, ma con molta ironia, le pagine sfogliano una ad una le nostre contraddizioni, fino a svelarci che ognuno è quel che è sempre stato. Amedeo risponde alle questioni solo in negativo, ma negare una verità non contribuisce a trovarne una. Un no non esclude nessun , e “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” non è più una fortezza sufficiente a metterci al riparo dai rischi sociali. Più che dell’apparire, questo testo ci parla dell’appartenere. I personaggi sono tutti parte di questa piazza, italiana per leggi geografiche ma internazionale per etnie e spirito. Piazza Vittorio non è di nessuno, e infatti nessuno la reclama. Diventa uno spazio di passaggio, da cui gli italiani-romani vorrebbero andar via e in cui gli italiani-immigrati vivono col pensiero rivolto fisso al loro paese. L’ascensore, luogo di spaesamento e di solitudine, è il rifugio di queste incrociate incomprensioni. L’unico luogo di incontro possibile è per definizione un non-luogo.

Poi finiamo il libro, e le porte dell’ascensore si aprono. Usciamo in strada e incrociamo, senza incontrarli, africani, cinesi e russi. Siamo ancora senza strumenti, ma abbiamo un po’ voglia di mischiarci, come sempre restando all’inizio in silenzio, restando ad osservare, ché come ci si incontra con le altre civiltà, in effetti, ancora non lo sappiamo. Per ora, evitiamo lo scontro.

Ilena Antici

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Amara Lakhous è nato ad Algeri nel 1970 e vive a Roma dal 1995. Laureato in filosofia all’Università di Algeri e in antropologia culturale alla Sapienza di Roma dove ha conseguito il suo dottorato di ricerca con una tesi dal titolo “Vivere l’Islam in condizione di minoranza. Il caso della prima generazione degli immigrati musulmani arabi in Italia”.
Nel 2003 ha pubblicato in Algeria il suo secondo romanzo in arabo, “Come farti allattare dalla lupa senza che ti morda”, successivamente riscritto in italiano con il titolo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio” (Edizioni E/O 2006). Con questo romanzo, tradotto in varie lingue, ha vinto nel 2006 il premio Flaiano per la narrativa e il premio Racalmare – Leonardo Sciascia. Nel maggio 2010 è uscito l’omonimo film, diretto da Isotta Toso.

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