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Elezioni 2018 : l’Italia all’esame del voto.

giovedì 1 febbraio 2018 di Nicola Guarino

Le elezioni, specie dopo una legislatura completata e portata fino in fondo, è un momento di verifica sulla salute dei partiti e della politica italiana.

Si verificano l’efficacia dell’azione di governo nonché quella delle opposizioni e i programmi di tutte le forze politiche. Un esercizio di democrazia sacro che per questo mette sotto esame anche chi questo diritto lo esercita, i cittadini.

In tanto la partecipazione, la più ampia possibile, è importante, un segno di salute della collettività, un bene per la società che ha bisogno di partecipazione, sia al dibattito, sia nell’indicazione del futuro per il proprio paese. Proprio per questo il Presidente Mattarella non cessa di sollecitare gli italiani alla partecipazione.

Il recente report del Censis ha evidenziato una contraddittorietà che ci fa porre delle domande. Da una parte si segnala (ancora una volta) che gli ultimi due governi a guida PD hanno portato l’Italia fuori dalla crisi, dando anche chiarissimi segni di ripresa, di crescita economica. I dati sono dati, si possono commentare e valutare, ma certo non possono essere negati nel loro dato aritmetico. L’occupazione cresce e non solo quella a tempo determinato. Nel milione e rotti assunti negli ultimi quattro anni, il 53% sono a tempo indeterminato. E’ cresciuta la qualità dei diritti nel paese, con le unioni civili, il divorzio breve, il testamento biologico e finanche con il “Dopo di noi” a favore dei portatori di handicap. Si sono sbloccati settori come la scuola dove, dopo anni, finalmente ci sono state assunzioni con un concorso pubblico gli stessi lavoratori del pubblico impiego hanno dopo anni avuto un rinnovo contrattuale e retributivo. Per non parlare della impetuosa ripresa del nostro export.

Eppure il Censis segnala che l’atteggiamento degli italiani verso la politica resta diffidente e addirittura rancoroso nei confronti di chi è al potere, al governo.(Vedi l’articolo de La Stampa. Il Censis: il nuovo male dell’Italia si chiama rancore)

Un’atteggiamento che evidenzia tutta la contraddittorietà del nostro paese tra realtà reale e realtà percepita. La sensazione per molti cittadini è che la forbice delle diseguaglianze, dice il Censis, si sia allargata, che insomma i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri lo sono sempre di più.

La classe media farebbe sempre meno cuscinetto tra una borghesia scarsa numericamente ma più che opulenta ed i ceti più poveri che restano con una capacità di consumo sempre più scarsa.

La cosa è curiosa specie se si considera che questo governo, per la prima volta nella storia repubblicana, invece di chiedere soldi ai lavoratori ha stabilito di rimettere, e per sempre, ottanta euro mensili nelle loro tasche. Un mille euro in più all’anno che avrebbero dovuto consolidare quel ceto di trasmissione che è la classe media.

L’esperienza insegna che la realtà percepita conta e come nel voto. Molti ricorderanno che un governo Prodi perse le elezioni perché l’opposizione riusci a far percepire agli elettori che la società era diventata molto più insicura e che la criminalità fosse diventata dilagante. In realtà tutti i dati statistici dimostravano che la criminalità in quegli anni era in sensibile calo, ma la realtà reale non fu sufficiente per salvare Romano Prodi e il suo governo.

E’ proprio vero quello che diceva un consigliere di Bush: “Ormai la realtà non è reale, quello che è reale è quello che noi crediamo sia la realtà”.

Le alternative all’attuale governo, fuori da sogni e chimere, sono la destra di Salvini, Berlusconi e Meloni e il M5S affidato al candidato premier Di Maio. La destra, malgrado un accordo firmato appare in testa nei sondaggi, ma estremamente divisa su tutto. Dall’Europa all’Euro, sulle pensioni e la legge Fornero, sui modelli di riferimento, con Salvini che guarda alla Le Pen del Front National francese a Berlusconi che va a rassicurare il PPE, e quindi la Merkel, mentre Fratelli d’Italia strizza l’occhio addirittura ai fascisti di Casa Pound.

M5S anche nella presentazione delle liste ha dimostrato, ancora una volta, le sue difficoltà di tenuta democratica. Con le discutibili “parlamentarie” che alla fine sono state azzerate ad usum Di Maio, che ha cancellato, inopinatamente, candidati che erano stati largamente voluti dalla base. Inoltre, M5S deve dimostrare tutta la propria capacità di gestione di un Paese complesso come il nostro dove le diseguaglianze, che restano, malgrado la crescita e i progressi, sono di vecchissima data e riguardanti soprattutto l’enorme disavanzo economico che corre tra Sud e Nord. Siamo un paese che deve rifondare le sue infrastrutture, costruire un’organica politica industriale e dare impulso al lavoro, specie a quello giovanile, pur considerando che il 42% di disoccupazione giovanile dei tempi di Berlusconi è oggi sceso al 33%. In realtà il movimento di Grillo non ha dato straordinarie prove nella amministrazioni cittadine che governa, ed ormai sotto critica non è più solo la Raggi o Nogarin ma finanche l’Appendino a Torino, che sembrava essere la sua punta di diamante.

I sondaggi prospettano che il nostro futuro sia nelle mani di Berlusconi, che di fatto è stato protagonista per venti anni della politica italiana, producendo una serie infinita di conflitti di interessi ed un sostanziale stallo che aveva portato il Paese ad un’estenuante stagnazione economica che fini per aggravare i già deleteri effetti della crisi economica del 2008. Oppure c’è, sempre per i sondaggi, il Movimento 5 Stelle che, nel suo populismo, fa grandissime promesse senza avere coperture economiche realistiche. Con un personale politico che non brilla per competenza ed esperienza.

Il Censis segnala che in Italia prosegue l’onda di anti-politica che sembra penalizzare nei sondaggi il partito più “politico” che abbiamo, ovvero il PD. Ma il rischio è che questa onda possa riportare il paese ad una nuova impasse, rendendo vani i segnalati benefici frutto delle riforme poste in essere dai due ultimi governi.

Ecco perché all’esame del voto sono gli stessi italiani. Come di recente ha sostenuto il francese Macron: “la democrazia è una creatura fragile, che richiede rispetto e sensibilità”, ed aggiungo anche realismo. Chi partecipa al voto deve pensare non solo a se stesso e al presenta ma anche alla società e al suo futuro. Si dovrebbe votare non solo contro qualcuno ma soprattutto a favore di un programma, ricordandosi della nostra recente storia, senza fare scelte compulsive e di stomaco ma affidandosi anche alla ragione e alle obbiettive possibilità del Paese.

E’ un fatto che dalla seconda repubblica in poi chi ha governato ha sempre perso le successive elezioni, una cosa insolita per molte democrazie mature, basti pensare alla Germania, dove la Merkel si è più volte confermata al governo.

La domanda da porre alla propria coscienza è se sia credibile un governo di questa destra italiana. Se viceversa, convenga avventurarsi in una guida penta-stellata, con tutti i rischi del caso, in termini di esperienza, capacità e cultura politica.

Cultura politica, una cosa che serve a permeare una democrazia a rendere definibile un’azione di governo. L’alternativa sarebbe la stabilità, che magari non entusiasma, ma che offre delle garanzie in più anche in ragione dei risultati positivi che si sono raggiunti.

Chi vincerà? la paura e il rancore percepito da una larga parte degli italiani, come ci ricorda il Censis, oppure la ragione di chi non vuol far disperdere i segnali positivi che sono maturati negli ultimi anni?

Il voto è un esame, e ad un esame bisogna andare preparati, occorre informarsi, occorre leggere tra le pieghe della nostra società quanto di buono c’è e quanto di meglio occorre fare, ricordandosi che la democrazia è una creatura che non va strapazzata.

Nicola Guarino


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