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Linguistica - lingua italiana

Il declino dell’italiano - Sgroi versus Galli della Loggia

lunedì 6 marzo 2017 di Claudio Antonelli

Immaginate la seguente situazione, realmente verificatasi, ma di cui voi, ipoteticamente, divenite l’attore principale. L’articolo di un quotidiano vi fa uscire dai gangheri. La ragione? Esso critica pesantemente un vostro idolo. Voi siete un linguista, docente universitario, e il vostro idolo, di recente scomparso, è stato un indiscusso maestro: grandissimo linguista, autore di un noto dizionario e di un’infinità di scritti accademici. Questi è stato fautore, nell’insegnamento dell’italiano nelle scuole, di un "radicalismo politico-ideologico" che voi pienamente condividete e a favore del quale vi battete da anni, cercando di aprire una breccia nel bastione dell’odiata Reazione.

Voi e quel gigante della linguistica recentemente scomparso siete fratelli ideologici: entrambi "fortemente intrisi di impegno sociale" lottate contro la pedagogia linguistica tradizionale che demonizza gli "errori" ortografici e le devianze sintattiche; e si fa strumento di un tipo di insegnamento sopraffattore, basato sui divieti ossia sulle regole classiche dello scrivere da rispettare ad ogni costo, e sull’umiliazione impartita "ex cathedra" a chi usa un italiano "sgrammaticato".

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Foto Corriere della Sera

Voi siete invece per programmi ministeriali diretti a promuovere una grammatica laica, democratica, progressista, spontanea, popolare che rifugge dal terrorismo dell’errore. I vostri avversari, puristi e parrucconi, si servono, invece, da sempre delle regole prescrittive della grammatica come di un’arma diretta a perpetuare le differenze di classe contro i ceti culturalmente e socialmente subalterni. In altre parole, i grammatici tradizionalisti censurano l’uso spontaneo, popolare che le masse proletarie fanno dell’italiano parlato e soprattutto scritto. Per voi, la lingua del popolo è funzionale ed espressiva. Essa, dopotutto, possiede le sue regole. Ma regole - è la vostra accusa - non riconosciute da chi, nella nostra società, detiene il potere politico, economico e grammaticale, e mira a conservarlo ancora per molto.

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Tullio De Mauro

Come tocco finale: il barbaro assalto condotto dal rappresentante delle classi dominanti contro il vostro idolo è avvenuto solo poco tempo dopo la morte di questo gigante della linguistica, vostro caro compagno di battaglie. Le infamanti accuse che hanno fatto montare in voi sdegno, rabbia, e un desiderio di vendetta sono state quindi espresse a terra cimiteriale ancor fresca, da questo esponente della borghesia che ha trovato, per il suo attacco, un furbo pretesto nel commento della ministra dell’istruzione Valeria Fedeli fatto in lode del vostro compianto eroe.

Come reagire? Come vendicarvi? Come svergognare il diffamatore, cane da guardia della Conservazione? Controbattere, punto per punto, i suoi argomenti? Non dimentichiamo che il vostro avversario pedagogico ha accusato il vostro idolo di aver sostenuto, nell’insegnamento dell’italiano, una riforma ideologica, che sarebbe, a detta dell’infame, la causa diretta del degrado della lingua italiana quale essa, oggi, è insegnata, imparata, e quindi parlata e scritta dai giovani. Il degrado dello scrivere è quindi il punto sul quale occorre controbattere per rintuzzare le accuse rivolte al vostro insigne maestro. Sarebbe però fatica vana cercare di spiegare a un servo del padrone che l’uso della grammatica è uno strumento politico, e che quella riforma linguistico-ideologica era sacrosanta, perché diretta contro l’asservimento ai padroni. Decidete di procedere altrimenti... e già ridacchiate stropicciandovi le mani: ridicolizzerete l’avversario facendo valere che l’italiano del suo scritto è sciatto e contiene addirittura degli strafalcioni. Gli dimostrerete che la lingua in cui ha redatto l’articolo è un obbrobrio, se si prendono in considerazione le sacrosante regole che lui tanto esalta ma che allegramente viola.

La sostanza della vostra catilinaria sarà: tu denunci il "pessimo stato della conoscenza della lingua italiana", e tu stesso, in questo breve scritto, fai degli errori imperdonabili, sempre secondo i canoni ammuffiti della linguistica borghese di cui ti ergi a difensore e di cui io, per fregarti, mi avvalgo per criticare il tuo scritto.

Ed ecco i veri personaggi di questa storiella, per nulla inventata: Ernesto Galli della Loggia, Tullio de Mauro, Claudio Salvatore Sgroi.

Claudio Salvatore Sgroi, docente di linguistica dell’Università di Catania, scende in campo contro Ernesto Galli della Loggia, il quale ha avuto l’ardire, in un articolo del ‘Corriere della Sera’, di sferrare un attacco contro l’insegnamento dell’italiano fondato sulle idee di Tullio De Mauro, gigante della linguistica, recentemente scomparso.

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Ernesto Galli della Loggia

Galli della Loggia in "Il ribaltamento pedagogico che rovina la nostra lingua" (C. della S., 6-02-2017), disponibile in rete QUI, ha mosso una dura critica alla lotta condotta a suo tempo da De Mauro a favore di "un ribaltamento in senso democratico della pedagogia linguistica tradizionale". Ribaltamento da attuarsi, secondo il famoso politicizzato linguista, attraverso l’abolizione delle regole della grammatica tradizionale, perpetuante l’ordine costituito attraverso la consacrazione dei modi linguistici delle classi dominanti, i soli ammessi. De Mauro - di cui Galli della Loggia cita le asserzioni - rivendicava "la dignità dell’inventività, dell’informale, rispetto all’ossequio agli stilemi della lingua scritta".

Anche il dover scrivere una parola con la doppia o con la scempia, per imposizione dell’ortografia, non era altro per De Mauro che "cercare di essere graditi ai rappresentanti delle classi dominanti." Il bilancio di questa lotta politico-linguistica condotta da due o tre decenni, che ha abolito nei fatti la grammatica, è - secondo Galli della Loggia - la "balbuzie twittesca" dei giovani italiani, ossia la loro asinina ignoranza della lingua nazionale.

A queste accuse, il professor Claudio Salvatore Sgroi, reagisce con l’articolo: " Il declino dell’italiano di Ernesto Galli della Loggia " (9-02- 2017), disponibile in rete QUI.

L’incipit della filippica di Sgroi è, a dire il vero, un po’ strano, a causa di un termine, "giubilato", che sa semplicemente di sfottò. Scrive Claudio Salvatore Sgroi: "Il collega (anzi l’ex-collega, o ’past-collega’, in quanto giubilato) Ernesto Galli Della Loggia sul ’Corriere della Sera’ di martedì 7 [febbraio] ha pubblicato un articolo intitolato ’Le ragioni della disfatta della lingua italiana’, e in occhiello ’Il nuovo analfabetismo’. In cui attribuisce, senza mezzi termini, la responsabilità scientifica e politica di tale fallimento a Tullio De Mauro, fautore (e colpevole per il Galli Della Loggia) di ’un ribaltamento in senso democratico della pedagogia linguistica tradizionale’".

Una parentesi: la forma "ex-collega" usata da Sgroi è certamente dispiaciuta a Fausto Raso, creatore del blog SciacquaLingua che ospita l’articolo di Sgroi. Il quale Fausto Raso, tempo fa, ci ha spiegato che "’ex’ è una preposizione impropria con valore avverbiale", quindi "non c’è alcun motivo ’logico-grammaticale’ di unirla al nome con un trattino." Probabilmente la grammatica "democratica", caldeggiata dagli ex del comunismo, permette d’ignorare anche questa regola.

Si stenta a capire la pertinenza di "giubilato". Giornalista giubilato? Professore giubilato? Il tono livoroso e snobistico stona con la passione proletaria esibita, con la lingua, da Sgroi, nemico dei poteri consacrati e dei loro rappresentanti. Forse che Sgroi si considera più "professore" di Galli della Loggia, che ormai non insegna più? Occorre poi precisare che il termine "democratico" contenuto nella frase ("ribaltamento in senso democratico della pedagogia linguistica tradizionale") quando è usato da De Mauro e da Sgroi ha un senso particolare, assai distante dal concetto normale di democrazia. Diciamolo: il nobile termine "democratico" è stato abusato, in passato, dai cosiddetti "progressisti", che vivessero questi dentro o fuori delle cosiddette "democrazie popolari".

Sgroi passa quindi, con tono sarcastico, all’attacco frontale: "ritornando alla vecchia impostazione grammaticale, il suo articolo sarebbe stato in più punti bollato perché pieno di erroracci (morfo)sintattici e lessicali."

Di fronte a questa denuncia di errori grammaticali e sintattici, che il pezzo di Galli della Loggia, a detta di Sgroi, conterrebbe, sono rimasto interdetto. Anche perché a una prima lettura dell’articolo incriminato, io non ero stato colpito da "infrazioni" o "erroracci". Ma è facile ingannare il nostro orecchio, e uno scritto che a tutta prima scorre bene può talvolta contenere degli errori. Adesso, avendo sotto gli occhi i passi dell’articolo di Galli della Loggia, con i freghi blu del professore universitario Sgroi, passo a verificare il tutto. Certo, io non sono un linguista, ma da buon bibliotecario - anche se sono anch’io "giubilato" - so fare ricerche.

Quali sono gli erroracci rilevati dall’insigne linguista? Commenta Sgroi : "La frase ’qualche responsabilità, e non proprio minima, ce l’ha avuta proprio anche Tullio De Mauro’.— è un concentrato di infrazioni (per la grammatica scolastica tradizionale), il trionfo dell’’informale’ criticato dal Galli della Loggia (ma dagli anni Ottanta battezzato come ’neo-standard’/’italiano dell’uso medio’, pan-italiano, dalla grammatica moderna ma aborrito dalla grammatica tradizionale!) : a) il complemento oggetto "qualche responsabilità" è ridondantemente ripetuto con "l’(ha)", ed è b) ridondante anche "averci" in "ce l’ha" per "ha". Il costrutto corretto avrebbe dovuto essere : ’De Mauro ha avuto qualche responsabilità’. Assai difficile invero da ristabilire nel contesto frasale del Galli Della Loggia."

In realtà, il costrutto sintattico di cui si serve con efficacia Galli della Loggia, è un fenomeno linguistico antico, detto "dislocazione a sinistra". Federico Faloppa (Enciclopedia dell’italiano - Treccani): "Presente in un alto numero di lingue (cfr. Cardinaletti 1983 per il tedesco ; Blasco-Dulbecco 1999 e Pagani-Naudet 2005 per il francese; Casielles-Suárez 2003 per lo spagnolo ; per importanti differenze fra le lingue romanze, cfr. Simone 1997), la dislocazione è largamente attestata, a partire dal latino tardo, in tutte le epoche della storia dell’italiano (D’Achille 1990)."

Nel gioco delle parti da lui creato per ridicolizzare Galli della Loggia, suo acerrimo nemico ideologico, è giocoforza per Sgroi, ertosi a paladino dello scrivere forbito, condannare lo spostamento a sinistra di Galli della Loggia. In realtà, tale costrutto, molto diffuso nella lingua parlata, è anche presente nella lingua letteraria, ad esempio in Boccaccio, Manzoni, Pascoli, Verga (lo stesso Sgroi in "Discordanze stilistiche verghiane" rileva la presenza di questo fenomeno nello stile di Verga).

Gli autori contemporanei, che siano di destra o di sinistra, usano con disinvoltura lo spostamento a sinistra, interessati a sortire l’effetto "focalizzazione" ossia la messa in evidenza di una parte dell’enunciato ("costituente tematizzato") come tema della frase.
Un esempio recente, fornitoci dall’Osservatore Romano : "Senza alcun dubbio la chiave di questo viaggio ce l’ha data lo stesso Pontefice quando è rimasto per un bel po’ solo dinanzi all’immagine di santa Maria di Guadalupe, contemplandola e lasciandosi contemplare da lei." Posso quindi concludere, papale papale, che la frase "qualche responsabilità, e non proprio minima, ce l’ha avuta proprio anche Tullio De Mauro" non costituisce un’infrazione, ma semplicemente uno "spostamento" a sinistra del complemento oggetto, con l’abituale "ripresa pronominale" nel costrutto.

Secondo lo studioso Paolo D’Achillela documentazione raccolta nel suo complesso dimostra in modo inequivocabile l’antichità del fenomeno, le cui attestazioni sono talmente numerose da non poter essere considerate ’eccezioni’ da una ipotetica norma fissata da sempre che nello scritto non ammetteva né la DS [dislocazione a sinistra] né la DD [dislocazione a destra]."

Sgroi sembra dirci che sia stata la riforma introdotta dalle idee di De Mauro e di altri linguisti democratici come lui a por fine all’ostracismo che la grammatica tradizionale opponeva a un tal costrutto. Su tale asserzione è lecito quindi avere dei dubbi. Tutto indica che lo spostamento a sinistra di un costituente della frase non è un errore adesso, e non lo era neanche prima. Ma proseguiamo... Sempre Sgroi : "E ancora l’A. inizia un periodo (vedi sopra) con ’Il quale è stato...’, che è una relativa, cioè una dipendente ! E manca la principale."

È vero: nel testo di Galli della Loggia ci si imbatte in un punto fermo seguito da "Il quale". Sgroi lo giudica un errore. Secondo il linguista di Catania, una relativa, cioè una dipendente, senza la principale è inaccettabile. Dov’è la principale? sembra chiedersi Sgroi desolato, volgendo il capo intorno senza riuscire purtroppo a trovarla.

Ho voluto documentarmi. Nel sito dell’Accademia della Crusca il quesito: "È corretto far seguire il punto fermo da un pronome relativo ?" è oggetto di una profonda disamina da parte della linguista Raffaella Setti, sotto il titolo "Punto fermo seguito da ’Il quale’". La risposta al quesito è lunga e articolata. Ne estraggo l’essenziale : Il valore del punto fermo "può aggiungere alla sua funzione di divisione, soprattutto nella sovraestensione del suo utilizzo (...) anche quella di messa in rilievo di una pausa, di una sospensione che induce il lettore a ricercare una qualche conclusione in quello che segue o, più spesso, nel non detto. In questi casi si determina in realtà una forte connessione non solo tra ciò che viene prima del punto e ciò che lo segue, ma anche con tutto ciò che è implicito, dal punto di vista semantico o pragmatico, tra chi scrive e chi legge."
Conclusione : "Del tutto legittimo, in questa prospettiva, l’uso del punto fermo prima di pronome relativo, un uso, tra l’altro, attestato anche nella scrittura letteraria."

Raffaella Setti cita una serie di esempi del "punto fermo prima di un pronome relativo" tratti dalle opere di Boccaccio ("[...] e lui menarono. Il quale, giunto nella camera dove ser Ciappelletto giacea..."), Galileo ("Caviamo d’errore almanco il signor Simplicio. Il quale, vedendo le stelle nel nascere alzarsi..."), Manzoni ("se vogliam credere al Tadino. Il quale anche afferma che, per le diligenze..."), Leopardi ("voglio dire il disprezzo e quasi odio degli stranieri. Il quale non può tornar loro a nessuna lode").

Questa particolare costruzione della frase esiste in italiano da sempre. E di essa si sono serviti sia il popolino sia gli scrittori classici. Possiamo quindi veramente dire che siano stati i linguisti democratici ad averne sancito la legittimità grammaticale e sintattica ? Secondo me, la "democratizzazione" della grammatica italiana, sostenuta dai linguisti revisionisti, abolizionisti dell’errore grammaticale, ha assai poco a che vedere con la legittimità dell’uso del pronome relativo dopo un punto fermo, come sostiene invece Sgroi. Il quale (mi scuso per "il quale" a inizio di frase), nel suo attacco a Galli Della Loggia, mira a fare il beffardo e ricorre anche allo sghignazzo.
Io invece penso che chi si adopera per lo smantellamento delle regole grammaticali e sintattiche, perché borghesi, ed esalta la lingua spontanea del popolo, non può vantare meriti in relazione agli arricchimenti forniti alla lingua scritta dal parlato e dai suoi ampi confini, se non assume anche piena responsabilità per gli impoverimenti e il caos connaturali a una lingua scritta che vediamo spesso ridotta a riproduzione di una lingua orale misera e incoerente.

Il linguista Sgroi, maneggiando con destrezza la bacchetta dell’odioso maestro tradizionale, sempre pronto a umiliare l’alunno asino, rincara la dose: "Ma tutto il paragrafo finale dell’art. è (per la vecchia grammatica) sgrammaticato. I quattro periodi finali sono tutti decapitati della frase principale: ’Anche se a quel tempo mi consta non trovò mai il modo di tornare su quanto scritto e sostenuto in precedenza’. ’Che nel frattempo, però, era diventato [...] suggestione potente per generazioni d’insegnanti [...]’. ’Producendo alla fine l’auspicato ’ribaltamento in senso democratico della pedagogia linguistica tradizionale’ che è sotto i nostri occhi".

Abbiamo già visto che il punto fermo, dopo una frase, non è d’impedimento a una frase successiva che abbia un legame forte con quella precedente. Quindi il testo incriminato è da considerare esente da errori. Lo scritto, inoltre, appare coeso e coerente in virtù di un ritmo del periodare che rientra nello stile dell’autore : Galli della Loggia.

Un dubbio tuttavia rimane per il gerundio. Un gerundio all’inizio di frase, dopo un punto fermo? La risposta all’inquietante interrogativo ce la dà (mi scuso per lo "spostamento a sinistra") Michele A. Cortelazzo in "Cronache linguistiche; la Crusca per voi" (Corriere del Ticino, 25 aprile 1992): "Quello che più dà del filo da torcere agli amanti della lingua italiana non pare essere l’uso dei pronomi, o il congiuntivo, o il forestierismo, bensì, sorprendentemente, il gerundio. Non c’è numero della rivista in cui tale forma verbale non risulti argomento di discussione: si può iniziare un periodo con il gerundio? (certo che si può: già in « Lingua Nostra » del 1941 si giudicava, testualmente, una scempiaggine la norma che lo vietava)."
Ma un gerundio senza il verbo principale ? Ritorniamo a Raffaela Setti: "L’estensione del punto fermo quindi, come strategia di frammentazione del testo, permette di mettere in rilievo e di riconoscere autonomia a segmenti di testo altrimenti non isolabili: un pronome relativo appunto all’inizio di una frase, ma anche un aggettivo, un avverbio, tutti elementi che solitamente stabiliscono legami forti con altre parti del discorso."

Un gerundio, un aggettivo, un avverbio, un pronome relativo sono quindi ammessi anche dopo un punto fermo. Nel costrutto di cui si serve Galli della Loggia, il gerundio finale ha un valore consequenziale, conclusivo, che avrebbe potuto essere reso anche con un "Il che ha prodotto...". Alterando però l’icasticità arrecata dal gerundio posto dopo il punto fermo [come forse appare evidente anche esaminando questa mia frase, che inizia appunto con un gerundio: "Alterando"].

Non si tratta di errori, ma di uno stile di scrittura - quello di Galli Della Loggia - molto efficace, che mette in evidenza, servendosi del punto fermo, le idee nei "frammenti di testo altrimenti non isolabili". Ma il maestro Sgroi, brandendo la grammatica antica, bacchetta di nuovo: "E neanche la frase in chiusura finale è certamente ortodossa per la tradizionale pedagogia che il Galli Della Loggia vorrebbe restaurare: ’Per porre rimedio al quale non si vede proprio a che possa giovare evocarne uno dei lontani artefici’."

L’unica cosa che si possa dire su "Per porre rimedio al quale" è che l’espressione sa di antico. I tradizionalisti della scrittura vedrebbero in essa un’espressione di fedeltà all’ordine stabilito e consolidato. La frase, quindi, omaggia la lingua antica. Sia in italiano sia in francese, l’espressione appare in documenti ottocenteschi. Oggi è soprattutto usata in documenti burocratico-giuridici. Gli esempi al riguardo non mancano. Basarsi sull’espressione "per porre rimedio al quale...", che è di stampo antico, per sostenere che Galli della Loggia approfitta anche lui del vento di modernità nello scrivere che ci viene dalla grammatica democratico-popolare, è un prendere fischi per fiaschi.

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Il ministro, la ministra? Valeria Fedeli

Ma non è finita. Galli Della Loggia, a detta di Sgroi, cade sulla buccia di banana di "ministra": si serve, infatti, del femminile "ministra" per designare il ministro dell’istruzione Valeria Fedeli.
Claudio Salvatore Sgroi: "Sul piano lessicale il femminile ’la ministra’ non era ammesso dalla grammatica tradizionale, essendoci già ’il ministro’ indicante la funzione, indipendentemente dal sesso (maschio/femmina)."

Il sarcasmo di Sgroi - torno a ripetere per chi non l’avesse ancora capito - verte sul fatto che, secondo il linguista catanese, "il ribaltamento della pedagogia grammaticale tradizionale teorizzato dal lungimirante (e compianto) Tullio De Mauro ha permesso al Galli Della Loggia di esprimere la sua ’inventività’ e non essere clamorosamente bocciato. (Con nove errori avrebbe meritato un bell’1 !)".

In realtà, non dispiaccia la cosa né a Sgarbi né a Sgroi né a Napolitano, il femminile "ministra" era ammesso dalla grammatica tradizionale. Tra l’altro, persino il Tommaseo poneva nel suo dizionario la voce "ministra" come femminile di "ministro". Certamente: allora le ministre non sedevano in parlamento, ma neppure vi sedevano i ministri di culto o di altro genere, che pure erano detti "ministri". E oggi le "ministre" vi siedono, anche se non sempre con tutti gli onori. Già decenni or sono, Aldo Gabrielli sosteneva che i termini "deputata" e "ministra" erano legittimi. "Ministra" rimane invece ancora oggi una minestra difficile da mandare giù per Giorgio Napolitano (per lui ministro al femminile è un "abominio"), nonostante il fatto che, da buon ex comunista, dopo essere stato per tanti anni, anche lui, un sostenitore delle "democrazie popolari" sia indubbiamente favorevole, oggi, alle grammatiche democratiche e populiste.

L’attacco finale di Sgroi : "Il neologismo ’twittesca’ è invero ’un pò osé’ (sic !) per via dell’anglicismo, per di più ibridizzato; e la lingua non va invece contaminata (per la vecchia grammatica) con le parole straniere, per di più anglicismi." Da notare che Sgroi, forse per disattenzione, usa "anglicismo" al posto di "anglismo", preferito da De Mauro che, amante della lana caprina, asseriva che "anglicismo" è di per sé un "anglicismo".

Su quest’ultimo punto Sgroi ha proprio ragione: la grammatica democratica non storce la bocca dinanzi all’inglese maccheronico che la casta dei giornalisti, e i governanti, gli imbonitori televisivi dei vari "talk show", e in genere le classi dominanti (anti populiste, anti muro, e sostenitrici del "politically correct") fanno scendere dalle loro sommità sul popolino, che poi se ne pasce beato ripetendo i termini inglesi a pappagallo: vedi "welfare", "stalking", "jobs Act", "social card", "spending review", "badge", "writer" ... Ed è per questo, anche, che la pedagogia democratica ha fatto "flop", mandando "in tilt" la conoscenza della lingua italiana. Ciò che Galli della Loggia, profondo studioso dell’identità italiana (di cui la lingua è tra gli elementi più preziosi) con passione sincera denuncia, meritando il nostro applauso.

Claudio Antonelli
Da Montréal (Canada)


In risposta a:

Il declino dell’italiano - Sgroi versus Galli della Loggia

10 marzo 201715:31, di Claudio Antonelli

Lei scrive: "Sgroi mostra che, in base a quella visione puristica della lingua, alcuni tratti dello stile di Sgroi sarebbero considerati gravi errori. Questo però non significa che Sgroi li consideri errori! E mi paiono del tutto superflue e fuori luogo tutte quelle (ovvie) spiegazioni per mostrare che errori non sono." Ma l’intero mio articolo - che lei evidentemente non ha letto - tende a dimostrare che gli "errori" di Galli della Loggia non sono errori neppure per la versione puristica della lingua, ossia per la grammatica tradizionale. Nel mio articolo - lei lo dovrebbe leggere (...)


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