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Novanta anni fa il delitto Matteotti. La storia indaga e insegna ancora.

martedì 10 giugno 2014 di Nicola Guarino

« Io, il mio discorso l’ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me» (Giacomo Matteotti).

Il dieci giugno del 1924 viene sequestrato ed ucciso Giacomo Matteotti. Appena dieci giorni prima aveva, con un durissimo discorso contestato gli imbrogli, il clima d’intimidazione, le violenze e la corruzione (specie al sud)* con cui il fascismo, anche in ragione di una legge elettorale (Legge Acerbo), si era garantito un premio di maggioranza enorme (era sufficiente raggiungere il 25% dei voti, altro che gli attuali proposti 37%).

In quel momento “Tempesta” (cosi era soprannominato) Matteotti, era diventato il leader non solo dei socialisti ma di tutta l’opposizione al regime che, gettata la maschera “democratica”, con cui aveva cercato legittimazione dopo la Marcia su Roma, mostrava tutta la sua violenza dittatoriale.

La scomparsa e poi l’uccisione di Matteotti, poi l’Aventino degli oppositori promossa in particolare dal liberale Giovanni Amendola, l’imbarazzo e la crisi del regime e poi il 3 dicembre 1925 il discorso di Mussolini, che assume la responsabilità di quel delitto. Il silenzio complice della monarchia. Il fascismo che diventa tale.

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Ma sul delitto Matteotti di recente, solo dopo gli anni ottanta, sono emersi nuovi fatti che mettono in luce anche un aspetto nuovo che è affiorato, con la scoperta di documenti fino ad allora segretati o sconosciuti.

Un aspetto che mostra come dietro questa uccisione non ci sia stato solo il disappunto del Duce o dei fascisti, per la denuncia in parlamento di Matteotti. Prima De Felice e successivamente altri studiosi, hanno offerto una chiave di lettura diversa e forse più completa. In particolare lo storico Mauro Canali nel 2004 ha pubblicato un libro: “Il delitto Matteotti” (Ed. Il Mulino) in cui rivela che a muovere la mano degli assassini non ci fu solo Mussolini e i suoi, ma anche un intreccio d’interessi petroliferi. In particolare, attraverso un’opera di corruzione, la Sinclair Oil, società americana, sorretta da importanti gruppi finanziari di oltreoceano, si era guadagnata, a condizioni capestro per l’Italia, il diritto di fare studi e trivellazioni per sfruttare in seguito eventuali giacimenti che fossero rinvenuti (anni dopo, nel dopoguerra, sarà Mattei ad occuparsene, ricevendo l’aperta ostilità delle società petrolifere americane).

Ma cosa c’entrava Matteotti con questo affare “italiano” di corruzione e petroli? La documentazione rinvenuta da Canali, anche grazie all’apertura di parte degli archivi inglesi, dimostrerebbe che la Britisch petroli (la BP) era vicino ad un analogo accordo con il nascituro governo fascista. Una guerra di petrolio ed affari era quindi in corso sul territorio italiano.

Matteotti profondo conoscitore delle vicende fasciste, che appena l’anno prima aveva pubblicato un libro elencando le numerose violenze e sopraffazioni fatte dagli uomini di Mussolini, era in procinto, dopo lo storico discorso del 10 giugno 1924, di denunciare in parlamento le corruttele di Mussolini e i suoi, con cui “regalavano” alla Sinclair Oil intere aree del paese per un eventuale sfruttamento petrolifero.
Evidentemente, fu questo, con il discorso già pronunciato alla Camera, che fecero di Matteotti un interlocutore ed un testimone troppo scomodo per il regime per poter sopravvivere.

Amerigo Dumini, Marinelli, Volpi ed altri furono gli esecutori di un delitto che fin troppo presto fu evidente per le sue dinamiche e i suoi mandanti, malgrado le manovre del futuro duce, per depistare su altre figure del regime.

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E tuttavia né il re, né l’opposizione, né il consesso internazionale seppe opporsi ad uno scenario che stava aprendo le porte ad una dittatura che sarà co-responsabile della seconda guerra mondiale e dello sfacelo europeo ed italiano in particolare. Questa storia fa riflettere anche su come in ogni suo periodo storico dall’unità in poi, la corruzione sia stato un tratto ricorrente. Raffaele Cantone di recente ha detto (a proposito dei fatti della expo di Milano e del Mose di Venezia) che la “prassi” corruttiva in Italia ha radici più profonde finanche di fenomeni come la mafia.

Guardando ai nostri giorni fa anche riflettere, come Mussolini, che probabilmente avrebbe egualmente vinto le elezioni anche senza le pratiche violente che furono denunciate da Matteotti, aveva condotto un programma che per contenuti e modalità oggi diremmo populiste. Apparendo come il campione di un’Italia che ritrovava vigore e valori morali perduti. Promettendo soluzioni drastiche contro i nemici del popolo (magari processi popolari contro gli avversari, la gogna per l’informazione, liste di proscrizione), temi che oggi in modo inquietante vengono riproposti dai “proconsoli” Grillo e Casaleggio. Un déjà vu che mette i brividi.

Nicola Guarino


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