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Il mensile Eccesso di velocità

Il Futurismo di Marinetti e i marinetti del futuro: “A velocità moderata”

venerdì 23 novembre 2012 di Rosa Chiara Vitolo
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Fortunato Depero, Marinetti temporale patriottico - Ritratto psicologico, 1924

Non a caso Steve Jobs in persona, nel 1998, precisò che il significato della «i» davanti ai nomi delle sue creature tecnologiche rimandava a “intenet”, “individual”, instruct” e “inform”. Tuttavia, la strada che vorrei seguire nel presentare il concetto di velocità non presuppone, almeno nelle intenzioni, un riferimento costante a quanto le tecnologie che dominiamo, o da cui talvolta siamo dominati, potenzino la capacità di fare un n numero di cose in un n numero di minuti. L’aggettivo qualificativo “moderata”, antiteticamente accostato al sostantivo “velocità”, vuole essere piuttosto un parametro per rileggere ciò che quotidianamente ci vede attori sociali protagonisti in uno spazio preciso x (l’Italia europea) e in un intervallo di tempo altrettanto preciso y (il XXI secolo).

Si potrebbe forse scoprire che la marcia svelta, il passo rapido, l’andatura scattante che oggi rincorriamo famelici, sono stili prodotti da due vettori variabili ma dipendenti dal contesto di partenza, un macrocosmo irripetibile e unico, un I-scenario, dove I questa volta va letto “Italia”.
E’ in questa “I” che la velocità, in qualità di componente essenziale dei processi letterari e non solo, viene incoronata regina del flusso vitale agli albori del XX secolo: nella meccanica del motore la sua ossatura e nella fluidità della benzina il suo sangue. Sono gli anni dei fratelli Wright e di Blériot, con i corridori automobilisti che sfrecciano perforando gli spazi di attraversamento. È in un’atmosfera del genere che il podio per il wattman, l’uomo della velocità appunto, si fa concreto.

Gennaio- Febbraio 1909: T. F. Marinetti, un piede in Francia e un altro in Italia, dopo essersi dedicato a esperimenti letterari di chiaro stampo simbolista,  [1] fonda la corrente che fa delle idee di velocità, aggressività, disprezzo e dinamismo le sue parole chiave. Nasce il Manifesto. Indicare le contraddizioni interne ed esterne che l’operazione futurista produsse trasversalmente nei vari campi non è certo cosa nuova; e non lo sarebbe ancor di più se si volesse avvalorare l’idea, ampiamente “battuta”, di un ponte d’acciaio tra Futurismo e dottrina fascista; lontano dalle retoriche, pertanto, credo sia possibile osservare, attraverso la lingua dei prodotti lasciati in eredità e per exempla, corrispondenze “veloci”con orientamenti culturali contemporanei. Come per tutte le esperienze avanguardistiche, anche per il Futurismo si può parlare di un formidabile laboratorio, luogo di progettazione a tavolino di invenzioni linguistiche.

I messaggi ad alta velocità del Manifesto del 1909: più che sulla celebrazione di eventi, Marinetti sembra concentrato sulla trasmissione di messaggi. Nella volontà di apertura massima al pubblico ancora frastornato dai torpori romantici, la scelta del genere letterario per veicolare contenuti sembra degna di notazione: ci si affida ai decaloghi, alle liste di punti da seguire. L’ operazione comunicativa azionata, in netto contrasto con la lirica romantica soltanto del giorno precedente,  [2] è un indizio a forte caratterizzazione popolare, timbro che viene rispettato anche dal tono granitico della voce impostata e metallica di quanti, come Carmelo Bene in tempi recenti, in maniera superba hanno interpretato il testo marinettiano .  [3]

L’oggetto del messaggio si consuma rapido e diretto, esercitando sulla psiche dei destinatari un’accelerazione del processo di comprensione. Autore e lettore militano nelle stesse fila, le affermazioni si declinano alla prima persona del plurale («noi vogliamo cantare», «noi vogliamo esaltare», «noi affermiamo») e si sacrifica la firma del singolo per quella del gruppo.  [4] Le categorie verbali utilizzate suddividono di netto le azioni: al passato remoto è affidata la polemica con gli intellettuali precedenti («morirono», «esaltò»), al presente indicativo del verbo modale “volere” la programmaticità dell’azione da svolgere («noi vogliamo inneggiare», «noi vogliamo glorificare», «noi vogliamo distruggere»), all’unico futuro presente nel testo («noi canteremo») quella del desiderio da realizzare a breve termine.

Non mi sembra un caso che, in almeno due degli esempi citati, i verbi “inneggiare” e “cantare” richiamino alla memoria topoi tradizionali precisi, oltre che generi poetici, come l’inno religioso e il canto epico. Nonostante questa allusività rovesciata rispetto al canone ottocentesco, il testo risulta facilmente comprensibile e le ambiguità e gli spunti di riflessione pensosa ridotti a zero. La bellezza e il piacere sono da ricercarsi nella possibilità di dominio rapido della realtà sensibile a quattro mani: due anatomiche e due meccaniche. Il telegrafo, il telefono, il grammofono, il treno, la bicicletta, la motocicletta, l’automobile, il transatlantico, il dirigibile, l’aeroplano, il cinematografo e il grande quotidiano (sintesi di una giornata del mondo), per dirla con Paolo Albani, suggeriscono un codice altro calibrato su bisogni altri. Un codice svelto.

La lingua veloce della mitragliatrice nel Manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912.

Le PIL -acronimo per «Parole In Libertà»-, sono lo strumento linguistico per soddisfare questa mutata sensibilità. Le indicazioni dell’autore a questo proposito sono chiare nel Manifesto del ‘12: distruzione della sintassi, verbi all’infinito, abolizione dell’aggettivo qualificativo visto come rallentamento dell’eloquio, analogie graduate, disordine volontario nella disposizione della frase e introduzione delle categorie del “rumore” e del “brutto”.

Prescindendo dalle numerose e interessanti osservazioni che un tale libretto di istruzioni innesca, mi soffermerei su un punto che mi sembra cruciale nello sviluppo del nostro discorso. Eliminare la sintassi da un testo letterario è come ritirare la tessera di partito ad un militante attivo. Fondarne uno nuovo (di partito), lasciato in sorte alla creatività del gruppo al timone, ci spinge da una parte a riconsiderare il concetto di programma letterario o politico che sia o, dall’altro, a ipotizzare che nella massima libertà creativa che ogni assenza normativa programmatica comporta, risieda il vero programma futuristico. In ogni modo, il risultato ottenuto dalla sintassi scardinata è più o meno il seguente: «[…] nel centro di quel tum tuuum spiaccicati ampiezza 50 kilometri balzare scoppi tagli pugni batterie […] violenza ferocia r e g o l a r i t à scandali strani folle agitatissime acute […] taratatà delle mitragliatrici […]»  [5] L’effetto di straniamento di tali creazioni si deve, oltre alla velocità di riproduzione, anche al carattere onniformativo del linguaggio, con il quale si intende la capacità di rendere comunicativa ogni possibile situazione, naturale o artificiale si presenti all’uomo senza limiti (Hjelmslev). Velocità della creazione delle PIL.

Velocità della fonetica in “Zang Tumb Tumb” (1912): l’opera offre materiale cospicuo per osservazioni anche prettamente fonetiche.

L’uso dell’onomatopeica, grazie alla quale si scimmiotta il verso della divinità-macchina, concorre a rendere allettante l’appello al pubblico, chiamato a raccogliere i modelli citati e a farli propri nei comportamenti sociali quotidiani. Bando alle descrizioni ridondanti, alle aggettivazioni alla Balzac o, per restare in territorio italiano, all’introspezione del fraseggio alla Fogazzaro di Piccolo mondo antico; via libera ai suoni che accompagnano immagini fulminanti, che non lasciano agli occhi il tempo di indugiare nell’osservazione, benvenuto sia il Grande Mondo Moderno (GMM). Tutt’altro che accidentale l’impiego, nello spazio di pochi versi, di parole con carica consonantica forte: le fricative «s», «ç» e «z», la nasale «m» e soprattutto le occlusive «p», «b» e «t» eliminano ogni musicalità fonetica tradizionalmente riconosciuta, per ricrearne una nuova, meccanica e seriale. Già nel futurismo russo e nella lingua trasmentale (zaum’), il linguaggio fonetico come linguaggio universale attivo fin dall’infanzia con la lallazione, trova la sua maggiore teorizzazione. Marinetti, aggrappandosi in particolare alle teorie di Fortunato Depero («onomalingua»), adatta le sue analogie in una semplice e martellante sequenza di foni legittimati dalla spontaneità e dalla ripetizione veloce in natura: «pic pam pum, fucileria». L’articolazione fonetica di tali segmenti risulta velocemente imitabile. Fonetica sfrecciante.

Velocità dei contenuti in 8 anime in una bomba (1919): il romanzo è esplosivo fin dalla copertina che riproduce tipograficamente lo scoppio di una granata con parole che onomatopeicamente seguono le parabole dei pezzi frantumati. L’indicazione della data di composizione in questo caso mi sembra imprescindibile: siamo all’indomani del primo conflitto mondiale e si avverte l’euforia dell’autore per lo scampato pericolo. Marinetti definisce “ottagonalmente” la sua personalità: eroismo spensierato, allegria seduttrice, potenza artistica, italianità duttile, lussuria, nostalgia sentimentale, genio-rivoluzione, purezza. Queste componenti sono gli ingredienti concentrati di una grande bomba indirizzata al nemico austro-tedesco e al contempo a tutti i rappresentanti di un sistema accademico e istituzionale vecchio e in putrefazione.

Senza dettagliare tutte le qualità che Marinetti si addebita, mi pare molto stereotipata e frettolosa l’indicazione di un italiano duttile-eroe nostalgico e allo stesso tempo puro. L’esperienza atroce del fronte e le circa 651.000 perdite umane ostacolavano la cancellazione della macchia di una “vittoria mutilata” e della creazione di un nuovo ordine asburgico più forte del precedente. Pertanto questo romanzo, se da una parte sembra evocare i sette peccati capitali danteschi, dal punto di vista dei contenuti è un esempio di «piano andante», un impasto troppo denso per decollare e schizzare via come una bomba normalmente fa. Contenuto sbrigativo.

Le considerazioni fino a qui espresse ci portano dritti ad una revisione di tre concetti concatenati tra loro: velocità, spazio e tempo. L’affermazione preliminare del Manifesto del 1909: «il tempo e lo spazio morirono ieri» suggerisce almeno due sviluppi. Sul piano linguistico la recisione con il cordone del passato appare cosa di breve memoria (ieri), mentre sul piano del contenuto si prospetta un cambio al vertice con un Futurismo che non solo ha carattere momentaneo, ma che ha anche una data di scadenza ravvicinata (Marinetti parla di un decennio di produttività). Se tempo e spazio si sgretolano, allora anche il nucleo della velocità, intesa come derivata fisica di questi due vettori, subisce un cambiamento. E questo processo avviene con carattere di interdisciplinarietà in tutti i domini culturali, dal momento che immaginare una qualsiasi realtà- che non sia virtuale- senza coordinate spazio-temporali, appare fino ad oggi un assurdo proprio solo dei ragionamenti filosofici.

Tempo e spazio rivisti ci portano a regolare nuovamente anche le coordinate geografiche e la velocità di esplorazione del reale. Agli esordi del Novecento, per l’appunto, la Belle Époque ingrassava i suoi fianchi fagocitando oggetti la cui circolazione era favorita dall’allargamento dei mercati e la pubblicità cominciava a riempire i muri delle città. Il PIL marinettiano, inteso questa volta non soltanto come «parole in libertà», ma come prodotto tipico futurista, incentivava la distruzione delle biblioteche e dei musei per la costruzione di un ordine nuovo, veloce, e spingeva per la creazione di un’azione concreta a 360°, rapida e aggressiva quanto una scarica di mitragliatrice. Il messaggio futurista fa pensare, orwellianamente, alla necessità inderogabile di cancellare il passato (il “Noi eravamo”), per costruire un futuro in carica fino alla prossima rivoluzione. Una metamorfosi da fenice, che muore e rinasce dalle sue ceneri. Velocità distruttiva.

Quali invece i “marinetti” del futuro e quale il PIL della nostra velocità?

Operando analisi contrastive sul nostro reale si nota che le due variabili spazio-tempo sono soggette a continua deformazione. Se da una parte lo spazio è zippato e compresso in scatole (da quelle nere delle navi da crociera, alle memorie per contenere dati, alle chat dei social network ),  [6] dall’altra il tempo è scandito da click continui sul mouse che, a diverso grado, rappresentano la misura del nostro incidere, responsabilmente o irresponsabilmente, sulla realtà. Tuttavia, il risvolto più interessante della tecnologia imperante mi pare incastrato proprio nella duplicità del suo potere: il click che fa avanzare verso il futuro convive con quello che consente la rivisitazione del passato. Agli antipodi rispetto all’indicazione futurista, l’archiviazione dei dati  [7] la loro reperibilità e la consultazione ogni volta che se ne necessita, mi pare rappresenti un ancoraggio buono in un porto sicuro, la memoria storica della nostra italianità, un freno non negativo ad un processo giustamente in fieri quale quello globale è. Un salto nel futuro da un promontorio, senza dimenticare però il percorso fatto per giungere in cima.

L’aggettivo qualificativo che per Marinetti inficiava rovinosamente l’eloquio, nel nostro caso potrebbe diventare una pausa benefica dal progresso, un respiro ad alta quota. Il PIL della nostra velocità. Forse è da collocarsi nel recupero di un’andatura sostenibile (politica, economica, linguistica) la sfida al futuro italo-europea. A velocità moderata.

Rosa Chiara Vitolo
Università di Ankara

B i b l i o g r a f i a:

- Il Manifesto, apparso su Le Figaro di Parigi; 1909;
- Filippo Tommaso Marinetti e il Futurismo, a cura di Luciano De Maria, classici moderni, collezione Oscar, Mondadori Milano 1973 (per il riferimento al Manifesto tecnico del 1912).
- Zang Tumb Tumb Adrianopoli ottobre 1912. Parole in libertà. Edizioni Futuriste di Poesia, Milano, 1914;
- Declamazione dinamica sinottica di Marinetti, Milano, Edizioni futuriste di poesia, 1916.
- 8 anime in una bomba, Edizioni Futuriste di poesia, 1917;


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