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Il mensile Boccaccio 700

Boccaccio, il Decameron e la questione della lingua italiana

lunedì 28 ottobre 2013 di Anna Mori

Alla radice della lingua italiana. Il percorso difficile che ha portato alla lingua italiana come definita dopo il Risorgimento. Tra il parlato con le sue diverse origini diremmo regionali e lo scritto definito dalla triade Dante, Petrarca e Boccaccio. Fu proprio quest’ultimo con la sua opera più nota, il Decameron, a dare vigore all’italiano più popolare attraverso quello che fu detto il realismo boccacciano.

Nel momento in cui l’invenzione della stampa impone agli editori, per motivi anche economici, di produrre una letteratura che non abbia confini regionali e che possa essere apprezzata da tutti, la ricerca di una lingua comune si rivela indispensabile. Naturalmente la scelta di questa lingua per “tutti” era esclusivamente una scelta letteraria, perché si trattava di una lingua scritta e, quindi, riservata ai soli che potessero leggere e magari anche scrivere.
A differenza delle altre lingue nazionali, infatti, la storia linguistica italiana è stata dominata dalla comunità degli intellettuali che arrivarono a possedere uno stesso codice scritto, mentre nel resto dei paesi europei per comunità linguistica si intende la comunità dei parlanti prima che degli scriventi: il parlato, in Italia, non ha mai rappresentato un grande fattore di unità e integrazione, almeno fino al faticoso e tardo raggiungimento dell’Unità.
È per questo motivo che agli inizi del ‘500 un gruppo di letterati, provenienti da regioni diverse, che possiedono il latino insieme con una forma spontanea di fiorentino appreso dagli scritti degli autori passati, ma che parlano e scrivono anche con volgari diversi, si incarica di stilare lo strumento principale per scrivere bene: una grammatica perché tutti possano comunicare con regole certe, una grammatica del fiorentino (trattato quasi alla stessa stregua di una lingua “straniera” per gli altri italiani), uno strumento che fino a quel momento non aveva avuto ragione di esistere. Ma comunque, e da chiunque siano state stilate le grammatiche, la fonte principale di ispirazione è, per tutti, sia la lingua poetica del Petrarca, sia la lingua composita e varia della prosa del Decameron di Boccaccio.

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Dante, Boccaccio, Petrarca

Boccaccio e la sua maggiore opera, Petrarca e il Canzoniere, insieme con Dante della Commedia vanno a formare quella triade nota con il nome di “Tre Corone”, gli autori irraggiungibili delle opere più note, più lette e più imitate, con diversa intensità, dal Trecento, dal Quattrocento e dal Cinquecento in poi e, proprio sulle opere dei tre grandi, si modellano le scelte linguistiche autonome degli autori “italiani” quando ancora non c’erano gli italiani e l’Italia come entità politico-amministrativa.
Boccaccio era l’autore dell’opera che più facilmente si prestava ad essere presa come esempio di buona lingua, proprio perché in prosa, così Pietro Bembo lo sceglie a modello e ne fa la base della trattazione del terzo libro delle Prose della volgar lingua che, pubblicate nel 1525, sono considerate, appunto, la prima ed autorevole grammatica della lingua volgare italiana.

Vediamo più da vicino perché il capolavoro boccacciano assume questo ruolo di “padre” della lingua italiana: la struttura del Decameron, come è noto, è costituita da una parte introduttiva che comprende il Proemio e l’Introduzione, seguita dalle cento novelle scandite nelle dieci giornate e provviste sempre di una rubrica, un breve discorso esplicativo sull’argomento, così come completate da una conclusione specifica per ogni giornata che lega e funziona da passaggio alla successiva, fino ad una conclusione della brigata e da una Conclusione dell’autore che chiude l’opera. La varietà delle parti segna in modo definito anche la scelta delle situazioni e registri linguistici che Boccaccio vuole adottare.

Scrive Bruno Migliorini nella Storia della lingua italiana (1960): «lo scrittore ha esteso il proprio uditorio ideale ai borghesi, ai mercanti, al popolo grasso e la sua tecnica, fattasi meno vistosa, s’adegua molto meglio ai toni assai vari della narrazione». E noi aggiungiamo anche all’universo femminile in tutte le sue variegate tipologie evidenziato da tutti quegli elementi connotativi messi in campo da Boccaccio, a partire, ad esempio, dall’aggettivazione che accompagna, spesso, donna: gentile, giovane, bella, onesta, savia, buona, ecc. (sul numero importante di 1626 occorrenze di donna/donne si veda l’analisi delle varie categorie di Amedeo Quondam) .  [1] Anche se le novelle occupano la stragrande maggioranza delle pagine del Decameron, quelle che racchiudono il mondo ricordato da Migliorini, le parti cioè che “collegano” la scansione delle giornate, costituiscono una porzione affatto secondaria. Infatti, la formazione preumanistica di Boccaccio (e l’amicizia con Petrarca), influenzano la scelta dell’autore per la lingua delle parti introduttive e della famosissima descrizione della peste nera del 1348 che è quanto di più vicino alla lingua latina potesse concedersi.
Dal Proemio e dall’Introduzione alla prima giornata sono stati tratti i due brevi frammenti che seguono:

Umana cosa è aver compassione degli afflitti:e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richiesto li quali già hanno di conforto avuto mestiere e hannol trovato in alcuni; fra’ quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o già ne ricevette piacere io sono uno di quegli.

[…]

Quantunque volte, graziosissime donne, meco pensando riguardo quanto voi naturalmente tutte siete pietose, tante conosco che la presente opera al vostro iudicio avrà grave e noioso principio, sì come è la dolorosa ricordazione della pestifera mortalità trapassata, universalmente a ciascuno che quella vide o altramenti conobbe dannosa , la quale essa porta nella sua fronte .  [2]

Il senso della prima citazione tratta dal Proemio, quindi sulla “soglia” del testo nel nome di Boccaccio stesso che, altrove, invece, si pone come semplice “narratore” delle narrazioni della brigata, è che avere compassione degli infelici è proprio degli uomini e a maggior ragione devono provare compassione quelli che, come chi parla in prima persona (io sono uno di quegli), ha già avuto bisogno di conforto. L’incipit è, dunque, sotto il segno di una dichiarazione universale di solidarietà riferita con particolare solennità e sentenziosità, come si conviene ad un inizio che voglia avere un andamento retoricamente alto e sostenuto, malgrado si inserisca l’esperienza individuale, quella dell’autore, ma la cui indicazione principale (quel io sono uno di quegli) è stata posta al termine del ragionamento, secondo una tradizione della retorica latina che tendeva a posporre l’elemento centrale. La prosa del Decameron, infatti, è ricercata e complessa, ricca com’è di costruzioni sintattiche modellate sulla costruzione latina. Solo qualche esempio che riconduce alla sintassi latina, soprattutto l’ “inversione”: la posposizione di aver compassione rispetto a umana cosa, umana viene a sua volta premessa a cosa e nella riga successiva a coloro precede massimamente richiesto così come l’avverbio interrompe la sequenza ausiliare-participio, e come, infine, di conforto sta tra hanno e avuto.
Il secondo esempio tratto dall’Introduzione alla prima giornata precede la descrizione degli avvenimenti tragici del 1348, legati alla peste (l’«orrido cominciamento»), e ha un andamento più colloquiale e meno distaccato nel rivolgersi direttamente a quelle che sono le sue interlocutrici, il suo pubblico eletto, le donne.

È evidente, in generale, la presenza di proposizioni molto ampie e complesse nelle quali le subordinate costituiscono la parte dominante e si susseguono per accumulo di ipotassi e, spesso, se non sempre, come in entrambi i passi citati, si collocano tra soggetto e predicato della principale posto, a sua volta, al termine della frase, come nel modello latino della prosa. Nel periodo latino la collocazione delle parole segue lo stesso criterio di ascendenza o discendenza. Ugualmente significativo e frequente l’uso delle forme implicite, come meco pensando che danno una più ampia possibilità di interpretazione rispetto alle forme esplicite.
Nelle novelle, invece, Boccaccio si ritira lasciando ai giovani della brigata (sette ragazze e tre ragazzi) la funzione di narratori e consentendo loro una scelta linguistica più familiare, un tono descrittivo intermedio (la lingua “mezzana” di Boccaccio) ottenuto con un uso informale della lingua nelle scelte lessicali e sintattiche e con l’apporto fondamentale dell’inserzione di dialoghi tra i protagonisti delle singole novelle, come ad esempio:

In queste nostre contrade fu e è ancora un munistero di donne assai famoso di santità (il quale io non nomerò per non diminuire in parte alcuna la fama sua) nel quale, non ha gran tempo, non essendovi allora più che otto donne con una badessa, e tutte giovani… (Decameron, III, 1)

in cui la storia sembra avviarsi proprio con il classico “c’era una volta” delle fiabe, inizio molto simile al

Fu, secondo che io già intesi, in Perugia, un giovane il cui nome era Andreuccio di Pietro, cozzone di cavalli ...(Decameron II, 5)

o ancora

Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men biasimevole che aspro, il quale senza alcuna distinzion far comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito fosse con alcun suo amante trovata in adulterio... (Decameron, VI, 7)

e poi

Nella città di Brescia fu già un gentile uomo chiamato messer Negro da Ponte Carraro, il quale, tra più altri figliuoli, una figliuola aveva... (Decameron IV, 6)

o, infine

Fu adunque, non è ancora gran tempo, in Firenze una giovane assai bella e leggiadra...(Decameron, IV, 7).

Le proposizioni sono brevi, soprattutto se messe a confronto con il periodare ampio e complesso dei passi citati in precedenza, con poche incidentali e forme implicite, con una sequenza più semplice, e non troppo sostenuta retoricamente, delle parti: la sintassi delle novelle ricalca in molti modi la struttura più lineare della narrazione orale.
I dialoghi poi, che costituiscono una parte fondamentale del narrato, portano il lettore con sé, lo coinvolgono e lo trascinano direttamente all’interno del racconto. Nella novella otto della terza giornata (III, 8) il dialogo si svolge tra Ferondo e il monaco bolognese:

Ferondo, piangendo e gridando, non faceva altro che domandare: «dove sono io?».
A cui il monaco rispose: «Tu sè in Purgatoro».
«Come?» disse Ferondo «Dunque son io morto?».
Disse il monaco: «Mai sì» ...

e il dialogo continua con lo stesso andamento: frasi brevi, dirette, senza involuzioni e con la riproposizione dei modi più vicini al parlato. Il dialogo serve anche a costruire con le parole quei giochi sulla sessualità, immaginati dagli interlocutori:

Il prete le cominciò a dire: «Bene Belcolore, de’ mi tu far sempre mai morire a questo modo?».
La Belcolore cominciò a ridere e a dire: «O che ve fo io?».
Disse il prete: «non mi fai nulla ma tu non mi lasci fare a te quel che io vorrei e che Idio comandò»
(Decameron, VIII, 2)

e la conversazione continua sullo stesso tono fatto di detto e non detto, di sottintesi e doppi sensi erotici, talmente protratti da non lasciare alcun dubbio.
Il dialogo è parte integrante anche di quelle novelle dove lo scopo è quello di suscitare il riso. Nella terza novella della terza giornata (III, 3) il dialogo si svolge tra Maso e Calandrino (il personaggio per eccellenza vittima delle “beffe” del Decameron):

«Oh!» disse Calandrino «cotesto è buon paese; ma dimmi, che si fa de’ capponi che cuocon coloro?»
Rispose Maso: «Mangiansegli i baschi tutti».
Disse allora Calandrino: «Fostivi tu mai?» A cui Maso rispose: «Di’ tu se io vi fu’ mai? Sì vi sono stato così una volta come mille».
Disse allora Calandrino: «E quante miglia ci ha?».
Maso rispose: «Haccene più di millanta, che tutta la notte canta»…

e continua così a lungo una conversazione fatta di fantasia di parole inventate e di non sense di cui il credulone Calandrino non si avvede.

La lingua di Boccaccio poi, come in questo caso, assume quelle coloriture popolari nelle quali il lettore si può ritrovare, soprattutto nel lessico che ha una ricchezza straordinaria pari a quella della Commedia di Dante e copre tutto l’universale mondo umano ma che, a differenza della Commedia, abbraccia un maggior numero di varianti sociali, producendo quello che viene chiamato il “realismo” di Boccaccio. Il realismo investe tutto il mondo del quotidiano, dai capi di abbigliamento con le relative stoffe (camiscia, calze, brache, panni di gamba e buccherame, panno, sargia, velluto, zendado), agli oggetti di casa, come nella novella tre della settima giornata (VII, 3):

… (lasciamo stare d’aver le lor celle piene d’alberelli di lattovari e d’unguenti colmi, di scatole di varii confetti piene, d’ampolle e di guastadette con acque lavorate e con oli, di bottacci di malvagia e di greco e d’altri vini preziosissimi traboccanti, in tanto che non celle di frati ma botteghe di speziali o d’unguentarii appaiono più tosto à riguardanti

al mondo mercantile e quindi alle monete (con i fiorini si trovano ducati, mattapan, gigliati, bolognini, dobbre), alle consuetudini legali e alle tradizioni economiche (capitale, dispositario, presura, procedere contro, ragione civile, quistione criminale), al mondo della medicina e della farmacopea (mortifera pestilenza in primis, fistola, guasto, impiastro e poi aloe, patico, comino, gengiovo, ecc.) e al lessico marinaro (barca, legno, navicella, cocca, galeotta). E naturalmente il lessico dell’amore con tutte le varianti e sfumature possibili, un lessico che copre la vasta gamma degli affetti, della sensualità, della sessualità e della passione e tutto il mondo metaforico correlato.

Inoltre dà una ulteriore patina “popolare” alla narrazione l’universo dei modi di dire e dei proverbi, delle maledizioni e degli insulti: chi è reo e buono è creduto, può fare il male e non è creduto; rendere al marito pan per focaccia; per che così vi vo’ dire, donne mie care, che chi te la fa, fagliele; a modo del villan matto dopo danno fé patto; per lo primo colpo non cade quercia; lo scolare che di mal pelo avea taccata la coda; gli facean cavalcar la capra delle maggiori sciocchezze; rimarrai più sano che pesce; egli avrebbe buon manicar co’ciechi; fatta della necessità vertù; abbiamo costui tratto della padella e gittatolo nel fuoco ecc.: molte di queste forme si conservano anche oggi nella lingua del nostro uso quotidiano.
C’è anche tutto il sostrato più letterario e colto nel Decameron, che dalla letteratura cavalleresca prende non solo le trame di alcune novelle, quelle che hanno per protagonisti re e signori, ma anche temi come cortesia e onore, e adotta gallicismi del tipo noia, dama damigella, garzone, onta, torneo ecc. e abbonda di suffissi in anza, aggio. Poche sono le forme arcaicizzanti, mentre più numerosi gli arcaismi evitati. In un’epoca di passaggio dalla e protonica alla i Boccaccio preferisce, quasi sempre, quest’ultima, scegliendo per esempio migliore prigione signore anziché pregione megliore segnore .

Un’ultima annotazione riguarda il destinatario del Decameron: il mondo femminile, come abbiamo già posto in evidenza, delle carissime donne, valorose donne, giovani donne, amorose donne, onorabili donne, piacevoli donne, dilettose donne, nobilissime giovani e così via dicendo, le donne che sono le ispiratrici ma, soprattutto, le destinatarie dell’opera, alle quali però il Decameron non risparmia anche quei luoghi comuni della tradizione misogina mai rinnegata da Boccaccio (come donna mestola, donna zucca al vento, madonna baderla, canna vana, donna pocofila...) perché forme popolari, forme “per diletto” che hanno lo stesso diritto ad essere contemplate, come le altre, in tutto quel mondo: «Conviene nella moltitudine delle cose diverse qualità di cose trovarsi» scrive Giovanni Boccaccio nella Conclusione dell’opera in quella Decima e ultima giornata del libro chiamato Decameron cognominato prencipe Galeotto.

Anna Mori
Docente di Storia della lingua italiana
Università per Stranieri di Perugia

*****

SOMMARIO DEL MENSILE BOCCACCIO 700

- L’EDITORIALE

- Né come Dante né come Petrarca: su Boccaccio rimatore, di Roberto Fedi

- Boccaccio, il Decameron e la questione della lingua italiana, di Anna Mori

- La voce a Boccaccio: Madonna Oretta, Giornata VI, Novella 1, di Floriana Calitti

- Intervista a Giancarlo Alfano. L’intrigante Decameron, tra passato, presente e futuro, di Giovanni Capecchi

- Il Decameron al cinema. Un’opera all’origine di tanti film, di Gianfranco Bogliari

- Boccaccio in Europa. Non solo il Decameron, di Ilaria Rossini

- L’affascinante storia editoriale del nuovo testo del “Decameron”. Intervista a Maurizio Fiorilla. Di Stefania Modano

- Boccaccio e lo straordinario successo del tema del “cuore mangiato”, di Floriana Calitti.

- Intervista di Floriana Calitti ad Amedeo Quondam. Le cose e le parole del mondo nel “Decameron” di Boccaccio.

- Nastagio degli Onesti e l’exemplum della caccia infernale, di Floriana Calitti

- Il dono della sposa. Boccaccio, Botticelli e la pittura del Quattrocento di Anna Maria Panzera

- Boccaccio narratore in versi: Il “Ninfale fiesolano” di Daniele Piccini

- Boccaccio e le “conclusioni del Decameron” di Luigi Surdich

[1A. Quondam, Le cose (e le parole) del mondo, in G. Boccaccio, Decameron, a cura di A. Quondam, M. Fiorilla e G. Alfano, Milano, Rizzoli, 2013, pp. 1692-1696.

[2Le citazioni sono tratte dalla recente edizione della Bur Classici già citata che ha ripristinato (sulla base dei codici manoscritti, in particolare sul famoso autografo berlinese Hamilton 90, tra l’altro, la presenza delle lettere maiuscole di diversa grandezza (nell’incipit delle novelle ma non solo) che noi non possiamo purtroppo riprodurre qui su internet come nel caso di “U” di Umana e la “Q” di Quantunque.


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