Altritaliani

La politica italiana al tempo de “governo tecnico”

domenica 26 febbraio 2012 di Lino Scarnera

L’agonia del Governo Berlusconi sembra essersi conclusa, con le dimissioni del Presidente del Consiglio e con la nascita di un “Governo Tecnico” fortemente sponsorizzato dal Presidente della Republica, Napolitano. Sembra anche che le forze politiche abbiano trovato il modo di cooperare con l’attuale governo per dare una svolta alla grave crisi economico/finanziaria dell’Italia. Tuttavia, a guardare bene, si tratta di una “svolta” che continua ad andare dritto. Verso un baratro, probabilmente.

 Tutti insieme, appassionatamente.

L’attuale governo italiano, fatto di “tecnici”, ovvero di persone dotate di competenze tecnico/scientifiche riconosciute ma non ufficialmente riconducibili a particolari schieramenti politici, gode di una certa popolarità nell’opinione pubblica (nel mese di febbraio 2012 l’IPSOS ne ha rilevato una fiducia al 60%) e di un forte consenso parlamentare, che abbraccia quasi tutte le forze politiche presenti in parlamento. Le ragioni di tale popolarità vanno ricercate, da una parte, soprattutto nello stile “sobrio” che esso ha adottato, che contrasta nettamente con lo stile del governo che ha sostituito, presieduto da Silvio Berlusconi, che si è invece caratterizzato per gli scandali con cui ha avvelenato la cultura politica italiana, per l’inefficacia delle misure messe in atto, e per il linguaggio ed i comportamenti disgreganti utilizzati dai suoi componenti. Le ragioni del consenso parlamentare, invece, si prestano ad essere comprese con più difficoltà: a parte l’emergenza economica e finanziaria in cui versa il paese, il cui superamento (dicono) richiede uno sforzo collettivo da parte di tutti i cittadini, sembra essere presente una certa condivisione sostanziale delle misure che il “Governo Tecnico” sta prendendo, da parte di tutte le forze politiche che lo sostengono. In altre parole, sembra che le misure messe in atto siano più o meno le stesse che le forze politiche presenti in parlamento avrebbero voluto realizzare, se ne avessero avuto la possibilità.

Ma la possibilità l’hanno avuta, soprattutto l’ultimo governo Berlusconi, che ha goduto, almeno all’inizio del suo mandato, della più ampia maggioranza parlamentare mai realizzatasi nel Parlamento Italiano. Questo governo, al pari dei governi di centrosinistra che l’hanno preceduto, ha perso la maggioranza parlamentare nel corso del suo mandato. Una maggioranza che è poi riapparsa, rafforzata dal contributo delle forze di opposizione, per chiedere i sacrifici ai cittadini, e per fare riforme che ambedue gli schieramenti si proponevano di fare, e che tuttavia non hanno fatto.

 Eventi storici e decostruzione dei paradigmi regolatori della politica

Il fenomeno della progressiva decostruzione dell’identità culturale e politica della sinistra può aver contribuito al determinarsi di tale situazione. Tale fenomeno può essere considerato come il prodotto di una sequenza di eventi storici che hanno avuto enorme risonanza mediatica.

Nel 1978 Aldo Moro venne assassinato dalle Brigate Rosse. Questo evento rappresentò il momento più buio degli “anni di piombo”, la stagione terroristica che attraversò gli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, e che si caratterizzò per una lunga serie di attentati terroristici, di destra e di sinistra, ed anche per l’aperta incitazione alla lotta armata fatta da alcune frange estremistiche che si dichiaravano di sinistra. Le radici degli “anni di piombo”, tuttavia, si estendevano fino alle stragi nere degli anni 68/74, quando la televisione era ancora in bianco e nero, ed i loro rami fino alla strage di Bologna del 1980, quando la televisione era già a colori. Questa catena di tragici eventi danneggiò, in quegli anni, gravemente l’immagine della sinistra, soprattutto quella movimentista, in quanto sostenne l’associazione, ed a volte l’equiparazione, tra la protesta politica e criminalità.

Nel 1984 morì Enrico Berlinguer, il segretario del PCI che si oppose alle politiche del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (PCUS) e del Partito Comunista Cinese (PCC), e che fu oggetto di un probabile attentato in Russia nel 1973 (la sua auto, in cui viaggiavano anche altri dissidenti, fu investita da un camion militare. L’interprete morì nell’incidente). Sotto la sua guida, il Partito Comunista Italiano (PCI) raggiunse il suo massimo storico (34,4%). La perdita di un punto di riferimento in grado di contrastare le tesi politiche dei paesi dell’Est sostenendo comunque tesi di sinistra, probabilmente comportò grosse difficoltà in relazione agli eventi storici successivi.

Nel 1986 esplose la centrale nucleare di Cernobyl. Le radiazioni liberate dall’esplosione gettarono nel panico l’Europa, soprattutto per il timore che potessero verificarsi casi analoghi a causa delle disastrose condizioni socioeconomiche dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), che avrebbero potuto rendere meno frequenti ed accurati i controlli. L’immagine dell’URSS, quale emblema dell’efficienza socialista, ne venne fortemente danneggiata.

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Nel 1987, Michail Gorbaciov, segretario generale del PCUS, avviò riforme finalizzate a rendere trasparenti le metodologie di accesso e gestione del potere, combattendo la corruzione dei dirigenti del partito e dello stato (la Glasnost, ovvero “trasparenza”), e a dare maggiore ricchezza ai cittadini liberalizzando l’economia (la Perestroika, ovvero “ricostruzione”). Sia nell’URSS che nell’Europa (ed anche nel resto del mondo), si aprì una speranza. Soprattutto all’interno della sinistra che non condivideva il modello socio/politico precedentemente adottato nell’URSS.

Nel 1988 esplose la protesta degli studenti universitari cinesi. La così detta “rivoluzione di piazza Tienanmen”, venne osteggiata da alcune fazioni del PCC e sostenuta da altre. L’illusione mondiale che anche in Cina potesse verificarsi un cambiamento, simile a quello in atto nell’URSS, crollò molto presto. Infatti, nel giro di qualche mese, le fazioni che sostenevano la rivolta vennero epurate e la protesta studentesca repressa nel sangue. L’immagine internazionale del “Socialismo Reale” venne ulteriormente danneggiata.

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Nel 1988 iniziarono anche le Guerre dei Balcani, un “tutti contro tutti” sostenuto da rivendicazioni nazionalistiche mescolate ad odio etnico e razziale. Esse si conclusero nel 1995 ed ebbero il loro ultimo spettacolarizzato colpo di coda nel 1998/99, quando la NATO intervenne militarmente per fermare la “pulizia etnica” che il presidente Serbo Milosevic stava mettendo in atto ai danni dei musulmani presenti nel territorio da lui presieduto. Il Governo che aveva retto la Repubblica Socialista Jugoslava a partire dal 1945 non era quindi riuscito a realizzare la “fratellanza tra i popoli” tanto predicata. Il Governo Italiano, guidato da D’Alema, partecipò all’intervento militare della NATO, infrangendo quello che potrebbe essere considerato una specie di “tabù pacifista” della sinistra.

Nel 1989 un portavoce del governo della Germania Est annunciò in televisione l’imminente riforma dei viaggi all’estero. A furor di popolo, i telespettatori scesero in piazza e demolirono il Muro di Berlino. L’euforia dilagò, a destra come a sinistra, sia pure con connotazioni differenti: infatti, la demolizione poteva significare una vittoria sugli stati comunisti come anche la liberazione da una cultura politica oppressiva, e costituire una speranza di rinnovamento culturale.

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Nel 1991 Boris Elstin, ex membro del PCUS e presidente della Russia, resistette al tentativo di golpe messo in atto da alcuni nostalgici dello stesso partito, che si opponevano alle riforme e che avevano rapito Gorbaciov per indurlo a ritirare le stesse. Anche Gorbaciov resistette, nonostante fosse stato rapito, e tuttavia dovette assistere, sbalordito, al successivo annunzio fatto da Elstin in diretta televisiva: la messa al bando del PCUS dalla Russia. Gorbaciov si dimise dal suo ruolo il 25 dicembre dello stesso anno, e l’URSS si sciolse il giorno dopo. Nello stesso anno, tra Aprile ed Agosto, sbarcano in Puglia circa 47.000 albanesi (27.000 a Brindisi e 20.000 a Bari), spinti dalla fame e dal crollo della dittatura comunista del proprio paese. L’immagine del “Socialismo Reale”, nel mondo, ne rimase completamente distrutta.

Nel 1999 Boris Elstin, in pessime condizioni di salute anche a causa dell’abuso di fumo e di alcool, si dimise dalla presidenza russa lasciando il posto a Vladimir Putin, ex membro del KGB. Con l’avvento di Putin, quello che restava della Glasnost viene gettato al macero, e tornarono in auge i metodi di gestione del potere già sperimentati nel KGB (persecuzione del dissenso, assassinio degli oppositori, controllo politico violento delle manifestazioni di protesta).

A conclusione di questa catena di eventi, la Russia (ovvero la maggior parte della ex URSS) e la Cina sono diventate tra le potenze capitalistiche più aggressive e perverse. Infatti il paradigma comunista, in cui l’economia era completamente regolata dallo stato, non riuscì a realizzare il benessere economico dei cittadini: in un mondo dove ogni cosa è pianificata e garantita dall’alto, non c’è ragione di impegnarsi in alcunché, quindi l’economia ristagna. Esso, d’altra parte, non riuscì neanche ad eliminare le differenze di classe. Infatti, sia nell’URSS che nella Cina le classi dominanti furono sostituite dai funzionari di partito, i quali mantenevano condizioni di vita privilegiate, rispetto ai comuni cittadini, in virtù delle grandi responsabilità inerenti alla gestione della cosa pubblica. Come risultato, di questa serie di eventi storici e di queste contraddizioni, si è verificata, da parte di queste due nazioni, una completa adesione al peggiore dei paradigmi liberisti. In maniera analoga, in Italia (e nel resto del mondo), le tesi della sinistra, almeno quella moderata, sono diventate sempre meno distinguibili da quelle della destra. Eppure, la drammatica crisi economica attuale prova che il modello liberista/capitalista vigente, assunto ormai anche da gran parte della sinistra, non sia affatto la panacea di tutti i mali. Inoltre, tale crisi non ha ancora trovato una via d’uscita.

Dall’altra sponda politica, invece, non furono registrati eventi internazionali la cui portata avesse effetto anche sui modelli culturali nazionali. Nonostante la “guerra fredda” e le varie guerre sparse sul pianeta, le crisi economiche e l’inquinamento, il paradigma politico/culturale italiano dominante sembrava resistere bene ai cambiamenti storici e godere di relativamente buona salute: lo scenario politico rimase relativamente stabile per circa cinquant’anni, con un partito di maggioranza relativa (la Democrazia Cristiana) stabilmente al governo, con qualche piccolo partito di destra (il Partito Liberale Italiano ed il Movimento Sociale Italiano), altri piccoli partiti di centro e di sinistra che affiancavano la DC al governo (quali il Partito Repubblicano Italiano, il Partito Socialdemocratico ed il Partito Socialista). A parte qualche sporadica testimonianza di qualche piccola formazione politica di estrema sinistra (quale il Partito di Unità Proletaria, o il Partito Socialista di Unità Proletaria), l’opposizione parlamentare di quegli anni fu rappresentata, con continuità e coerenza, dal solo PCI. Tale quadro politico fu denominato “bipartitismo zoppo”, perché dei due maggiori partiti presenti sulla scena, uno stava stabilmente al governo e l’altro all’opposizione.

Nel 1992 esplose, in Italia, la così detta “Tangentopoli”, l’inchiesta condotta dal pool di magistrati di “Mani Pulite” e riguardanti le tangenti che venivano versate per finanziare i partiti, soprattutto la DC ed il PSI, ma anche il PCI (il conto “gabbietta” di Primo Greganti) ed altri partiti. L’Italia stava attraversando una crisi economica molto simile a quella attuale, con Giuliano Amato alla guida di un governo di emergenza nazionale, che emise una serie di misure economiche che saranno ricordate come una stangata epocale. Tangentopoli, crisi economica e stangata, demolirono quel che rimaneva della fiducia dei cittadini nel sistema dei partiti.

Nel 1994 la Democrazia Cristiana, al governo da circa cinquant’anni, si sciolse nel Partito Popolare Italiano, a seguito degli scandali che la avevano interessata. Era stato sempre il partito di maggioranza relativa dall’avvento della democrazia in Italia, tranne che per le elezioni europee del 1984, quando fu superato dal PCI. La “Tangentopoli”, avendo comportato la disintegrazione della Democrazia Cristiana, sembrava aver sconfitto il “bipartitismo zoppo”. Ma non fu così. Nel 1994 entrò in scena Berlusconi, e vinse le elezioni. Invitò due magistrati del pool di Mani Pulite (Di Pietro e D’Avigo)ad entrare nel suo governo, ma i due rifiutarono. Iniziò allora una campagna di denigrazione contro i magistrati che ha caratterizzato tutta la sua carriera politica.

 Crisi dei paradigmi e “personalizzazione della politica”

La vittoria di Berlusconi comportò anche il trionfo della personalizzazione della politica: la politica, da essere l’espressione di modelli di analisi della realtà condivisi da gruppi di uomini all’interno dei vari partiti, da cui si sviluppavano (e si valutavano) le varie strategie di pianificazione politica ed economica, diventò l’emanazione delle opinioni e dei voleri di un solo leader, affiancato da una rete piramidale di adepti, ridotti al ruolo di suoi portavoce. Con Berlusconi si fece strada anche l’idea del “partito/azienda”, in cui l’organizzazione politica andava valutata in termini di efficacia nel perseguimento degli obiettivi, ed efficienza nel rapporto tra costi e benefici. In quest’ottica aziendalistica, le argomentazioni politiche dovevano diventare merce di facile consumo, quindi i contenuti dovevano appiattirsi, ed i linguaggi e le argomentazioni banalizzarsi.

La personalizzazione della politica quindi comportò, insieme alla serie di eventi storici prima descritta, la scomparsa dei grandi paradigmi ideologici dalla politica. La mancanza di grandi paradigmi di analisi della realtà e valutazione delle strategie politiche ha l’effetto di disarmare i politici di fronte alle proprie responsabilità, che devono affrontare sulla base di analisi e valutazioni personali, non strutturate e non sistematizzate attraverso paradigmi condivisi. Di conseguenza, poiché non è detto che i politici siano anche grandi pensatori, può accadere spesso che la realtà appaia loro troppo complessa per essere analizzata e pianificata attraverso strumenti concettuali strettamente personali. I politici, così come la gente comune possono quindi essere presi dall’angoscia di non riuscire a tenere insieme analisi della realtà, finalità politiche condivise, valori sociali e principi etici. Quindi per essi è facile cedere alla tentazione di liberarsi dall’angoscia semplificando la complessità che la determina, ovvero liberandosi dei valori sociali ed etici, e/o delle finalità politiche e dai modelli di analisi della realtà. Quindi la personalizzazione della politica si risolve spesso nella sua banalizzazione, che può anche consentire l’emergere di trionfanti sentimenti di ebbrezza mista ad angoscia, ma che tuttavia spesso risolve il confronto politico in battibecchi da condominio.

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© Giuseppe Falco

La scomparsa dei grandi paradigmi politici ha comportato, anche, la riduzione della valutazione delle proposte politiche alla valutazione delle persone candidate, quindi ha accentuato fortemente i fenomeni di identificazione e di idealizzazione tra i leader e gli elettori. Tali fenomeni si basano poco sulla valutazione logica dei contenuti di cui i leader sono portatori, quindi vengono vissuti senza distacco, alla stregua di relazioni personalizzate ed intime con il leader idealizzato, con il quale l’elettore si identifica. Le scelte politiche che i leader della “politica personalizzata” di volta in volta fanno, tuttavia, debbono necessariamente essere rivolte a categorie di cittadini, invece che a singoli individui infatuati del proprio leader, quindi sono spesso vissute come gravi attacchi personali, perché il legame tra leader ed elettore è da quest’ultimo illusoriamente vissuto come una relazione intima e personalizzata. La personalizzazione della politica è soggetta quindi a rapide oscillazioni emotive, che comportano la rapida scomparsa della identificazione e/o il repentino cambiamento di segno della idealizzazione, che diventa svalutazione. La politica personalizzata, pertanto, più che su analisi della situazione su cui intervenire, e su valutazioni dei possibili effetti degli interventi prefissati, si basa sull’umore dei cittadini. Il futuro di un paese, quindi, viene deciso in base alla volatilità dei sondaggi, piuttosto che sulla base di analisi rigorose della situazione attuale e pianificazioni puntuali e dettagliate delle azioni da compiersi per cambiarla. Un leader eletto sulla base della personalizzazione della politica, quindi, corre spesso il rischio di trovarsi in situazioni di blocco decisionale, poiché non dispone più di un paradigma che consenta di spiegare ai cittadini le scelte politiche fatte, quindi di modulare il loro umore e, attraverso questo, il proprio consenso elettorale.

 La “svolta dritta” (o la “svolta da dritti ”) [1]

In tale contesto, pertanto, un “Governo Tecnico” può realizzare senza difficoltà le medesime misure che i “Governi Politici” non possono realizzare, e/o che realizzano al costo di gravi perdite di consenso: sembra, infatti, che ad esso sia riconosciuta l’autorità di un medico che deve curare una malattia, e che quindi le misure prese siano percepite come un male necessario, privo di coloriture politiche. Che invece ci sono.

L’idea di un partito gestito secondo criteri analoghi a quelli utilizzati per le aziende, tuttavia, non è del tutto estranea al sistema dei partiti tradizionale: perseguire idee politiche nel tempo necessita della presenza continuativa di apparati organizzativi che devono mantenersi stabili. Pertanto, all’interno di un contesto culturale che vede l’affermarsi della personalizzazione della politica ed il sistema tradizionale dei partiti fortemente squalificato, le necessità gestionali dei singoli partiti hanno comportato (e comportano ancora), in moltissime occasioni, l’accettazione acritica di personaggi sconosciuti, dubbi e francamente equivoci, purché funzionale alla sopravvivenza organizzativa del partito. Il risultato paradossale di questa catena di eventi, è stato l’aumento della corruzione, tante volte testimoniato dalle relazioni della Corte dei Conti Italiana negli ultimi anni: il sistema dei partiti è stato squalificato a causa della corruzione; la squalifica dei partiti ha comportato la personalizzazione della politica, e quest’ultima ha aumentato la corruzione all’interno delle Pubbliche Amministrazioni, ad opera di personaggi spesso improvvisati alla politica, che tuttavia garantivano (e garantiscono) ai partiti un certo consenso elettorale. La Corte dei Conti Italiana ha recentemente quantificato in 60 miliardi di euro annui la quota di denaro che finisce illecitamente nelle mani dei corrotti (E. Scalfari, La Repubblica, 19/02/2012). Il consenso di cui godono questi personaggi, tuttavia, non è più collegato ad un modello politico, quindi, trattandosi di consenso elettorale strettamente personale, può transitare senza difficoltà da un partito all’altro. Questo risultato paradossale interessa ambedue i maggiori schieramenti politici italiani: infatti, in periodi di crisi politica si sono verificate compravendite di parlamentari in ambedue gli schieramenti. Tale situazione da un lato garantisce sopravvivenza a governi che, pur essendo “Politici”, sono politicamente impotenti, e dall’altro scandalizza l’opinione pubblica: un’altra ottima ragione, per i “politici”, per sostenere a spada tratta un bel “Governo Tecnico”.

Questa percezione distorta della vita politica, benché sia fondata su elementi incontestabili, è arrivata al punto di cannibalizzare anche gli incolpevoli approcci politici ispirati da genuine visioni del mondo e da progetti di interesse collettivo. In questo modo, l’intera politica è stata identificata con la “cattiva politica”, portando alla crescita esponenziale dell’antipolitica e dell’astensionismo, che tuttavia non danneggia coloro i quali sono portatori e beneficiari di interessi lobbistici, illeciti ed immorali, a qualsiasi modo legati alla gestione della Amministrazioni Pubbliche. Anzi, li rafforza perché il consenso elettorale che caratterizza tali distorsioni della politica non è toccato dall’astensionismo, che invece va a ridurre la quota di consenso che potrebbe essere riservato ad altri approcci politici. Si è creato così un circolo vizioso, in cui la politica corrotta e gli approcci lobbistici e clientelari vengono paradossalmente rafforzati dai danni che producono alla coscienza civica della comunità. Una tendenza pericolosissima, che si inserisce all’interno di un quadro politico ed economico, nazionale ed internazionale, in cui gli interessi finanziari sono scissi dai bisogni economici, ed in cui il mondo della finanzia tiranneggia quello dell’economia, causando anche crisi finanziarie catastrofiche il cui peso viene scaricato sul mondo della produzione economica, piuttosto che su quello della speculazione finanziaria. In questo modo si sta curando la crisi economica prescrivendo, come cura, la malattia da cui è affetta, piuttosto che rimedi in grado di guarirla: infatti, come risultato paradossale, viene richiesto ai giovani di impegnarsi a pagare un debito pubblico gigantesco senza avere un lavoro, o avendo al massimo un lavoro precario, ed anche a prezzo di continue riduzioni della spesa pubblica destinata alle politiche sociali ed al sostegno alla disoccupazione, resesi necessarie per continuare a pagare gli interessi a chi è già ricco, ed è inoltre responsabile di avere causato l’attuale crisi economico-finanziaria con continue speculazioni finalizzate ad ottenere guadagni vertiginosi, e senza preoccuparsi di incidere sull’economia. Infatti, la speculazione finanziaria permette, paradossalmente, di distribuire utili ad azionisti di aziende anche in forte perdita economica: basta tagliare posti di lavoro.

La progressiva precarizzazione del lavoro, l’aumento della disoccupazione e la perdita dei posti di lavoro conduce ad un crollo della domanda di consumi interna, quindi ad una ulteriore riduzione del Prodotto Interno Lordo e delle prospettive di crescita. Tali riduzioni vengono valutate negativamente dalle agenzie di rating, che declassano stati e banche perché diventate inaffidabili, per ciò che concerne le possibilità di ripianamento del debito. Di conseguenza, i tassi di interesse sul debito aumentano, quindi la speculazione finanziaria rafforza l’azione di strozzinaggio sull’economia, che continua a precipitare: una gigantesca costruzione che sembra stia crollando, avvitandosi su sé stessa.

 Paradossi conclusivi

Stando a tale dinamica si può affermare che il fine ultimo della speculazione finanziaria sia quello di indurre il mondo della produzione economica a lavorare gratis. Tuttavia, in presenza di lavoro gratuito il denaro non avrebbe valore, quindi si può anche affermare che il mondo della finanzia si stia suicidando. Niente di male, se tale paradosso rappresentasse uno scenario plausibile. Infatti, il mondo del lavoro, della produzione economica, sarebbe il primo a soccombere, lasciando il mondo della finanzia pieno di denaro inutilizzabile ed al contempo incapace di produrre alcunché di utile al proprio sostentamento: una “fine del gioco” davvero ingloriosa.

Inoltre, questo non sarebbe l’unico paradosso che caratterizza il paradigma liberista. Infatti, la sua più alta aspirazione, stando alla regola di “realizzare prodotti sempre migliori a prezzi sempre più competitivi”, troverebbe il suo massimo compimento logico nel “realizzare prodotti di eccellenza a titolo del tutto gratuito”, che suona vagamente comunista.

Paradossi a parte, come risultato di tale perversa dinamica, negli ultimi decenni si è affermata una tendenza che vede una quota sempre maggiore di ricchezza accentrarsi in un numero sempre più ridotto di persone, ed una quota sempre più ridotta di reddito distribuirsi su una quota sempre maggiore di persone. Quest’ultima quota di persone, inoltre, è quella che, più delle altre, sta pagando il prezzo dell’industrializzazione e del consumismo selvaggio che caratterizza il modello economico liberista dominante: i cambiamenti climatici dovuti all’”effetto serra” causato dall’anidride carbonica immessa nell’atmosfera causa drammatiche carestie e catastrofiche precipitazioni su più parti del pianeta, coinvolgendo un numero sempre più elevato di città e di popolazioni. La promessa liberista di garantire sviluppo illimitato basandosi su risorse illimitate (inconsistente logicamente, prima che materialmente), sta mostrando quindi le sue drammatiche conseguenze su sfera planetaria: il continuo ridursi delle riserve energetiche fossili, associato ad un costante aumento della loro domanda, ne fa lievitare continuamente i prezzi, e condurrà necessariamente a crisi energetiche che trascineranno in un circolo vizioso tutti i settori produttivi, compreso quello agrario. D’altra parte, l’aumento della popolazione mondiale non consentirà, entro i prossimi decenni, di produrre tutti gli alimenti necessari alla sopravvivenza della specie umana sulla Terra.

Si profila, quindi, la fine di un’epoca.

Questa situazione non può lasciare esente da responsabilità nessun livello di gestione politica della cosa pubblica. Le realtà locali devono quindi assumere nuove responsabilità, che spaziano dalla produzione di energia alla gestione dei rifiuti e del patrimonio ambientale, storico, culturale ed archeologico. Quindi esse devono invertire la logica che vede la gestione dell’economia basata sugli interessi della finanza e ridurre le distanze tra pianificazione politica e produzione economica, tra gestione delle finanze e qualità della vita dei cittadini. Un risultato che si può ottenere, oltre che con la validità dei programmi, con la qualità degli approcci e delle metodologie utilizzate: incentivando la partecipazione democratica, migliorando la trasparenza amministrativa, combattendo la corruzione e gli approcci lobbistici e clientelari, sviluppando programmi di intervento attraverso la compartecipazione dei cittadini, adottando metodi di gestione collegiali della cosa pubblica e sistemi di autocontrollo che garantiscano che gli atti degli amministratori siano coerenti con tali principi. In poche parole, con un modello che punti a ricostruire una relazione sana tra attività politica e coscienza civica cittadina, tra metodologie di gestione della cosa pubblica e senso di appartenenza alla comunità da parte dei cittadini.

Mai come oggi è necessario immaginare un futuro migliore e lottare per costruirlo. Mai come oggi è necessario orientare la politica su progetti di lungo termine ed ampio respiro, che possano essere realizzati da approcci responsabili e solidali di lunga ed ampia portata.

Altro che “Governo Tecnico”.

Lino Scarnera

[1La parola “dritto” è utilizzata spesso, nella lingua italiana, come sinonimo di “furbo”.


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