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L’Italia e la “guerra fredda”. Neve, disagi e altri misfatti.

mercoledì 15 febbraio 2012 di Emidio Diodato

Come in altri paesi, partendo dal Giappone per giungere in Algeria, anche in Italia il ghiaccio e la neve hanno colpito duro quest’anno, provocando distruzioni e decine di morti. Soprattutto a livello locale, le televisioni hanno seguito in diretta gli eventi, proponendosi come artefici del “servizio pubblico”, ma invero alimentando preoccupazione e indignazione a buon mercato. In un piccolo comune, un assessore è stato assalito, condotto in una caverna e minacciato con un coltello. A impugnarlo c’era un cittadino inferocito perché, a suo dire, le strade non erano state liberate a modino. I soccorsi, in effetti, sono stati rapidi in alcuni casi, ma disastrosi in altri. Soprattutto a causa della mancanza di pianificazione e coordinamento.

Anche in passato ci sono state abbondanti nevicate, ma ai nostri giorni il numero di automobili in circolazione o, in generale, la complessità dei flussi di una grande città, come ad esempio Roma, hanno mostrato che è necessario programmare in anticipo un “piano neve”, anche a sud del Rubicone. Oramai ci sono ampi tratti di autostrade dove vige da novembre a marzo l’obbligo di pneumatici da neve, o catene a bordo. Perché la probabilità che, pur con poca neve, una automobile slitti e si metta di traverso è molto più alta che in passato.
Purtroppo tutte le decisioni sono state lasciate ai singoli territori, con un effetto a macchia di leopardo surreale. Ma mi chiedo: ci vuole molto a introdurre questo obbligo su tutto il territorio nazionale, come si fece con lo specchietto retrovisore quando vi fu il primo boom di automobili in circolazione? Mi è capitato di prenderne una a noleggio, via Internet, per recarmi in Slovenia: troppo tardi mi sono accorto che occorreva cliccare su un piccolo riquadro, “catene a bordo”, altrimenti la macchina ne sarebbe stata sprovvista.

È fin troppo evidente che la pianificazione e il coordinamento non possono essere pensati come una rete di protezione civile, che cali dall’alto. C’è bisogno di un cittadinanza proattiva, consapevole di un proprio ruolo quando si genera uno stato d’emergenza, o d’eccezione. Esiste, insomma, una sorta di obbligo morale a guidare con le catene a bordo e a pretendere che siano di serie nelle auto a noleggio! Tutta l’Italia si è divertita vedendo in televisione alcune signore romane, isteriche, che non potevano rientrare a casa come tutti i giorni.

Naturalmente la colpa la “tiene il Sindaco” e verrebbe da dire: nevica, municipio ladro! Ma c’è poco da ridere. Con un senso di completa irresponsabilità, molti romani hanno abbandonato ovunque le loro eleganti city cars senza catene a bordo, alimentando il caos globale (come fecero lo scorso anno i fiorentini). Poi il Sindaco di Roma, il cui senso del ridicolo era oramai sottozero da diverse ore, è intervenuto per annullare le mute che i vigili avevano inflitto a quei piccoli “criminali” in cravatta o tacchi a spillo.

Questo psico-dramma nazionale ha avuto anche alcune conseguenze politiche. Da destra e da sinistra si è tornati a parlare del bisogno della Protezione Civile, quella con le maiuscole e i poteri speciali.
Ma siamo sicuri? È questo ciò di cui hanno bisogno le nostre “società del rischio” tardo-moderne – come le definì Urlich Beck (Risikogesellschaft, trad. it. La società del rischio, Carocci 2000)? Oppure si tratta di un’illusione, quella della protezione totale da ogni evenienza?

Un miraggio tanto più pericoloso quanto maggiore diventa, emergenza dopo emergenza, la propensione ad accettare la normalità di uno stato d’eccezione permanente? A mio modo di vedere, questa illusione alimenta non solo la corruzione, ma anche la paura del singolo e quella fragilità umana da cui sovente scaturisce l’aggressività. Si genera, inoltre, un indebolimento del tessuto sociale, cosicché il pericolo di rimanere al freddo, o senza verdura, non è più accettato come un inevitabile rischio esistenziale.

Un giornale nazionale ha titolato: Guerra fredda! – sintetizzando magistralmente, pur se in modo involontario, non tanto l’intervento dell’Esercito quanto il clima di terrore che la stampa ha alimentato in questi giorni. Speriamo che, quando tutto sarà finito, non si torni a parlare di poteri speciali della Protezione Civile, ma di piccolo buon senso! Come, ad esempio, portare sempre nel bagagliaio una coperta di lana o di pile, e magari un buon libro.

Emidio Diodato
Professore associato di Scienza politica
Università per Stranieri di Perugia


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