Altritaliani

Dal film «Corpo Celeste», di Alice Rohrwacher

giovedì 19 gennaio 2012 di Elisa Castagnoli

«Corpo celeste», quello cercato, sognato, desiderato, scrutato da vicino allo specchio giorno dopo giorno, interrogato nelle sue mutazioni costanti per la protagonista tredicenne nel film. Questo corpo adolescente alla ricerca di sé, nella mutazione, nel processo di crescita, di divenire adulto con tutte le perturbazioni che tale passaggio può implicare.
E’ ancora lo sguardo «celeste» di Marta nel film, vestito d’una purezza, d’un candore di ricerca, di raggiustamento non cinico né corrotto, non assuefatto né contaminato alla realtà sociale degradata della cittadina calabrese dove la famiglia si trova a trasferirsi .

Un paesino nell’ Italia del sud vicino a Reggio Calabria dove Marta, con la madre e la sorella, è ritornata dopo lunghi anni passati all’estero. La protagonista, adolescente, è confrontata al difficile sforzo di adattamento alla nuova realtà in un quotidiano sordido sullo sfondo d’un sud preda della precarietà e dell’indigenza.
Dall’alto dei palazzi scruta la città in sopra-rilievo come fosse un paesaggio irriconoscibile, l’anonimato d’una terra straniera . A distanza, appare l’invasione dominante del cemento nel pieno-vuoto delle costruzioni, nella proliferazione grigiastra del loro non-finito , nell’espansione indeterminata, a perdita d’occhio delle periferie urbane.
La città si disegna come un cantiere in abbandono in un sud anestetizzato dove scheletri di case e quartieri popolari sono lasciati a un stato di indeterminata sospensione.

La registra sceglie di mostrare una realtà più intima, più vicina a quella osservata, vissuta nel quotidiano, ricondotta infine all’esperienza della ragazzina: percezione a vivo, microcosmo altamente soggettivo di una comunità dove il modo di operare della politica si estende all’organizzazione sociale come a quella della chiesa. Filma un’ Italia dall’impronta fortemente berlusconiana, l’Italia “delle caste e delle cricche”, dei “cortigiani e dei ladroni” nella definizione di Giorgio Bocca, un paese che si è seduto, ha incrociato le braccia e ha smesso di lottare, o forse solo di credere in qualsiasi cosa, e così ha cominciato a declinare, a morire o a lasciarsi morire. Quello di Marta è uno sguardo che viene da fuori, estraneo, non parte, posizionato in una zona di dislocazione rispetto alla realtà data in primo luogo perché precipitato da un’altrove inimmaginabile rispetto a questo sud, poi portando con sé il disagio e l’inquietudine dell’adolescenza, il malessere o meglio la difficoltà d’essere d’ogni cambiamento di stato, a sé, agli altri, al proprio corpo.

La preparazione alla cresima per l’adolescente innesca il processo di messa a nudo d’una realtà sociale e religiosa dal corpo molto meno ideale, “celeste” di quello che la promessa apparente lascerebbe intuire. La religione è ricondotta, qui, all’esteriorità dei rituali, nell’omologazione di codici e linguaggi alla televisione e alla politica: preti politicizzanti ben aggiustati al sistema , balletti di salsa preparati dalle bambine per intrattenere il vescovo, maquillage e elaborati cambi d’abito per la “cerimonia” della cresima. E ancora, sono i quiz e giochi a premi dal piccolo schermo per inculcare ad adolescenti annoiati i dogmi della fede, infine lo schiaffo lanciato con violenza sul volto di Marta nella crociata fervente d’una catechista per salvare il suo esercito di soldati alla deriva.

In una delle immagini più belle del film la ragazzina cammina ai bordi d’una strada lasciandosi alle spalle i blocchi di cemento anonimi dell’ammasso urbano, gli edifici a metà costruiti, il grigiore delle impalcature sospese sull’asfalto riempito di cartacce, rifiuti, e foglie violentemente spazzate via dal vento. Scappa via correndo ai lati d’una strada provinciale trafficata, sotto le raffiche mosse da camion e auto, il vento contro. E’ uno sguardo puro, trasparente non intaccato come la maggior parte della realtà e degli individui che la circondano, l’immagine d’ occhi bendati avanzando alla cieca, volti verso l’alto, ma, anche, la vulnerabilità e il non-sapere che l’adolescenza come processo di definizione implica. Sguardo soggettivo, velato di solitudine, separato rispetto a una comunità di cui cerca di decodificare i codici, i meccanismi di funzionamento per farne parte, poi non volendo più deliberatamente farne parte per averne toccato con mano la falsità, l’ipocrisia, l’ambiguità delle pratiche sociali e religiose.

Solitudine e difficoltà d’essere in questa realtà rendono l’estraniamento del punto di vista scelto ancora più acuto e percettibile. La camera, attraverso gli occhi, di Marta assiste, misura, osserva sottilmente gli avvenimenti, gli individui e le loro derive quotidiane. Della regista è lo sguardo sul presente dell’Italia d’oggi, constatazione e insieme contestazione, implicita, inevitabile, d’un certo stato di cose.

Un grido risuona alla fine del film, un grido di rivolta, di rabbia, di ribellione incarnato dalle parole d’un vecchio religioso solitario, grido proveniente da un altro luogo del sacro, dall’assoluto d’un messaggio dimenticato, tali le parole del Cristo pronunciate ai piedi della croce di cui la bambina continua a chiedere con insistenza la traduzione senza che nessuno sappia risponderle. “Eli, Eli lama sabactani, Dio mio perché mi hai abbandonato”, esiste ancora un modo, un altro modo di credere, di sperimentare il sacro oltre l’esteriorità dei rituali e “l’intonaco bianco” delle facciate? Le sue parole si levano come un grido violento di risveglio contro un paese addormentato, un tessuto sociale atrofizzato, ronfante al rumore dei televisori, al suono dei telefonini, agli schiamazzi vuoti dei politicanti, sottomesso al gioco del tornaconto personale, della piccola corruttela per sopravvivere al quotidiano, nella precarietà ambiante e nel potere sempre più lasciato alle mani dei pochi. E la piccola comunità di Roghudi, ne diviene la carta di tornasole, il micro-cosmo dove tale stato di cose è osservato al più da vicino.

«Corpo celeste», è, infine, anche, il corpo d’una «quête spirituelle» malgrado tutto, del bisogno di spiritualità nel luogo nella sua assenza, all’immagine del crocifisso che il prete e la ragazzina andranno a prendere nella chiesa d’un villaggio vicino per celebrare la messa della cresima. Coperto di polvere e di detriti, dissepolto tra le macerie d’una chiesa disertata, inevitabilmente precipiterà nelle acque del fiume prima di poter arrivare a destinazione, portato via, lavato, terso dalle sue correnti.

Segni o indici poetici disseminati qua e là nel corso del film scintillano come sprazzi nell’oscurità generale del quadro aprendo la via a un’altra possibilità o modo di guardare il mondo, più luminoso, più autentico, più umano: dalla percezione acuta, estraniata fatta della vulnerabilità e dei sogni di un’adolescente, ai canti popolari di vecchie donne calabresi tramandate di generazione in generazione, alla bellezza di alcuni scorci a strapiombo sul mare, all’immagine, infine, del Cristo portato via dalle acque. E’ il senso magico d’una dimensione religiosa segreta, fantasiosa, nata dal bisogno di credere, dalla ricerca d’una via spirituale propria che riemerge come visione in solitudine sul conformismo e l’ipocrisia dominanti.

Elisa Castagnoli

Il trailer del film :


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