Altritaliani
Le parole che hanno fatto l’Italia. R come radici.

150 - Le radici culturali dell’Unità d’Italia

martedì 27 dicembre 2011 di Aniello Montano

Ma quando è nata l’Italia? “L’Italia è un’entità geografica” diceva Von Metternich, no l’Italia è un parto frutto di un concepimento antico e non privo di contraddizioni. Dalla lingua volgare, agli eroi che contribuirono ad un disegno unitario che fu molto contrastato. L’appassionata ricostruzione per noi dello storico Aniello Montano.

«O nostra Italia! Salve, terra santissima cara a Dio, salve, terra ai buoni sicura, tremenda ai superbi, terra più nobile di ogni altra e più fertile e più bella, cinta dal duplice mare, famosa per le Alpi gloriose, veneranda per gloria d’armi e di sacre leggi, dimora delle Muse, ricca di tesori e di eroi, che degna d’ogni più alto favore reser concordi l’arte e la natura e fecero maestra del mondo».

(Francesco Petrarca, Ad Italiam, Epistola)

Si sta celebrando in tutta la Penisola un evento di eccezionale rilevanza storica, un evento atteso per circa due millenni e, per lo meno in un’occasione felice, anche realizzato: l’Unità d’Italia. Prima di questo evento, prima cioè che i diversi piccoli Stati diventassero Regno d’Italia e poi Repubblica Italiana, il nostro “Bel Paese”, è stato e continua a essere una Nazione del Mondo. È – come afferma Adriano Giannola – “un unicum di cultura, patrimonio di arte e civiltà. Nazione antica, fin troppo giovane Stato”.

Il sogno dell’Unità politico-istituzionale del territorio che va dalle Alpi alla Sicilia è stato cullato per oltre due millenni da generazioni successive di giovani e di intellettuali, convinti che, senza unità, questo territorio non avrebbe mai trovato pace e prosperità. Diviso politicamente, sarebbe stato, come lo è stato per secoli, debole e fragile, facile preda degli appetiti di quelle Nazioni vicine più grandi, più forti e potenti, come lo sono state, di volta in volta fin dal Medioevo, la Germania, la Francia, la Spagna e l’Austria. Per non aver realizzato lo Stato Unitario, come abitanti della Penisola, siamo stati - come recita il nostro inno nazionale – per secoli “calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”. Una terra di antichissima civiltà e cultura, che era stata teatro di eventi divenuti nel canto di Omero non solo alta poesia ma modello di vita civile; e che, con il filosofo-matematico Pitagora e con il medico Alcmeone a Crotone, con la poetessa Nosside a Locri, con il filosofo Archita e il musicista Aristosseno a Taranto, con i filosofi Empedocle ad Akragas, e Parmenide a Elea aveva fatto scuola nella più antica civiltà greca, era divenuta terra di saccheggio. Era, come afferma lo storico inglese Denis Mack Smith, “il paese più frequentemente invaso del mondo”. Considerata dai patrioti dell’Ottocento voluta da Dio come Nazione unitaria, per avere confini naturali, per il mare che l’avvolge per tre lati e per la protezione delle Alpi al Nord, l’Italia sembrava incapace di trasformare la molteplicità delle diverse città e piccole patrie in fattore di unità e di prosperità. Sembrava destinata a rimanere un’“unità territoriale” senza mai diventare uno Stato unitario. Luigi Blanch, un pensatore italiano tra Restaurazione e Risorgimento, dieci anni prima dell’unificazione politica della Penisola, aveva osservato che il patriottismo degli Italiani era simile a quello dell’antica Grecia. Si riferiva cioè alla singola città, al piccolo territorio di residenza e non si estendeva a un intero Paese.

Il primo “italiano” ad avere chiaro nella mente la necessità e l’utilità di utilizzare il modello dialettico dell’unità e della molteplicità sul piano politico, è stato Niccolò Machiavelli. E lo ha applicato a una realtà geograficamente molto più vasta che non la Penisola italiana. La molteplicità degli Stati all’interno dell’Europa, indicata come unica entità geografica e culturale, per il Segretario fiorentino è fonte e garanzia di virtù, di libertà e di umanità della storia. “Chi considererà adunque la parte d’Europa – scrive l’autore del Principe -, la troverà essere piena di repubbliche e di principati, i quali, per timore che l’uno aveva dell’altro, erano costretti a tener vivi gli ordini”. A garantire la libertà e, quindi, l’equilibrio tra i diversi Stati in Europa erano le stesse tensioni che li garantivano nella Roma repubblicana, laddove, come annota ancora il Segretario fiorentino, “i tumulti intra i Nobili e la Plebe […] furono prima causa del tenere libera Roma” perché “le leggi che si fanno in favore della libertà, nascano dalla disunione”. Era “l’Europa esaltata dal conflitto, sale della politica”.

Era proprio questo far convivere dialetticamente la molteplicità di tante piccole patrie nell’unità di un’unica grande Patria il sogno millenario degli Italiani, realizzato poi a prezzo di sacrifici e di vite donate da giovani e talvolta giovanissimi, che hanno vissuto sofferto e glorificato il Risorgimento Italiano. Era il desiderio di realizzare di nuovo l’Italia unita e pacificata dagli antichi Romani, come è testimoniato dalle parole con le quali Augusto, nel suo testamento del 14 d.C., riassunse il plebiscito del 32 a.C.: “L’Italia tutta mi giurò fedeltà, spontaneamente”. Era l’Italia che voleva risorgere e ritornare alla sua antica grandezza e prestigio. Era l’Italia considerata da Dante Alighieri come una, pur nella diversità delle tradizioni e dei costumi dei suoi abitanti, minuziosamente elencati, regione per regione, nel De vulgari eloquentia,(I, X). I Siciliani, gli Apuli, i Calabri, i Napoletani, i Toscani, i Genovesi, i Sardi, i Romagnoli, i Lombardi, i Trevigiani, i Veneziani, tutti elencati da Dante nel suo grande libro sulla lingua volgare, pur nella loro grande diversità, con la poesia e la letteratura fiorita tra Duecento e Trecento hanno raggiunto ciò che cercavano, una lingua “volgare, illustre, cardinale, regale e curiale”, che sembra non appartenere a nessuno perché deve essere comune a tutti. Era l’Italia che Manzoni nella poesia “Marzo 1821” dedicata a Teodoro Körner poeta e soldato della indipendenza germanica, circa sei secoli dopo Dante, auspicava “Una d’arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor”, un’Italia unita politicamente, con un solo esercito, una sola lingua nazionale, una stessa religione, una sola memoria storica, una stessa origine e identici sentimenti.

Un’Italia dove “non fia loco ove sorgan barriere tra l’Italia e l’Italia mai più”. Un’Italia “che tutta si scote, dal Cenisio alla balza di Scilla”. Un’Italia che ritorna al patrimonio spirituale dei suoi avi, al suo retaggio, e “il suo suolo riprende”.

La coscienza unitaria nel tempo intercorso tra Dante e Manzoni non si appannò, non cessò di essere vigile e operativa. L’anelito a vedere l’Italia politicamente unita in un solo Stato, dopo il 1494, cioè dopo la discesa di Carlo VIII di Francia nella penisola senza incontrare resistenza, era molto forte. Machiavelli, nel cap. XXVI del Principe dal titolo eloquente Esortazione a pigliare la Italia e liberarla dalle mani dei barbari, fa vibrare in maniera energica il potente sentimento di italianità. Incita i Medici a compiere l’opera di unificazione della Penisola, attraverso i versi della canzone Italia mia di Petrarca: “Vertù contra furore/ prenderà l’arme; et fia ‘l combatter corto:/ ché l’antiquo valore/ ne gli italici cor’ non è anchor morto”.

In questo auspicio Machiavelli non era solo. Il sentimento appassionato di simpatia e pietà per l’Italia umiliata dalle milizie straniere era condiviso da Francesco Guicciardini, da Gioviano Pontano, da Baldassarre Castiglione e da molti altri. Francesco Gonzaga, duca di Mantova, avendo appreso del ritiro di Carlo VIII dall’Italia, aveva fatto coniare delle medaglie con la scritta ob restitutam Italiae libertatem. E Francesco Guicciardini, per narrare gli avvenimenti accaduti tra il 1492 (anno della morte di Lorenzo il Magnifico) e il 1537 (anno della morte di Papa Clemente VII), scrive una Storia d’Italia, in venti volumi. E dedica, egli fiorentino e scettico sulla possibilità di ridurre tutti i piccoli Stati italiani “sotto uno imperio”, il primo paragrafo del primo capitolo alla Prosperità d’Italia intorno al 1490. Analizzando gli eventi nella loro semplice fattualità, senza ricorrere a modelli ideali o universali, lo storico fiorentino giunge a prefigurazioni molto pessimistiche sulle sorti future della Penisola. Resta il fatto, però, che nella sua ottica gli eventi di Firenze o della Toscana sono collegati a una realtà più ampia, considerata una sola nazione, anche se divisa in tanti Stati. La Storia di Guicciardini, infatti, comincia proprio così: “Io ho deliberato di scrivere le cose accadute alla memoria nostra in Italia, dappoi che l’armi de’ franzesi, chiamate da’ nostri príncipi medesimi, cominciorono con grandissimo movimento a perturbarla: materia, per la varietà e grandezza loro, molto memorabile e piena di atrocissimi accidenti; avendo patito tanti anni Italia tutte quelle calamità con le quali sogliono i miseri mortali, ora per l’ira giusta d’Iddio ora dalla empietà e scelleratezze degli altri uomini, essere vessati”.

Non erano però soltanto gli abitanti della Penisola a sentirsi “italiani”. Anche fuori dal “Bel Paese” si era portati a indicarli tutti come “italiani”. Basti qui un solo esempio tratto dall’Elogio della pazzia di Erasmo da Rotterdam. Il grande umanista scrive: “La natura non solo nei singoli individui ha infuso l’amor proprio, ma l’ha esteso anche alle singole nazioni e quasi alle città […], gli italiani poi si prendono la letteratura e l’eloquenza, ed a tal punto si vantano assai gradevolmente che essi soli non sono barbari”. L’osservazione di Erasmo ci ricorda che la lingua italiana, come lingua letteraria capace di accomunare, al di là delle divisioni politiche e statuali, poeti e scrittori dell’intera Penisola, si era affermata molti secoli prima dell’unificazione nel 1861. Questa “unità” di lingua e il patrimonio culturale da essa prodotto contribuirono in modo rilevante a suscitare e a propagare nei diversi staterelli la consapevolezza di appartenere tutti a una stessa nazione, seppure intesa come unità di cultura, di lingua e di memorie storiche.

Anche Giordano Bruno è convinto che gli abitanti della Penisola sono tutti Itali, seppure in forme differenti. Italiani diversi per stile di vita, per incidenza del clima sulla formazione del carattere, per storie pregresse e recenti, ma spiritualmente ricondotti ad unità dalla molteplicità dalla grande Roma e da allora, anche se solo idealmente, sempre e soltanto italiani. In un passaggio del De la causa, principio e uno, Bruno fa esplicito riferimento a “quei che intendeno la lingua italiana”. E Giambattista Vico, tra i più grandi filosofi della Modernità, nel De antiquissima italorum sapientia, analizzando alcuni termini del latino più antico, cercava di risalire al sapere filosofico delle primitive popolazioni italiche.

Nel rivendicare l’importanza del pensiero del Nolano e la sua circolazione nel pensiero europeo tra Seicento e Ottocento, destinato poi a ritornare in Italia attraverso la grande filosofia classica tedesca, Bertrando Spaventa legava Bruno direttamente all’idea di una cultura italiana unitaria e, quindi, alla sua concezione, tutta moderna, di nazionalità. Per Spaventa, “nazionalità non significa più esclusione e assorbimento delle altre nazioni, ma l’autonomia d’un popolo nella vita comune de’ popoli; come la personalità dell’individuo consiste nel conservare la propria autonomia nella comunità dello Stato”.

Negli anni duri dell’esilio torinese, a partire dal 1851, dieci anni prima dell’Unità politica dell’Italia, Spaventa vuole dimostrare “che il principio di Bruno etc. si è continuato nello Spinoza e così innanzi sino ad Hegel […], che Bruno comincia la filosofia moderna, che l’Italia, cioè Roma cattolica, bruciando vivo Bruno e non comprendendo Vico, ha rinunziato alla sostanza della vita moderna”. Sulla scorta della lezione di Spaventa, Croce riprende il discorso sulla funzione civile e implicitamente politica del pensiero dei due grandi filosofi napoletani e punta a dimostrare il legame che unisce il Rinascimento, Bruno e Campanella in primis, al Risorgimento e quindi all’idea dell’Italia unita, passando attraverso la Repubblica napoletana del 1799, in cui ravvisa la prima chiara intuizione e rivendicazione dell’unità della Nazione come progetto politico da attuare. Si riallaccia, in tal modo, a quella “non ingenua e non impolitica operazione di pedagogia politica di lungo corso, che va dalla riscoperta spaventiana di Bruno negli anni ’50, alla Storia [della letteratura italiana] di De Sanctis”.

Da Bruno a De Sanctis il filo della razionalità rinascimentale non era stato completamente abbandonato. Era stato coltivato da Giambattista Vico, da Pietro Giannone, da Antonio Genovesi, da Gaetano Filangieri, dai martiri napoletani del 1799 - tra i quali va ricordato esplicitamente Francesco Mario Pagano, l’estensore del progetto di Costituzione della Repubblica Napoletana -, poi da Cuoco e infine dagli uomini del Risorgimento italiano .

Nella valutazione di Croce, tra i processi culturali che avevano fatto maturare nella coscienza degli Italiani la necessità di battersi per l’unificazione politica della Penisola, la Rivoluzione Napoletana del 1799 aveva svolto un ruolo centrale. Gli intellettuali napoletani del secondo Settecento avevano compreso che i problemi di Napoli e del Mezzogiorno non potevano essere risolti mantenendo la Penisola divisa in tanti piccoli Stati, nemici l’uno dell’altro. Nelle menti della borghesia più colta e di non pochissimi nobili, ma anche di alcuni artigiani, si fece strada l’idea di Nazione. Nel fascicolo V del Veditore Repubblicano del 1799, Gregorio Mattei scriveva: “I giacobini di Napoli […] furono i primi che diedero il grido all’Italia sonnacchiosa”. E già tre anni prima, nel 1796, Matteo Galdi aveva lanciato l’idea dell’Italia unita in uno scritto dal titolo esplicito: Sulla necessità di stabilire una Repubblica in Italia. Per Croce furono questi napoletani che “abbatterono le barriere che tenevano separate le varie regioni d’Italia, specialmente la meridionale dalla settentrionale, e formarono il comune sentimento della nazionalità italiana, fondandolo non più, come prima, sulla comune lingua e letteratura e sulle comuni memorie di Roma, ma sopra un sentimento politico comune”.

“Quando io ripenso a quei calabresi, abruzzesi, basilicatesi e pugliesi e napoletani di Napoli – continua Croce – che agitavano ardenti problemi politici nei giornali repubblicani della Cisalpina e in opuscoli e fogli volanti […], e quando leggo i documenti delle relazioni e amicizie che essi allora legarono con i lombardi e i liguri e veneti, dico tra me. Ecco la nascita dell’Italia moderna, della nuova Italia, dell’Italia nostra”. Vale la pena ricordare che il grande Alessandro Manzoni, a Milano, aveva stretto rapporti di amicizia con un fuoriuscito napoletano, Francesco Lomonaco. Non solo lo onorò in un sonetto e nel terzo canto del Trionfo della libertà, ma in un’intervista dichiarò che gli esuli napoletani molto avevano contribuito allo sviluppo della cultura in Lombardia. “Non conoscevamo Vico – scrive Manzoni – e furono gli emigrati napoletani che ce lo fecero conoscere. Cuoco era uomo di grande ingegno”.Lo stesso Lomonaco strinse amicizia con Ugo Foscolo, e fece da precettore al fratello di lui, Giulio. Questo contatto tra cultura illuministica napoletana e cultura lombardo-veneta produsse un gran beneficio. Contribuì certamente a far maturare un sentimento di italianità più forte nel Manzoni. Il romanzo I promessi sposi - scritto nel 1825 e ristampato quindici anni dopo, quando Manzoni, per aver “sciacquato i panni in Arno”, lo aveva riscritto in una lingua più “nazionale”, vale a dire più toscana - diede un impulso decisivo alla formazione di una nuova coscienza unitaria. Coscienza che trovò nelle odi patriottiche di Giacomo Leopardi e nel Primato morale e civile degli italiani, di Vincenzo Gioberti, pubblicato nel 1843, un ulteriore stimolo e una più forte conferma. La rivendicazione patriottica della supremazia culturale degli italiani da parte di Gioberti risentiva dell’impegno di Vincenzo Cuoco nel segnalare e nell’esaltare, nel Platone in Italia, la presenza nella Penisola di tracce di un’antichissima civiltà “italica”, antecedente alla conquista greca e primo germe dell’intera civiltà europea.

In un continuum di generazioni e di idee questa fiaccola unitaria illuminò il cammino dei liberali napoletani fino al 1861. Per quell’idea unitaria si entusiasmarono Guglielmo Pepe, Giuseppe, Alessandro e Carlo Poerio e Francesco De Sanctis. Guglielmo Pepe comandò il corpo di spedizione inviato da Ferdinando II contro gli austriaci nel 1848. Richiamato a Napoli, preferì convergere sul Veneto, impegnandosi nella difesa di Venezia affidatagli da Daniele Manin. Di quel contingente facevano parte, oltre al generale Pepe, Cesare Rossaroll, Enrico Cosenz, Girolamo Ulloa e Alessandro Poerio che, benché malato, volle partecipare alla cosiddetta “Sortita di Marghera” e morì per le ferite riportate. Come si è potuto capire da questa breve ricostruzione delle radici culturali e ideali dell’Italia come nazione, il moto unitario non nacque nell’arco di tempo che va dalla rivolta di Morelli e Silvati a Nola nel 1820 alla proclamazione del Regno d’Italia nel 1861. E neppure alla fine del Settecento, all’epoca delle repubbliche di ispirazione giacobina. Quell’idea e quel bisogno di unità erano antichi. Più volte rappresentati e gridati, però, non avevano alimentato atti politici e militari tali da assicurarne il successo. Questo passaggio dalla rivendicazione intellettuale e morale all’azione pratica si verificò all’inizio degli anni Venti dell’Ottocento.

Ferdinando I nel 1820 e Ferdinando II di Borbone nel 1848, furono fra i primi sovrani italiani a concedere la Costituzione. Ebbero l’occasione di mettersi a capo di quel moto unitario, ma la prudenza e l’avversione al nuovo clima culturale e civile, incline a più larghe forme di partecipazione popolare, li frenò. In entrambe le occasioni, dopo poco tempo misero da parte la costituzione e avviarono una forte repressione, che li espose a dure critiche internazionali e all’ostilità dei ceti intellettualmente più evoluti del loro stesso Regno. Basterà ricordare qui gli esiti dei due tentativi costituzionali avviati nel Regno di Napoli. Dopo aver concesso la Costituzione, Ferdinando I fu chiamato a Lubiana, dove era riunito un Congresso della Santa Alleanza. Partì da Napoli assicurando il Parlamento che al cospetto di Austria, Russia e Prussia avrebbe difeso lo Stato costituzionale. Ritornò, invece, preceduto da truppe austriache al cui seguito c’erano anche soldati russi. Gli Austriaci entrarono in Napoli il 23 marzo 1821. Il re subito dopo revocò la Costituzione e richiamò al governo come ministro di Polizia il terribile principe di Canosa, dandogli mandato di punire con la massima severità quanti non avevano accettato le sue nuove decisioni. In quell’occasione circolò a Napoli, di bocca in bocca, un epigramma che rappresentava al vivo il temperamento del sovrano. Recitava così:

Preceduto da un’estera gente, per la triste carbonica guerra, Da Lubiana tornava ad Acerra Pulcinella vestito da re.

Altrettanto infelice fu il secondo tentativo costituzionale nel 1848. Dopo l’elezione di Pio IX, il papa liberale, c’era stato molto fermento nel Regno. La protesta in Sicilia fu più vivace. Il re Ferdinando II fece bombardare Palermo e altre città meritandosi il soprannome di Re Bomba. Fu poi costretto, come il nonno Ferdinando I, a concedere la Costituzione nel gennaio del 1848 e a dichiarare in aprile la guerra all’Austria, per corrispondere alle richieste del movimento antiassolutista che montava dappertutto in Italia e in gran parte dell’Europa.

Il 15 maggio, giorno dell’apertura del parlamento e del giuramento del Re alla Costituzione, a seguito del sostegno di piazza alla richiesta dei liberali di attenuare le prerogative che il re si era riservato, Ferdinando II scatenò una forte repressione nel centro di Napoli, con centinaia di morti. Subito dopo proclamò la legge marziale, e, tra rivoluzionari e dissidenti, incarcerò oltre duemila persone e molte altre costrinse all’esilio. Per domare la Sicilia insorta bombardò Messina per ben cinque giorni, rifiutando di concedere una tregua, chiesta in nome dei Siciliani, dai comandanti di vascello inglesi e francesi.

Si ripeteva, nel 1821 e nel 1848 quanto era avvenuto nel 1799. In tutte e tre le occasioni, la monarchia borbonica entrava in rotta di collisione con le nuove idee di libertà e di uguaglianza, che, fiorite nella Francia rivoluzionaria, avevano avuto, però, la loro culla a Napoli, prima nell’Accademia di Medinaceli, quando – come si disse – “la scienza si era fatta coscienza”, e poi in Pietro Giannone, in Giambattista Vico e nei “vichiani” fino al costituzionalismo tendenzialmente democratico di Gaetano Filangieri. Dopo aver assecondato fino al 1790 la fioritura culturale iniziata a Napoli a metà Seicento, la dinastia borbonica si era chiusa, sospettando, perseguitando, incarcerando, esiliando e mettendo a morte il fior fiore della grande cultura napoletana del tempo. Nello stesso 1848 a entusiasmare i patrioti era stato il papa Pio IX. Anch’egli, dopo una serie di provvedimenti di stampo liberale, concesse una Costituzione. Come Ferdinando I e Ferdinando II, anche Pio IX, in seguito a subbugli, mutò consiglio, ritirando la Costituzione e ripristinando il regime autoritario, ormai non più consono alla sensibilità moderna. Regno di Napoli e Stato Pontificio, riconsegnandosi all’assolutismo - ultimo baluardo reazionario tenuto in piedi da Austria, Russia e Prussia contro l’affermarsi della coscienza moderna esigente libertà e uguaglianza - e avendo scavato un solco profondo tra se stessi e i loro popoli, avevano fortemente compromesso la loro immagine e la loro credibilità. Soprattutto i Borbone: nel 1799, nel 1821 e nel 1848, avevano imposto un “ordine basato sui cimiteri e le galere”, con la conseguenza che quando, un decennio più tardi, Garibaldi sbarcò in Sicilia con un gruppo raccogliticcio di appena mille persone, il fuoco antiborbonico che covava sotto la cenere divampò in maniera inarrestabile.

I garibaldini riscossero simpatia e incoraggiamento da parte dei siciliani e poterono così affrontare e vincere un esercito regolare e regolarmente addestrato, forte di un numero di effettivi rilevante. A creare lo scollamento tra la dinastia borbonica e i sudditi erano, sì, le condizioni in cui versava il Regno, ma era soprattutto l’instaurazione, a partire dai primi anni Novanta del Settecento, di un regime assoluto, persecutorio nei confronti degli intellettuali perché ostile a ogni possibile concessione di libertà di pensiero e di stampa e a ogni riforma di tipo liberale. L’indicazione dell’ultimo decennio del Settecento come data della rottura tra cultura riformista e i Borbone indica chiaramente la svolta verificatasi nella politica dei re di Napoli dopo la Rivoluzione francese. Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV era sorella della moglie del re di Francia, ghigliottinata insieme al marito dai repubblicani francesi. Quest’atto contro le “sacre” persone dei reali di Francia impressionò e impaurì Maria Carolina, che cominciò a vedere traditori e rivoluzionari da ogni parte.

Si mise in moto una macchina dei sospetti e della repressione che fece i primi martiri già nel 1794. Prima di quella data, ma soprattutto con Carlo III e poi con lo stesso Ferdinando IV consigliato da ottimi ministri, il regno borbonico aveva mantenuto un buon rapporto con la cultura di stampo riformatore. Antonio Genovesi aveva tentato di elaborare una filosofia “tutta cose” per venire “in soccorso dei governi”.

Gaetano Filangieri con La scienza della legislazione, aveva formulato una filosofia politica riformatrice di grande impegno e valenza. L’esordio pubblico di Filangieri nella lotta politica e nell’impegno intellettuale si verifica nel 1774. In quell’anno, il giovanissimo filosofo testimonia il suo impegno a favore dello Stato napoletano impegnato a realizzare una più equa concezione della giustizia. Con le Riflessioni politiche su l’ultima legge del Sovrano che riguarda la riforma dell’amministrazione della giustizia, Gaetano Filangieri interveniva con forza e, nonostante la giovane età, con autorevolezza culturale, in occasione dei coraggiosi provvedimenti voluti dal ministro Bernardo Tanucci, in nome del Re, per obbligare i magistrati a motivare per iscritto le loro sentenze e per affermare la tesi secondo cui «i Giudici sono esecutori delle leggi e non autori: […] il Diritto ha da essere certo e definito e non arbitrario».

Dopo la rottura tra cultura riformatrice e Corona, niente più fu come prima. Lo sforzo di ammodernamento del regno si allentò fino a cessare. Il Mezzogiorno rimase immerso in un regime sostanzialmente feudale. Denis Mach Smith scrive che i Borbone “erano stati tenaci sostenitori di un sistema feudale colorito superficialmente dallo sfarzo di una società cortigiana e corrotta. Avevano paura della diffusione delle idee e avevano cercato di mantenere i loro sudditi al di fuori della rivoluzione agricola e industriale dell’Europa settentrionale. Le strade erano poche o non esistevano addirittura ed era necessario il passaporto anche per i viaggi entro i confini dello Stato”.

Era questa la realtà del Regno borbonico, che talvolta si vuole edulcorare con la rivendicazione ideale di alcuni primati. Tra i più citati, c’è il primato, vero, di aver realizzato in Italia il primo tronco ferroviario da Napoli a Portici. Inaugurato il 3 ottobre del 1839, quel breve tratto nell’annuncio del Re doveva essere il punto di partenza per la costruzione di un’ampia rete di trasporti su ferro in tutto il Sud e in Sicilia.

Non fu così. Il programma di ammodernamento del Regno si fermò. I trasporti ferroviari furono considerati strumento di propagazione nelle province delle idee rivoluzionarie fiorite a Napoli. La politica postunitaria, però, non fu più generosa con il Mezzogiorno. Anzi, accentuò il divario con il Nord e niente lascia presagire un cambiamento in tempi brevi. A determinare il crollo della dinastia borbonica, al momento dell’impresa dei Mille, però, non erano tanto le condizioni generali del Regno, quanto il mantenimento in vita di un sistema, quello assolutistico-feudale, non più all’altezza delle conquiste della nuova coscienza europea. Per il Regno di Napoli valeva quanto affermato da Hegel a proposito del crollo dei Borbone di Francia ad opera dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese. L’Illuminismo – scrisse Hegel – non fece altro che “distruggere quel che era già in sé stesso distrutto”.

A rilanciare l’idea unitaria a una nazione in fermento dalle Alpi a Capo Lilibeo fu Camillo Cavour, per conto del Regno di Sardegna e dei Savoia. Tessendo una fitta rete di rapporti diplomatici e cedendo alla Francia Nizza e Savoia in cambio del consenso dell’imperatore Napoleone III all’annessione della Toscana e dell’Emilia-Romagna, Cavour candidò il Piemonte a capeggiare il moto unitario non ancora apertamente rivendicato. Con la Spedizione dei Mille, capeggiata da Garibaldi e composta da 1090 “italiani” di ogni regione, dalla Lombardia alla Liguria, dalla Sicilia al Veneto, dal Trentino alla Toscana, dal Piemonte alla Calabria, dalla Puglia al Friuli, dalle Marche al Lazio, dall’Emilia alla Campania, e con la vittoria di Calatafimi, la risalita verso Napoli e la consegna del Regno di Napoli a Vittorio Emanuele II nell’incontro di Teano, la storia, come sempre succede, fu fatta dalle occasioni e dalle iniziative degli uomini. Molti di quegli uomini, da Mazzini a Garibaldi, erano repubblicani e non monarchici, credevano fortemente negli ideali di libertà e di uguaglianza.

Per corrispondere a questi ideali e per proporsi a guida del movimento risorgimentale, i Savoia dovettero accettare una monarchia non solo costituzionale, ma decisamente parlamentare. E, per rendere credibile la loro disponibilità, dovettero sacrificare Carlo Alberto, che abdicò nel 1849, e acconsentire che, prima a Torino poi a Firenze e infine a Roma, a guidare la politica del nuovo Stato non fosse più il Re, ma un presidente del Consiglio dei Ministri. La duttilità e l’abilità diplomatica di un grande tessitore di alleanze, nonché uomo capace di tenere un comportamento accorto e consono ai tempi e alle aspettative di un movimento diffuso in tutta la Penisola e in quasi tutte le classi sociali, ebbero la meglio e consentirono a un piccolo Stato, qual era il Regno di Sardegna, di realizzare un grande sogno, cullato da generazioni succedutesi nei secoli: quello di rendere l’Italia “una e indivisibile”, retta da una Costituzione e con un parlamento democraticamente eletto.

Come in tutti i grandi eventi, anche nell’impresa risorgimentale, si possono scorgere luci e ombre. La storia di un popolo deve comprenderle tutte. Niente può essere ripudiato o espunto.

Noi siamo l’insieme delle diverse tappe del cammino storico delle terre che compongono la nostra Nazione. Per questo motivo, di fronte al nuovo Stato, trasformatosi il 18 giugno del 1946 in Repubblica Italiana e in una grande democrazia occidentale, ritornare con la memoria al passato può e deve essere un importante e salutare esercizio storico, può e deve correggere gli eccessi di una lettura ideologica e talvolta partigiana, ma non può e non deve alimentare sentimenti di revanscismo o di nostalgia. Il riesame della storia è finalizzato a capire meglio gli eventi verificatisi nel tempo, ma per andare avanti e non certo per tornare indietro. Lo sguardo deve essere rivolto al futuro e non al passato. E deve favorire l’elaborazione di nuove prospettive e non il rimpianto delle antiche.

L’insistenza passatista sul passato frena e compromette la libertà e lo slancio dell’iniziativa civile e sociale. Dopo centocinquant’anni, l’Italia di oggi ha bisogno di un nuovo “racconto” e di un nuovo progetto, che non possono essere né quello baldanzoso e secessionista della Lega Nord né quello antistorico di certi “meridionalisti” laudatores temporis acti. Lo ha riconosciuto con assennato realismo lo stesso erede al trono delle Due Sicilie, Carlo di Borbone duca di Castro. In un’intervista al “Corriere del Mezzogiorno” del 17 marzo 2011 ha dichiarato: “È mia convinzione che non possiamo fermare la storia o modificarla a nostro piacimento e dobbiamo accettarla così come si è compiuta”. E, pur rivendicando il ruolo di Napoli in Europa ai tempi dei Borbone a fronte dell’odierna decadenza, ha aggiunto: “Prendo atto che la Repubblica Italiana è oggi una gran bella realtà democratica e che tale deve restare senza vanificare tutti i sacrifici compiuti per realizzarne l’unità”.

Bisogna, perciò, guardare con favore alla trasformazione di un territorio definito da Metternich una semplice “espressione geografica” nella quinta potenza mondiale, la quale, con la moda, l’arte, la cultura, la scienza, l’imprenditoria piccola e media è amata e rispettata nel mondo. A rafforzare questa posizione, si registra l’atteggiamento lucido e sicuro della Chiesa di oggi, impegnata a partecipare attivamente, e starei per dire in prima fila, ai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità.

Con un intervento chiaro e deciso, papa Benedetto XVI, con la ferma convinzione di essere socio fondatore della nostra nazione e guardando con spirito moderno al futuro e non al passato, ha auspicato un’Italia unita, plurale e solidale.

Per guardare avanti bisogna impegnarsi per rafforzare gli istituti di garanzia capaci di salvaguardare l’unità dello Stato nel pluralismo della federazione delle Regioni e dei Comuni e per rendere effettiva una politica di solidarietà, in grado di riequilibrare il forte divario tra Nord e Sud, divenuto sempre più ampio a partire dai decenni successivi alla formazione dello Stato unitario, e tra ricchi e poveri, sempre più inaccettabile dalla coscienza moderna. È questa la grande sfida da vincere da parte della classe politica italiana, di quella meridionale in modo particolare, se si vuole realizzare e rafforzare un’unità di fatto, concreta e non soltanto proclamata, e consentire alla Nazione intera, dal Nord al Sud, di essere protagonista della grande politica nell’età difficile della globalizzazione. Riequilibrato il divario economico e strutturale interno, l’Italia unita potrà contribuire a impiantare nel corpo vivo della nuova, potente economia mondiale un cuore morale, alimentato da un forte sentimento dell’etica della responsabilità e da un’attenta preoccupazione per l’umanità di oggi, soprattutto per gli esclusi, e per le generazioni future. Auguri all’Italia e agli Italiani tutti.

(nelle immagini dall’alto in basso: Empedocle, Macchiavelli, Vico, Leopardi, Manzoni, Filangieri, Croce e Mazzini e Cavour)

Aniello Montano

(docente di Storia del pensiero filosofico – Università di Salerno).


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