Altritaliani

Manovra, Monti. Per non mortificare un’idea “normale” dell’equità.

Si mobilità il sindacato dopo l’annunciata manovra “Salva Italia”.
lunedì 5 dicembre 2011 di Italo Stellon

Italo Stellon, presidente dell’INCA-CGIL a Parigi, da noi sollecitato, ci offre il punto di vista del sindacato in merito alla manovra Monti. Va ricordato che il suo intervento è stato realizzato contestualmente alla presentazione della manovra. Pertanto pur essendovi delle modifiche rispetto a quanto previsto, ci sembra che questo contributo sia particolarmente interessante e foriero di utile dibattito.

Il taglio della manovra economica così com’è stata presentata è stata definita da Susanna Camusso segretaria generale della CGIL come “socialmente insopportabile”.

Si tratta di un giudizio durissimo sulle decisioni del Governo Monti in particolare per l’iniquità dell’intervento sul sistema previdenziale. Un colpo durissimo sui pensionati sull’onda di un’idea portante che sembra essere quella di “fare cassa sui poveri del nostro paese”.

In attesa di poter dare un giudizio compiuto sull’intero complesso di misure al momento è chiaro a tutti che “il peso della manovra” tra gli interventi sulle pensioni di anzianità e il blocco della rivalutazione delle pensioni appena sopra i minimi, produrrà “un peggioramento della condizione di crisi” rendendo il carattere della correzione di bilancio recessivo.

E’ “socialmente insopportabile” aver cancellato l’adeguamento delle pensioni al costo della vita in particolare con il blocco delle indicizzazioni rispetto all’inflazione delle pensioni sopra i 467 euro sapendo che in questo modo si colpisce il potere di acquisto della parte più consistente dei pensionati italiani e si ridurranno ulteriormente i consumi con un effetto depressivo sull’economia.

L’ennesima incursione sul sistema previdenziale italiano con l’aumento dei 40 anni contributivi necessari ad andare in pensione prima della età di vecchiaia ha un duplice effetto inaccettabile: penalizza le persone che hanno iniziato a lavorare in giovane età, rende irraggiungibile questa possibilità di uscita per le generazioni più giovani che vivono di precarietà e instabilità lavorativa.

Per questo è difficile poter condividere un giudizio di equità su quanto il governo si appresta a varare. L’unico dato certo e che tutto ciò nulla ha a che vedere, se mai ce ne fosse il bisogno, con una idea seria di riforma che necessariamente non potrebbe che partire da una azione preventiva sul mercato del lavoro superando le condizioni di precarietà che si vogliono mascherare con inesistenti esigenze di flessibilità delle imprese.

E se pure sono condivisibili alcune scelte, manca assolutamente quell’equità annunciata e promessa dal professor Monti ma allo stato non pervenuta.

La CGIL, attraverso la sua Segretaria Generale, ha elencato una serie di scelte che si potevano e si possono ancora fare: da un accordo con la Svizzera per il pagamento delle imposte sui depositi bancari ad una rivisitazione della tassazione sui capitali scudati, fino alla cancellazione della commessa per i bombardieri F 35 che da sola vale 13 miliardi.

Manca un intervento vero sulle grandi ricchezze perché la tassazione sulla casa reintrodotta sembra cadere ancora una volta sui soliti noti mentre la lotta all’evasione è in continuità con quanto prodotto dal passato governo .

Allora è inevitabile la domanda che la CGIL ha fatto al Governo e che propone ai cittadini: “Ma non doveva essere una manovra equa?”.

Scrive Carlo Galli, a proposito di “equità” su Repubblica:

“Equità implica che i responsabili delle speculazioni finanziarie - le persone, le strutture, i meccanismi - che in vario modo, con azioni e omissioni, hanno generato l’attuale crisi mondiale siano riconosciuti, sanzionati e soprattutto messi nell’impossibilità di nuocere; ovvero, che non esistano situazioni privilegiate di impunità, che offendono gravemente l’innato senso di giustizia degli esseri umani. Inoltre, equità significa che quando si intraprende la riparazione dei disastri, il peso dei sacrifici gravi primariamente su chi non ha mai pagato, o ha pagato in modo irrisorio, marginale; ovvero, non sempre e soltanto sui redditi fissi di lavoro dipendente - che, alti o bassi che siano, non si sono mai sottratti ai doveri fiscali - ma sulle ricchezze nascoste, sui patrimoni, sulle evasioni fiscali sistematiche e strutturali. Equità significa insomma non consentire che permangano opacità sulla responsabilità della crisi; e, sotto il profilo operativo, non soltanto che chi ha di più deve pagare di più, ma anche che chi non ha mai pagato cominci finalmente a pagare. Insomma, che la cittadinanza non sia una festa per gli uni e una maledizione per gli altri, ma un impegno solidale per tutti.”

Se questo è il metro di misura sull’azione del Governo , e non può essere che così, è evidente che il concetto di “socialmente insopportabile” non è sopra le righe né rappresenta una forma preconcetta di negazione del problema. Semplicemente evidenzia che “il problema esiste” ma che le “soluzioni sono sbagliate.

Chi continuerà a ripetere che la CGIL è incapace di proporre cose concrete perché prigioniera di una sinistra estrema che è la causa di tutti i mali del Paese resta già oggi con il cerino in mano per due ragioni: questa volta sembra che la CGIL non sia sola, ancora una volta la CGIL non si sottrae al dovere di proposta. Oggi, il suo giudizio è sostanzialmente condiviso da CISL e UIL che, fortunatamente, sembrano aver ritrovato la bussola dopo aver colpevolmente coperto tanti irresponsabili interventi del passato Governo.

Altresì la CGIL, non da ora, è entrata nel merito delle possibili azioni necessarie a far uscire il Paese dalla situazione di crisi determinata, in questo caso equamente, dall’azione del precedente governo, dalla assenza di una prospettiva di sviluppo, da un capitalismo globale che trova la sua migliore espressione nell’Amministratore Delegato della FIAT: Per evitare equivoci è necessario però sapere che non basta esprimere il dissenso se non si mettono in campo, assumendosene la responsabilità, azioni di contrasto concrete. E CISL e UIL sono chiamate allora precisare la loro volontà d’azione. E’ questa una condizione decisiva considerando che dalle forze politiche non arriveranno novità di rilievo, tutte prese come sono da dilettarsi in “distinguo” più di facciata che di sostanza in nome di un “senso di responsabilità” che sconcerta. Le 9 proposte che la CGIL ha presentato all’Assemblea dei delegati che si è tenuta sabato 3 dicembre al Palalottomatica di Roma sono esaustive di un’idea diversa di governo della crisi e sono l’evidenza della serietà e della consapevolezza che la crisi c’è e scarica sui soggetti più deboli il peso più rilevante.

1. Politiche industriali contro la crisi - Circa 3,3 miliardi di ore di cassa integrazione da quando è esplosa la crisi nell’autunno del 2008. Oltre 50 mila aziende coinvolte, 3,5 milioni toccati dalla cassa e 500 mila stabilmente in cig (Cassa integrazione guadagni). Quasi 200 tavoli di crisi aperti su vertenze che investono oltre 220 mila lavoratori. Sono i numeri della crisi produttiva tamponata dal massiccio ricorso alla cassa in questi tre anni e che il precedente governo ha aggravato senza intervenire sui fattori di crisi strutturale e senza dare indicazioni di sviluppo. Mentre ha ridotto, quando non tagliato completamente, investimenti strategici sulla ricerca, sulle infrastrutture, sulle energie rinnovabili. Il settore delle energie rinnovabili è stato l’unico settore a crescere con oltre 120 mila occupati, nonostante la mancata attuazione del piano energetico nazionale. E’ decisivo cambiare strada per riaffermare la forza nella specificità manifatturiera del nostro sistema economico, affrontare le debolezze strutturali e fattoriali, partire dall’istituzione di un fondo per la crescita e l’innovazione che possa favorire innanzitutto un Piano energetico nazionale e politiche di green economy. Servono infine politiche di innovazione e sviluppo locale, aumentare la spesa in ricerca e sviluppo, favorire politiche industriali per il Mezzogiorno.

2. Ridurre le tipologie contrattuali - La crisi sta peggiorando la qualità dei nuovi posti di lavoro. Circa 8 assunzioni su 10 sono precarie pescando tra le 46 diverse forme contrattuali esistenti. Una situazione insostenibile che moltiplica una precarietà devastante per la vita delle persone, scaricando i costi sociali sulla collettività e sull’intero paese, e che il passato governo ha perseguito a partire dal collegato lavoro per arrivare all’articolo 8 della manovra di ferragosto. Non serve quindi pensare ad improbabili ulteriori riforme, magari aggiungendo nuove tipologie di lavoro. Serve ridurre significativamente le forme di impiego e restituire una gerarchia tra le forme di lavoro. La CGIL rilancia la centralità del lavoro stabile, tutelato e formato come leva per il progresso e la coesione sociale, proponendo: che il lavoro a tempo indeterminato torni ad essere il “normale” rapporto di lavoro; che sia incentivato fiscalmente e contributivamente; che ogni rapporto non a tempo indeterminato costi quindi di più di quello normale e sia giustificato per via legislativa e/o contrattuale; che si incentivino le trasformazioni da lavoro precario a lavoro stabile che si cancellino le tante forme di lavoro oggi esistenti riconducendole a poche unità; che l’apprendistato sia la via d’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro, con formazione vera e certificata, pienezza di tutele e retribuzione progressivamente crescente.

3. Riformare gli ammortizzatori sociali - In Italia oltre 1,6 milioni di persone non sono tutelate da ammortizzatori sociali: soprattutto giovani precari ma anche lavoratori senza i requisiti per l’indennità di disoccupazione o che hanno terminato il periodo di tutela. Ora, dopo oltre tre anni di crisi, per molti lavoratori in cig si stanno esaurendo gli strumenti di sostegno. Serve una riforma organica degli ammortizzatori sociali che garantisca a tutti due forme di tutela: la cig in caso di difficoltà temporanea dell’impresa, con garanzia di rientro in azienda e ricorso a formazione mirata durante i periodi di non lavoro; l’indennità di disoccupazione in caso di perdita di lavoro. Una riforma per assicurare a tutti una copertura reale pari all’80% del salario, fino ad un tetto massimale realistico di 1.800 euro, e copertura figurativa per tutto il periodo. La durata dei benefici sarà modulata garantendo però a tutti, in modo eguale, tre anni di ricorso massimo alla cig ed almeno 24 mesi di tutela dopo il licenziamento, e abbattendo le barriere che oggi impediscono ai precari di accedervi. Va inoltre previsto anche un “reddito di ultima istanza”, che protegga le persone quando gli ammortizzatori finiscono, che sia finanziato non dalla contribuzione ma dalla fiscalità generale, ed abbia come fine il reinserimento nel mondo del lavoro.

4. Qualità e diritti nella Pubblica amministrazione - Politiche del lavoro che non penalizzino le nuove generazioni e favoriscano la qualità e l’universalità dei servizi servono anche nella Pubblica amministrazione. Le politiche del centro destra nei diversi settori della Pa e della conoscenza hanno determinato un’emergenza lavoro creando una impressionante sacca di precariato. I numeri sono eloquenti: a fronte di circa 61 mila lavoratori precari che hanno fruito delle leggi che ne permettevano la stabilizzazione, continuano ad esservi 122 mila persone con contratto non a tempo indeterminato e circa 117 mila contratti di collaborazione e/o consulenza. A questi numeri si aggiungono quelli dei rapporti a tempo determinato nei settori della conoscenza: circa 200 mila lavoratori precari mentre non meno di 70 mila persone vincitrici di concorso non hanno ancor accesso nella Pa. Dal 2011 il taglio del 50% della spesa per lavoro precario sta determinando interruzioni anticipate o mancati rinnovi con le conseguenti ripercussioni sui lavoratori e sulla continuità dei servizi pubblici. Un quadro drammatico che va superato nel segno dei diritti e delle regole: anche nell’emergenza finanziaria occorre riprendere ad investire in servizi qualificati alla persone e in innovazione di processo e di prodotto tornando ad allargare i confini dell’intervento pubblico.

5. Giovani non più precari - Il concetto è molto semplice: la precarietà non paga. La presenza di alcuni milioni di precari e 2 milioni di giovani che non trovano lavoro costituisce una vera e propria emergenza sociale che la crisi economica ha ulteriormente aggravato. Innanzitutto occorre liberare le nuove generazioni dal ricatto di chi le costringe ad essere disposte a tutto pur di lavorare, anche a condizioni indecenti: ciò significa contrastare la disoccupazione giovanile e il lavoro sommerso creando un sistema di tutele e servizi per i giovani in cerca di prima occupazione. Non servono anni di schiavitù per conquistare un posto di lavoro: ai giovani che accedono al primo impiego serve un contratto vero, con pieni diritti e tutele. Se questo ha una finalità formativa deve avere una durata prestabilita di massimo 3 anni e tempi certi di stabilizzazione. Bisogna mettere fine alla giungla di contratti truffa: ad un lavoro stabile deve corrispondere un contratto stabile. Infine a parità di lavoro devono corrispondere pari condizioni: i diritti fondamentali devono essere estesi a tutti e difesi dagli effetti dell’articolo 8 dell’ultima manovra economica che invece consente deroghe a seconda del posto di lavoro e della condizione in cui ci si trova.

6. Donne al lavoro - La finestra dell’Italia femminile che lavora è desolante. Se confrontati al resto dei Paesi europei i dati sulla partecipazione delle donne al mondo del lavoro in Italia sono allarmanti: nel 2010 il tasso di occupazione al femminile si è arrestato al 46,1%, pari al 12% in meno rispetto alla media europea. Sono 800 mila le donne licenziate, o costrette a lasciare il lavoro, a causa della maternità, ovvero l’8,7% delle donne lavoratrici con almeno un figlio. Il divario con gli stipendi maschili poi è ancora notevole. La retribuzione netta mensile delle lavoratrici dipendenti è di 1.077 euro contro i 1.377 degli uomini, circa il 18% in meno. Quasi una donna su due in Italia non è occupata né disoccupata, ovvero non lavora, ma non è neanche in cerca di un posto :il tasso di inattività femminile è pari al 48,9%, mentre quello maschile si attesta a 26,9%. Emerge con chiarezza quindi che le donne stanno pagando la crisi più e peggio degli uomini. Serve lavoro, che sia buono e che superi discriminazioni, differenziali, segregazioni e separazioni, a partire da un piano straordinario per l’occupazione femminile, con una particolare attenzione nei confronti delle giovani donne; dal ripristino della legge sulle dimissioni in bianco; da investimenti seri sui servizi sociali.

7. Sconfiggere il lavoro nero - In Italia il 17% della ricchezza prodotta evade il fisco. Si tratta di centinaia di miliardi l’anno e di più di 3 milioni di lavoratori costretti ad avere salari spesso da fame e condizioni di lavoro terribili. Il problema non va sottovalutato e di certo l’ampiezza del sommerso non va intesa come semplice ricchezza non dichiarata, magari fisiologica o addirittura come ammortizzatore sociale. Occorre rovesciare l’impostazione fin qui seguita: potenziare i controlli e la sicurezza progressivamente ridotti. Così come va sancita l’obbligatorietà della regola e della coesione sociale. Una mobilitazione contro il lavoro sommerso deve muoversi dunque secondo direttrici precise che si possono sintetizzare in tre grandi filoni. Serve reprimere in maniera mirata. E’ necessario fare della Pubblica amministrazione un garante di legalità. Infine c’è bisogno di dare sostegno alle regolarizzazioni: reprimere è decisivo ma non basta, serve anche una prospettiva di emersione attraverso piani territoriali che sostengano le imprese che volessero rientrare nella legalità. Il tutto nella consapevolezza che il lavoro nero, grigio e sommerso, si può combattere e battere. C’è bisogno di una vera volontà politica per riaffermare la legalità, recuperare risorse ed estendere i diritti.

8. Il lavoro è il Sud - Il Mezzogiorno paga un prezzo altissimo nella crisi. Le passate manovre economiche hanno peggiorato progressivamente una situazione già grave. Ogni manovra ha fatto pagare al Mezzogiorno un pesante prezzo perché si è fatto cassa con le risorse previste per i Fondi per le aree sottoutilizzate dirottandole per altre voci o piegandole ad esigenze di clientele elettorali (vedi fondi per l’emergenza rifiuti a Catania) così da mettere in forse - per i meccanismi di spesa europei - anche le risorse che le Regioni sarebbero state chiamate ad erogare. La stessa minestra, chiamata ’Piano per il Sud’ o ’Piano Eurosud’, è stata scaldata più volte e le cifre in esso previste si sono rivelate giochi di prestigio. Per questo il lavoro è il perno di ogni scelta per il riscatto del Mezzogiorno e la rinascita del Paese. L’Italia non uscirà dalla crisi più grave del dopoguerra se non rimette il Mezzogiorno al centro di un progetto di sviluppo sostenibile che modifichi in profondità il mix produttivo e la struttura dei consumi e offra alle nuove generazioni una prospettiva di lavoro stabile, qualificato, non povero e precarizzato. Quindi: utilizzare rapidamente e con efficacia le risorse disponibili per lo sviluppo del Sud; riattivare gli investimenti In materia di sviluppo promuovendo una politica industriale innovativa centrata sulla green economy.

9. Mafie Spa: quanto ci costa l’economia criminale - La Corte dei conti ha comunicato che il costo della corruzione in Italia è stimabile in 60 miliardi di euro e che nel 2010 il fenomeno è aumentato del 30% rispetto al 2009. Non solo: secondo la Commissione parlamentare antimafia il fatturato delle Mafie italiane è stimabile in 150 miliardi di euro con 70 miliardi di utili al netto degli investimenti. Circa 180 mila posti di lavoro all’anno persi nel Mezzogiorno d’Italia a causa di questa attività criminale mentre 500mila commercianti sono oggetto della malavita organizzata, per un giro di affari criminale stimato in 98 miliardi di euro, di cui 37 per mano mafiosa. La Guardia di finanza afferma che nel nostro paese i redditi evasi ammontano a 270 miliardi di euro e che il mancato gettito sia di 120 miliardi di euro, di cui 60 miliardi di Iva evasa. Sommati questi dati emerge che ogni anno l’illegalità (mafie, corruzione, evasione fiscale, economia sommersa) sottrae agli italiani e alle imprese oneste 330 miliardi di euro. Numeri eloquenti: siamo di fronte a nodi strutturali che non sono più rinviabili. Il problema non è solo affrontare il contingente e far tornare rapidamente i conti. La vera questione è che quei nodi rappresentano un intralcio, un vero e proprio cappio al collo e che la legalità è una risorsa culturale ed economica per lo sviluppo del Paese.

(nella prima foto la segretaria della CGIL, Susanna Camusso, nell’ultima il capo del governo Mario Monti).

Italo Stellon


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