Altritaliani

Mari(o) e Monti.

L’emergenza in Italia pone in secondo piano la storica uscita di scena di Berlusconi.
lunedì 14 novembre 2011 di Nicola Guarino

Mercati ed Europa affossano il governo. La gravità della crisi, fa passare la “caduta” di Berlusconi solo con un brusio in parlamento e senza manifestazioni di giubilo e di piazza, come molti pensavano. La crisi impone responsabilità. Il Quirinale chiede tempi brevi e misure urgenti (e dolorose) che ridiano credibilità internazionale all’Italia e che rimettano in moto un economia ferma da quasi venti anni.

Ancora tre anni inutili per l’Italia, quelli dell’ultimo governo Berlusconi, ormai in uscita programmata e concordata dallo stesso cavaliere con il Presidente. Tre anni senza le riforme strutturali necessarie per il rilancio del paese, pur avendo la più forte maggioranza della storia della nostra repubblica, persi in conflitti d’interessi, in privilegi individuali o di casta, in immobilismo senza crescita e in mancanza di progettualità, hanno portato l’economia solida italiana ad uscire dal novero delle “grandi” finendo per portarci ad allarmanti ed allarmistiche comparazioni con realtà economiche molto diverse come la Grecia.

Prima i mercati e poi l’Europa (emblematico l’ultimo G20 di Cannes, con la solitudine del nostro premier, evitato come una peste da tutti i potenti della Terra) hanno definitivamente riportato alla realtà un paese che negli ultimi mesi è stato raccontato (non dal popolo della rete) ma da buona parte dei tradizionali mass-media, come in una favola, come in un reality. Si dovrà lavorare e molto per estinguere questa cultura berlusconiana fatta di apparenze, immagini, effetti speciali, che nascondono la durezza dei fatti.

Ci sarà tempo, e lo faremo, anche per approfondire e capire cosa è stato Berlusconi ed il berlusconismo.

Oggi, preme la necessità di far ripartire il paese, di rispondere alle pressanti domande della Commissione europea, di proporre azioni atte a fermare la caduta libera dell’Italia nei mercati borsistici che l’hanno reso facile preda di ogni sorta di speculazione.

Un mare di problemi si prospettano per il nostro sistema stretto da una crisi imprenditoriale che visivamente appare nella quotidiana chiusura delle piccole aziende, in una disoccupazione giovanile al 30%, in un paese oggi più povero con 2.800.000 cittadini che sono entrati nell’ultimo anno nella soglia di povertà. Con un debito pubblico ormai al 121%, che da solo impedirebbe ogni sviluppo, con una borsa che ha fatto perdere al paese (cioè a noi) 50 miliardi di euro in una settimana. Con la FMI che sta per imporci un credito di oltre 350 miliardi di euro, il che significa il commissariamento delle nostre banche ed in pratica la banca rotta (insomma l’Argentina se non vi piace la Grecia).

Contro tutto questo, occorre certo calma ed evitare il panico, ma occorre anche rapidità nell’aggredire l’emergenza.

Possiamo dire che come nel dopoguerra l’Italia si trova a doversi ricostruire, a dover compiere scelte dolorose e che non sono prorogabili. Ancora una volta chi ha salvaguardato l’unità del paese, chi n’è stato il vero timoniere e Giorgio Napolitano, che peraltro è ormai visto nelle sedi internazionali come l’unico interlocutore credibile. Ecco quindi che il nostro Capo dello Stato ha impresso un’immediata accelerazione, imponendo l’approvazione del rendiconto dello Stato in tempi brevissimi, due giorni per poi formalizzare immediatamente la crisi di governo con le dimissioni annunciate di Berlusconi e poter, tempo un giorno, consultare i partiti e conferire per l’inizio settimana l’incarico ad una sua persona di fiducia (si parla di governo del presidente) per la formazione, anche questa rapida, del nuovo governo.

Già si sa su chi punta il Quirinale. E’ Mario Monti esimio economista della Bocconi di Milano, stimato ed ascoltato in campo internazionale. Il fatto che sia stato, da Giorgio Napolitano, nominato senatore a vita, formalmente non può far parlare di governo tecnico. Una scelta certamente più simbolica che effettiva, ma importante. Un segno per dire che l’uscita, da questo stato di cose, non può prescindere dall’essere politica e non soltanto tecnica, come per liberare i partiti dall’assunzione di responsabilità dolorose in una fase così delicata del paese.

Se Monti non ce la farà a formare il governo in tre o quattro giorni allora saranno elezioni che il Presidente convocherà nel tempo più breve, ovvero 45 giorni. Saranno altri giorni persi, e l’Italia non può reggere ancora a lungo, con una media di 50 miliardi di euro persi a settimana. Già abbiamo regalato gli ultimi quattro mesi, inutili, alla speculazione finanziaria. Responsabilità impone di dare risposte alla lettera di Trichet e Draghi del quattro agosto e ai successivi richiami della Commissione europea, bisogna farlo, ripeto, presto.

Sbagliano l’IdV di Di Pietro e la Lega di Bossi quando rispettivamente da sinistra e destra stanno rompendo le loro coalizioni politiche per speculare (a loro volta) su qualche malessere e su qualche mal di pancia, per grattare qualche voto in più, si tratta di miopia politica. Sbaglia Vendola e il suo Sinistra ed Ecologia, quanto demagogicamente, con premesse anche condivisibili e corrette, sembra orientato a non sostenere, sia pure solo politicamente, non avendo rappresentanza parlamentare, lo sforzo comune che deve esserci per salvare l’Italia (che bene ribadire deve dare conto all’Europa delle sue politiche, ed è giusto che sia così se si fa parte di quel sistema che aspira ad essere non solo un’entità geografica, non solo uno strumento economico comune, ma una vera entità politica e di società).

Chi come Di Pietro ha sostenuto negli ultimi giorni la possibilità di un governo tecnico, purché uscisse di scena Berlusconi e ora si tira indietro dà un ulteriore colpo alla credibilità del paese. Finita la guerra, per uscire dall’emergenza i comunisti, i democristiani, i liberale (che avevano tutti motivazioni ideologiche fortissime e contrapposte) seppero cooperare insieme per far ripartire il paese e seppero realizzare insieme una Costituzione che ancora oggi ci è invidiata in tutto il mondo. Ebbene oggi siamo in guerra, non c’è più tempo per speculazioni politiche di basso profilo che mirano solo a qualche decimale in più di effimero consenso. Lo stesso valga per la Lega che dopo aver contribuito a questo disastro, con il suo silenzio nel consentire di tutto a Berlusconi, non può oggi lavarsene le mani e chiamarsi fuori.

La politica oggi chiede senso di responsabilità e non giochetti. Il tempo per giocare è scaduto, ora bisogna studiare e lavorare.Monti dovrà chiedere cose terribili, e l’Italia, che mi sembra molto migliore della sua classe politica, sarà pronta a fare sacrifici anche perché ha capito che se oggi non si fanno sacrifici, domani i sacrifici, se possibile, saranno ancora peggiori. Bisogna confidare in un dato consueto negli italiani, la loro capacità di venirne fuori, proprio nei momenti più drammatici.

Del resto è tutto il paese che chiede al governo sacrifici e responsabilità. Dai sindacati alla Confindustria, dalla banche alle associazioni di categorie come i commercianti, gli artigiani, le piccole imprese, le assicurazioni, le imprese agricole, non c’è categoria che non chiede interventi urgenti per abbassare sì il debito ma anche per rilanciare una crescita depressa da venti anni di nulla.

Ecco, perché non si può fare ulteriore demagogia sul momento italiano e sulla pelle degli italiani.Riforma delle pensioni con innalzamento a breve non nel 2027 a 67 anni d’età come in tutta Europa, abolizione delle pensioni di anzianità, abolizione degli ordini professionali, una patrimoniale secca dura per le rendite più alte e magari anche una tassa sulle grandi rendite come c’è in Francia, mobilità nella pubblica amministrazione locale e statale, anche con probabili tagli di posti di lavoro, molti parassitari ed inutili, imposti da sistemi clientelari di consenso, vendita di immobili pubblici e privatizzazioni, dove possibile e con criterio, un piano per l’occupazione giovanile e il rilancio delle imprese, destinando parte dei ricavi ad un rilancio del lavoro (uscendo dalle logiche del precariato), investire sull’istruzione e la cultura, grande risorsa del paese, nonché sulla ricerca.

Pare che non si parlerà di licenziamenti facili e questo è un bene dal momento che è l’occupazione che aiuta la crescita e non i licenziamenti. Sono questi solo alcuni dei possibili provvedimenti in discussione a cui va aggiunta la necessità di una riforma del sistema elettorale che ci faccia uscire dal “Porcellum” ridando agli italiani la possibilità di avere un Parlamento di eletti e non di nominati.

Solo dopo questo il nuovo governo potrà passare la mano per nuove elezioni e solo allora le forze politiche potranno dividersi e ricomporsi secondo progetti e ideali politici per il bene dell’Italia. Il tempo del “Bunga bunga” oggi è finito come sul finire degli anni ottanta fini il tempo della “Milano da bere”. Oggi è il tempo di rimettere il treno sui binari solo dopo ci si potrà chiedere in quale direzione se a destra o a sinistra riprenderà la sua corsa.

(nelle foto dall’alto in basso: Silvio Berlusconi. Mario Monti, Giorgio Napolitano)

Nicola Guarino


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