Altritaliani
Ville vesuviane. Riecco il Festival, con profumo di ginestra

121 Ville Vesuviane del Miglio d’Oro. Splendore e decadenza.

giovedì 9 agosto 2012 di Mario Carillo

Dal 31 agosto al 20 settembre 2012 si svolgerà la 25esima edizione del Festival delle Ville Vesuviane con concerti di Nair (Villa delle Ginestre), Fiorella Mannoia (Villa Favorita), Tosca in concerto (Villa Campolieto), Giorgia (Villa Favorita), Pino Daniele (Villa Favorita), per citarne solo alcuni... Il festival rappresenta l’evento clou della programmazione artistico-culturale della Fondazione Ente Ville Vesuviane. E quest’anno festeggia le sue nozze d’argento con un evento inaugurale di grande importanza: la riapertura della Villa delle Ginestre, nel segno delle celebrazioni del genio di Giacomo Leopardi. Per saperne di più sul programma degli spettacoli, collegati al sito della Fondazione Ente Ville vesuviane (tel.081.732.21.34).

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SPLENDORE E DECADENZA

Hanno il fascino triste e solenne delle regge abbandonate, le centoventidue residenze, disseminate lungo il tratto del Miglio d’Oro, cosi denominato per la felice posizione, tra le verdeggianti pendici del Vesuvio e il mare. Sono trascorsi oltre due secoli da quando l’aristocrazia partenopea, per emulare Carlo di Borbone che vantava la sua magnifica dimora estiva a Portici, cominciò a farsi costruire splendide ville tra Napoli, Ercolano e Pompei. Di queste ville patrizie solo alcune sono state recuperate.

Villa Campolieto emiciclo – Fonte Flickr © Angelo Casteltrione

E’ il caso di Villa Campolieto, Villa Ruggiero, Villa Favorita, Villa Bruno, Villa Aprile, Villa Savanarola. La prima comprende ben 186 vani, oltre ai cortili, alle terrazze e al vastissimo parco che dopo anni di lavoro è stata restituita al suo antico splendore e oggi ospita incontri culturali, mostre d’arte, concerti, corsi della Libera Facoltà di Scienze Turistiche.

Luigi Vanvitelli vi lavorò per dieci anni, alternandosi tra Ercolano e la Reggia di Caserta. In realtà il progetto originario di Villa Campolieto apparteneva a Mario Gioffredo, che diresse i lavori per cinque anni, fino al 1760, quando dovette abbandonare l’opera per contrasti sorti col committente, il duca di Casacalenda. Gioffredo fu dapprima sostituito da Michelangelo Giustiniani e dopo tre anni dal Vanvitelli, che vi lavorò fino alla fine nel 1773. I lavori furono completati dal figlio Carlo.

Villa Campolieto - Fonte

Quando, nel 1977, l’Ente per le Ville Vesuviane, n’acquisì la proprietà al patrimonio pubblico, per 220 milioni, Villa Campolieto cadeva a pezzi, né più, né meno di altri gioielli settecenteschi, fantasmi di un’epoca e di una cultura che avevano collocato Napoli ai primissimi posti tra le città europee.

Non lontano da Villa Campolieto, Villa Ruggiero, risale alla prima metà del Settecento. Entrando nel palazzo, dopo l’atrio, il vestibolo coperto a botte e, a sinistra, la scala che porta al piano superiore: alcune rampe in piperno conducono nell’ampio salone centrale ornato da disegni pittorici che richiamano i tipici modelli della pittura romana, infiorettati da motivi esotici.

Affreschi decorativi nella Villa Campolieto ad Ercolano- Fonte Wikipedia.

Altre residenze, una quarantina, sono agibili; le rimanenti versano in condizioni disastrose, ridotte in monconi irriconoscibili e l’opera di ricostruzione è assai ardua.

Tutti questi capolavori risalgono al’700-800 e portano le firme, oltre che del Vanvitelli di Ferdinando Fuga, Domenico Vaccaro del Sanfelice del Nuclerio. I progetti furono ordinati dalla nobiltà feudale per i divertimenti aristocratici e le residenze fatte costruire con ostentata ricchezza. Per proteggere le abitazioni dalle bizze del vulcano, in quell’epoca molto attivo, furono eretti altari e cappelle votive in onore di San Gennaro.

Altri tesori d’arte sono Villa de Gregorio, con splendido parco, costruita per Domenico Cattaneo, precettore e poi ministro di Ferdinando di Borbone. Villa Pignatelli di Montecalvo attribuita a Ferdinando Sanfelice; Villa Maltese costruita da Domenico Antonio Vaccaro; Villa Meola anche del Vaccaro, rappresenta un pregevole esempio di rococò napoletano; Villa Favorita, a pochi metri dal mare, con approdo, fu costruita da Ferdinando Fuga per il principe di Iaci. Ferdinando IV, n’entrò in possesso, la definì "Favorita" in ricordo della Villa a Schronbroun della moglie, Maria Carolina d’Austria. Villa Bruno, nel vestibolo un busto di Giove e le statue di Bacco, Proserpina e Atena, nel salone affreschi e paesaggi alternati alle porte rococò; Palazzo Valle, nei pressi del Palazzo reale di Portici; Villa Vannucchi con ampio parco; Villa Savonarola, destinata a spazio della cultura; Villa delle Ginestre, ultimo luogo di soggiorno di Giacomo Leopardi; Palazzo Vallelonga sede della Banca di Credito Popolare, Villa Aprile, ripristinata conforme al disegno originale diventata un albergo dall’affascinante nome: Miglio d’Oro, a poca distanza dagli scavi di Ercolano.

Parco sul mare di Villa Favorita – Fonte Flickr ©Angelo Casteltrione

Il degrado delle ville e dei palazzi vesuviani cominciò con l’esilio dei sovrani del Regno delle Due Sicilie, ormai non più regno ne tantomeno Stato autonomo. Molte ville furono abbandonate, in una rapida successione di fitti, subaffitti e vendite per lotti.

In questi ultimi anni di boom edilizio sono stati abbattuti alberi centenari, prati interi, boschi che circondavano le costruzioni saccheggiate; deturpate le belle e antiche ville. Puttini, statue, marmi pregiati, cristalli di valore, infissi, ottoni sono scomparsi. Divelte le pareti decorate, le fontane. Gli appartamenti, infine, furono occupati dai terremotati dell’80.

Un progetto di recupero dell’intero patrimonio è stato illustrato dal nuovo commissario straordinario dell’Ente Ville Vesuviane , Arnaldo Sciarelli: E’ allo studio - ha dichiarato il neo commissario - implementare la spesa di 25 milioni di euro per i lavori di restauro. Intanto pensiamo di trasformare l’Ente in una fondazione di diritto privato, fermo restando la proprietà pubblica".

Oltre alle ville vesuviane, il nostro paese vanta le ville e castelli del Palladio, quelle romane, della Lucchesia e di Bagheria. Salvare questi capolavori d’arte, significherebbe ridare decoro a molte zone e costituire fantastici itinerari turistici.

Mario Carillo


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