Altritaliani

150 - Lingua italiana e linguaggio degli italiani

lunedì 26 settembre 2011 di Lino Scarnera

 Introduzione.

La comunicazione è il processo attraverso il quale le parti di un aggregato disarticolato e disordinato di componenti differenti le une dalle altre, si trasformano in sistema. Secondo questa prospettiva, infatti, la comunicazione può essere definita come un processo di scambio di informazioni ed energia tra differenti componenti di un sistema.
A livello biologico, i concetti di informazione, energia e componenti del sistema non possono essere nettamente distinti gli uni dagli altri, poiché le medesime tipologie di materiali possono rappresentare l’uno o l’altro concetto, a seconda dell’aspetto osservato e del punto di vista adottato: l’adenina, la timina, la citosina e la guanina, ad esempio, rappresentano le molecole organiche che costituiscono il DNA, mentre i modelli attraverso cui tali sostanze si combinano all’interno dei cromosoni rappresentano le informazioni necessarie allo sviluppo di un intero organismo, dal concepimento alla nascita. I processi di riproduzione cellulare che sono alla base di tale sviluppo, inoltre, utilizzano le molecole presenti all’interno dello spazio extracellulare per reperire l’energia ad essi necessaria, mentre la composizione molecolare dello stesso spazio extracellulare fornisce le informazioni necessarie a decidere quale tipo di informazione contenuta nel DNA deve essere sviluppata. In questo modo, il bagaglio genetico individuale, inizialmente contenuto nell’unico zigote iniziale, reperisce le informazioni necessarie a decidere, di volta in volta, quale organo formare durante il processo di riproduzione cellulare [D. L. Kirk, “Biologia Oggi”, Piccin, 1980]. Il funzionamento dell’organismo maturo, a sua volta, si basa su meccanismi analoghi, poiché è regolato dal flusso di informazioni inerenti le condizioni del suo assetto interno (ad esempio: livelli di ossigeno, anidride carbonica, zuccheri sali, minerali e quant’altro nel sangue e/o negli spazi intracellulari).
Tuttavia, quando l’organismo è costretto a reperire all’esterno le informazioni e l’energia necessari a mantenere la sua omeostasi interna (vale a dire, dopo la nascita), il modello di funzionamento biologico non è più sufficiente a spiegare le modalità attraverso cui le componenti del sistema si strutturano in maniera organica. Infatti, benché il modello biologico possa spiegare i processi di comunicazione neuronale posti alla base del funzionamento del sistema nervoso centrale attraverso flussi molecolari carichi elettricamente, non può spiegare come sia possibile che un flusso interneuronale di molecole cariche elettricamente possa determinare un processo mentale definibile come sensazione, percezione, sentimento emozione, decisione, azione o quant’altro [“Il Mistero della Coscienza”, di J. R. Searle, Cortina, 1998, contiene una descrizione esaustiva delle correnti teorie sull’argomento, nessuna delle quali è convincente].
In ogni caso, il solo assemblaggio ordinato e strutturato di componenti biologiche non è sufficiente a definire un essere vivente: la differenza tra questo ed un cadavere, per l’appunto, è determinato dalla presenza o l’assenza del flusso di scambi di informazioni ed energia all’interno ed all’esterno del “sistema organico” osservato. Nella misura in cui possiamo definire “sistema organico” anche un sistema sociale, dobbiamo riconoscere che la differenza tra “aggregato di persone” e “sistema sociale” è dato dalla presenza di scambi energetici ed informativi tra persone. Tale passaggio da “aggregato” a “sistema sociale”, quindi, può verificarsi a condizione che gli elementi che compongono l’aggregato conoscano la stessa lingua e la utilizzino. La lingua, inoltre, si articola attraverso linguaggi, ed attraverso essi si sviluppano conoscenze ed ordinamenti sociali [“Logica Simmetrica ed attualità dell’”Inno Omerico a Demetra”, di P, Scarnera, 2011, fornisce una dissertazione sull’argomento: http://www.rivistadipsicologiaclinica.it/italiano/numero1_11/copertina.htm

 La lingua Italiana

La lingua Italiana si è sviluppata a partire dal volgare siculo/appulo che l’Imperatore Federico II di Svevia, figlio di madre Normanna e di padre Tedesco, nato in Italia, a Jesi, e cresciuto tra la Sicilia e la Puglia, portò in Toscana e per tutto il territorio Italiano, dando ai cittadini sparsi lungo lo stivale uno strumento di comunicazione che superasse i limiti dei propri dialetti, e fosse anche accessibile facilmente a tutti [Bianca Tragni (1994): “Il Mitico Federico II di Svevia”]: la lingua latina, infatti, benché avesse il pregio di superare i limiti dei dialetti locali, era riservato alle persone colte, soprattutto agli ecclesiastici, quindi, diffondendo il “volgare” sul territorio, Federico II dotò gli abitanti della penisola di un comune strumento di comunicazione, ponendo le basi per realizzare il suo disegno di stato laico, indipendente dalla Chiesa, che durante la sua epoca influiva molto pesantemente sulle scelte politiche dei regnanti.
Dante Alighieri, che del “volgare” è stato il più grande ambasciatore, testimonia questa origine nel XXIV canto del purgatorio, quando Buonagiunta dice di comprendere il motivo per cui la sua poetica, al pari di quella del “Notaro” e di “Guittone” (Giacomo da Lentini e Guittone d’Arezzo), rimase inferiore allo “stil novo” Dantesco [Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXIV

Ma dì s’i’ veggio qui colui che fore
trasse le nove rime, cominciando
’Donne ch’avete intelletto d’amore’ ".

E io a lui: "I’ mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch’e’ ditta dentro vo significando".

"O frate, issa vegg’io", diss’elli, "il nodo
che ’l Notaro e Guittone e me ritenne
di qua dal dolce stil novo ch’i’ odo!

Io veggio ben come le vostre penne
di retro al dittator sen vanno strette,
che de le nostre certo non avvenne;
e qual più a gradire oltre si mette,
non vede più da l’uno a l’altro stilo";
e, quasi contentato, si tacette.

Giacomo da Lentini (1210 – 1260 circa), fu notaio e poeta, nacque in Sicilia e fu uno dei principali esponenti della Scuola siciliana. La poetica di Lentini, come quella di tutta la scuola siciliana, s’improntava quasi esclusivamente sulla poesia d’amore cortese, in cui la donna assumeva in sé tutti i valori, al contrario dell’amante, che si proclamava sempre indegno e nullo. Guittone d’Arezzo (1235 – 1294 circa), fu un religioso toscano che con la sua poetica influenzò pesantemente la letteratura duecentesca. Criticò la poetica siciliana per via dell’inconciliabilità fra la visione cortese dell’amore e la morale cristiana: a suo avviso, infatti, tale poetica amorosa era solo uno strumento per ottenere la soddisfazione del proprio desiderio sessuale.
L’oggetto dello scambio di battute tra Buonagiunta e Dante, tuttavia, non è la morale sessuale dei poeti, ma la loro fonte di ispirazione (“I’ mi son un che, quando Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ la ditta dentro vo significando") e la loro capacità di espressione (“Io veggo ben come le vostre penne di retro al dittator sen vanno strette, che de le nostre certo non avvenne”): limitare la creazione poetica ad una sola fonte di ispirazione, e subordinare la forma linguistica al raggiungimento di un solo obiettivo, costituisce una forte limitazione sia degli argomenti e dei contenuti oggetti di comunicazione, che delle potenzialità espressive del linguaggio.
La grandezza di Dante, che Buonagiunta riconosce in quei versi, fu quindi quella di non aver dato limiti sia alle fonti di ispirazione che alle modalità di espressione: il volgare siculo/appulo esplose, con lui, tutte le sue potenzialità.
Le potenzialità della lingua italiana sono enormi: oltre a possedere, al pari di tutte le lingue moderne, l’articolo determinativo [Snell, B., in “La Cultura Greca e le Origini del Pensiero Europeo”, Einaudi, 1963, fornisce una disamina storica dell’importanza di tale elemento linguistico], quindi la possibilità di esprimere astrazioni (“il cane” rappresenta l’astrazione di tutti i cani possibili) possiede un numero insolitamente alto di modi e tempi verbali: 24, in totale, che vanno moltiplicati a seconda del genere (maschile, femminile e neutro), del numero (singolare o plurale) e della persona (prima, seconda e terza persona) utilizzato, ed a cui vanno aggiunti i verbi impersonali [http://grammatica-italiana.dossier....]. A differenza, ad esempio, dell’Inglese [http://www.grammaticainglese.net/], che dispone di 14, tra modi e forme verbali, che vanno moltiplicati in maniera molto più ridotta, per ciò che concerne sia il numero che le persone: le forme verbali della prima, seconda e terza persona variano molto poco, in relazione al numero. Questo significa che la lingua italiana consente di analizzare e descrivere molto più dettagliatamente contesti e situazioni, condizioni e vincoli, atteggiamenti ed intenzioni, modi e tempi, di quanto lo faccia l’Inglese.

 Il linguaggio degli Italiani

Le persone non utilizzano la lingua che parlano allo stesso modo: questa è una conseguenza della estrema plasticità del linguaggio, ed anche una condizione che consente alle lingue di adattarsi a nuove situazioni e di rinnovarsi. Ne deriva che ogni lingua può dar origine a molti linguaggi: ogni settore scientifico od artistico, infatti, si dota di un proprio linguaggio specifico, che rende più agevole ed efficace la comunicazione (ed il pensiero) tra gli esperti dei vari settori.
Quando invece ci si rivolge ad un uditorio vasto, riguardo al numero, ed eterogeneo, riguardo al bagaglio culturale ed alle esperienze, è necessario utilizzare un linguaggio che sia semplice, ovvero che possa essere compreso da tutti coloro che conoscono la lingua attraverso cui il linguaggio utilizzato si esprime, e che tuttavia tenga in considerazione la complessità della composizione dell’uditorio, in modo che ognuno degli ascoltatori possa comprendere i discorsi espressi, ed eventualmente riconoscersi in essi, a prescindere dalle differenze esistenti tra gli interlocutori . Questo significa non solo che le persone che occupano ruoli pubblici debbano usare un linguaggio di tale genere, ma che debbano anche prendere in considerazione la complessità del proprio ruolo, che tale diventa in relazione alla complessità dell’uditorio: differenti sensibilità, condizioni, atteggiamenti, bisogni, intenzioni, contesti e situazioni, vanno infatti a comporre un insieme che è omogeneo riguardo a certe caratteristiche (ad esempio, il diritto di essere informati e rispettati), e differenziato rispetto ad altre (ad esempio, le differenze di identità, di prospettiva e di cultura). Pertanto il parlante deve considerare gli interlocutori come rappresentanti di categorie, ovvero come astrazioni di tutti i casi possibili di destinatari del proprio discorso. Di converso, egli deve abbandonare la propria identificazione con la sua propria identità specifica per assumere l’identità del ruolo istituzionale che ricopre: parla l’uomo di stato, piuttosto che la persona, e si rivolge a rappresentanti di categorie, piuttosto che a conoscenti.
Purtroppo, sopratutto negli ultimi anni, è soventemente accaduto che i discorsi degli uomini pubblici abbiano suscitato forti reazioni di protesta e di sdegno tra i cittadini, ed è anche soventemente (anzi, puntualmente) accaduto che gli stessi uomini pubblici abbiano negato di aver espresso i contenuti e le forme linguistiche che tali reazioni avevano suscitato, a dispetto anche delle evidenze documentali (registrazioni sonore o video/sonore) che le sostenevano e motivavano. Tali negazioni hanno il diabolico potere di trasformare la comunicazione in delirio: ciò che è stato detto non lo è stato, per il parlante, mentre lo è stato per l’interlocutore. A queste condizioni la comunicazione diventa impossibile e, di regola, per tale motivo chi persevera in tal genere di negazioni finisce per divenire oggetto di attenzione da parte di professionisti della cura delle malattie mentali. Purtroppo, questo non sempre avviene quando tale “stile comunicativo negazionista” viene utilizzato dai capi di governo: la storia passata e presente è piena di dittatori folli e di correnti politiche deliranti, che riescono a fagocitare e pervertire le regole della comunicazione più elementari, rendendo impossibile una correzione della stessa.
Una forma più mitigata di tale stile è rappresentato dalle precisazioni e dalle giustificazioni che seguono gli eventi comunicativi che suscitano proteste ed ondate di sdegno: viene di solito evocato il “contesto” e la “malafede” dei giornalisti e degli ascoltatori che non ne tengono conto. Secondo tale versione mitigata, ad esempio, un ministro può dire peste e corna della repubblica e dello stato di cui è rappresentante in un contesto di campagna elettorale, come se tale contesto autorizzasse i ministri ad essere stupidi, offendere e denigrare. Vale a dire che, secondo tale versione, quando i ministri dicono tali cose non le pensano, ovvero le dicono per compiacere una parte selezionata del pubblico, quella che lo sostiene politicamente, a soli fini elettorali. Benché tale versione possa essere pensata per mitigare il delirio che sorge spontaneo dalle negazioni, non lo elimina. Anzi, lo complica. Difatti, essa afferma che l’uditorio è stato ingannato, quindi per rassicurare l’uditorio, bisognerebbe dire che, in realtà, è la versione “mitigata”, fornita alla parte del pubblico che ha protestato, quella ingannevole, e quella offensiva quella vera: da tale doppia forma di comunicazione non si potrebbe determinare con certezza se l’uomo politico sia consapevole delle cose che dice e se l’uditorio lo sia per le cose che ascolta. Ogni valutazione dei contenuti espressi diventa impossibile, quindi diventa impossibile anche assumere decisioni razionali, sufficientemente motivate. Di conseguenza, diventa anche impossibile costituire un “sistema sociale”.
Eppure, benché sia paradossale, questo stile comunicativo, oramai, in Italia è utilizzato quotidianamente sia da Silvio Berlusconi (si vedano le sue affermazioni quasi quotidiane sulla Magistratura, sul Presidente della Repubblica, sulla Consulta e sulle donne) che dai suoi ministri (si vedano gli sproloqui dei ministri e rappresentanti politici leghisti, nonché i commenti del Ministro dello Sviluppo Economico Romani sulla moralità delle Aziende che non siano Lombarde, volendo citare solo un caso più recente), quindi gli italiani, i governati, sono trattati alla stregua di imbecilli ai quali si può dire qualsiasi cosa ed, indifferentemente, il suo contrario.
La Lingua Italiana non merita questa fine ingloriosa, e gli Italiani non meritano questo trattamento. C’è quindi da sperare, e da agire, in maniera tale che gli uomini pubblici del futuro sappiano parlare bene l’Italiano. E che sappiano anche ascoltarlo.

Lino Scarnera


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