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Poesia contemporanea

Maurizio Gregorini torna alla poesia con “L’odore del nulla o l’eresia del Cristo scomposto”. Segue un’intervista all’autore.

mercoledì 14 settembre 2011 di Vincenza Fava

Dopo nove anni il poeta, scrittore e giornalista romano Maurizio Gregorini torna con un inedito volume poetico: “L’odore del nulla o l’eresia del Cristo scomposto” (Ed. del Cardo, 2011, pag. 109, € 8,00). La composizione, di grande impatto filosofico, artistico ed emotivo, si pone come un dialogo tra il poeta ed un Cristo umanizzato, involucro e seme del volere divino.

Una rilettura personale e soggettiva del rapporto tra l’essere umano e l’Altro inesplorato, sintesi dei dolorosi conflitti individuali che caratterizzano la condizione umana. Qui sta l’eresia, dal greco αἱρέω (hairèō, "afferrare", "prendere" ma anche "scegliere" o "eleggere"); il poeta , nella libertà di simboli e metafore raffinate, compie una scelta che si concretizza nell’atto coraggioso di un’estrema ribellione ai dogmi e alle certezze mistificanti della omologante e “pulita civiltà cattolica” intransigente nei confronti della Differenza che lo rende: “Solo e guasto/ nel mio diverso amore” a cui si unisce la rivolta contro una semi-divinità che attraverso la crocifissione ha sedotto l’uomo con la sua dolorosa gloria, frutto del potere dittatoriale di un Dio sconosciuto.

La poesia di Gregorini è altamente simbolica e ci travolge per la qualità e la forza delle visioni attraverso un istinto mistico ed erotico che porta l’uomo-poeta a desiderare il patibolo della croce e la sofferenza della carne in una immedesimazione costante con il corpo dell’amato. Nell’ouverture, l’anafora accentua il grido doloroso e lo scontro con il mondo circostante: “Voi mi volete muto. Voi mi volete mutilato. Voi tagliate la mia parola con la lingua dell’odio”.

Il poeta scompone, de-costruisce il corpo di Cristo; dipinge e disegna, con le parole, un ritratto rovesciato, scomposto, appunto, al fine di dare una nuova visione della rivelazione in un’estasi meravigliata e turbata, dolente e matura che si fa grido di straziante dolore nell’universo per l’impossibilità di comprendere un disegno divino che include la presenza del Male, non solo nel mondo, ma anche all’interno della Chiesa stessa. Non esiste il peccato, ma solo una convergenza di due opposti (Male e Bene) che si risolvono nell’atto estremo della morte, ultimo ed ineluttabile approdo per un’umanità soggiogata eternamente da “finte rivoluzioni”, mistificazioni cristiane dell’autenticità religiosa. L’immutabilità, la stasi del Credo cristiano è combattuta in una lotta all’ultimo sangue contro un Corpo di cui si nutre il poeta nell’atto sommo dell’Eucarestia, connotata da simboli erotici come la “penetrazione”, intuita come emanazione della carne che si fa carne nell’Altro-da-sé.

Nella civiltà occidentale la sofferenza è concepita come separazione dall’amato, è restare inchiodati all’impossibilità di unirsi fisicamente all’oggetto del proprio desiderio. Maurizio Gregorini partendo dal sentimento dell’impossibilità, sopraggiunge alla greca eroicità dell’agonismo (Nietzsche), alla morte dell’Altro, alla crudeltà di una vita più forte del male stesso. Le “dita spezzate” di Cristo, simbolo dello Spirito Santo, hanno “cancellato l’origine del gesto folle nell’universo”. La morte di Gesù permette la vita di Dio, il sacrificio riassume la volontà di un’entità carnefice che annega nell’agognato “nulla”. Qui il poeta si avvicina alle estasi mistiche di M. Eckhart, predicatore incompreso del “nulla” e del “fondo dell’anima”, processato e condannato dalla Chiesa per eresia. Per arrivare a Dio, afferma Eckhart, è necessario isolarsi, spogliarsi di tutto, dell’intelletto e di Dio stesso per non essere un semplice imitatore di Cristo, ma Cristo stesso partecipe della divinità: “Io sono nulla. Non riempio quesiti/… ma smorzarmi nell’agonia!/ … vivere cosciente e felice/ il bacio di una bocca morente!” scrive il poeta. Il distacco perfetto, intuito da Gregorini come “morte” simbolica dopo un’estenuante “guerra” che è la vita, ci rende simili a Dio, al di sopra del bene e del male, del piacere e del dolore: “Che tu sia la benedetta, Morte,/poiché togli vita al mondo/ aprendo la resurrezione/ agli occhi dell’infinito”. L’approdo al Nulla è il ricongiungimento con l’infinito, ma fino alla fine, in una serie di avvincenti enjambements, la lotta non ha termine: “Mai sazio di stuzzicarti/ di umiliarti fino al delirio./ Finché non mi ricondurrai/ con te, nella pace del Nulla”.

“L’odore del nulla o l’eresia del Cristo scomposto”, è a nostro parere, un capolavoro della poesia contemporanea, erede ed innovatrice ad un tempo della filosofia post-moderna. Il concetto dell’eresia quale apertura ad una lettura diversa della religio cristiana si ripropone al lettore, libero di individuare nel testo le tracce più consone alla propria sensibilità.

Vincenza Fava

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Intervista a Maurizio Gregorini

“La musicale accorata cosmicità della carne”

Con l’intervento di Agostino Raff e Vincenza Fava, il 11 giugno 2011, al Teatro Magazzini della Lupa di Tuscania, Maurizio Gregorini ha presentato “L’odore del nulla o l’eresia del Cristo scomposto” (Edizione del Cardo, 110 pagine, 8€; postfazione Agostino Raff), suo nuovo libro di poesie edito a distanza di nove anni dal precedente “Vortici. Poesie per l’altro amore”, il volume antologico che gli fece ottenere il ‘Premio Personalità Europea’ nella sua trentaduesima edizione.

Per anni rimasto nel fondo di un cassetto (fu scritto nell’inverno tra il 1987 e il 1988), è lo stesso Gregorini, in una nota, ad avvertire il lettore che deve all’affetto e all’amicizia di Agostino Raff questa pubblicazione e che, nel rivedere l’opera completa (155 carmi), ‘si è scelto di togliere molte delle poesie che formavano il testo originale perché, pur rispettando l’enfasi e l’irruenza di una giovinezza perduta, non erano apparse consone alla lettura attuale’. E sebbene si tratti di una scrittura giovanile, l’opera si mostra come frutto maturo, tesa ad evidenziare chiaramente e con coraggio sconosciuto, la lotta tra la carne e lo spirito, l’istinto di ribellarsi ad ogni dogma prestabilito e il desiderio impagabile di unirsi, mente e corpo, con l’essenza doppia, misteriosa ed impenetrabile, del Gesù uomo e del Cristo cosmico. Una componimento gridato, capace di far capire senza mezzi termini la potenza della carne e dello spirito, perché come già ebbe a scrivere Nikos Kazantzakis presentando il suo “L’ultima tentazione” (portato sullo schermo da Martin Scorsese) “Dio non ama le anime deboli né le carni senza consistenza”.

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Maurizio Gregorini alla televisione

Con i suoi versi Maurizio Gregorini (scrittore, poeta e giornalista, conduttore di trasmissioni televisive e radiofoniche) torna al concetto dell’uomo che è, all’unisono, Uomo e Dio, cioè, carne e spirito; di qui la motivazione che spinge a sostenere che l’enigma di Cristo non è un fatto cosmico legato alla religione, ma qualcosa che tocca profondamente il cuore, le corde intime di ogni creatura umana, credente o non credente.

Lontano da ogni bigottismo possibile, qui il poeta è preso da una confessione di angoscia e al tempo stesso di speranza, dove ogni istante della propria vita è sì lotta, ma pure attesa di fiducia.

Vincenza Fava : Già dal titolo si può intuire che in questo nuovo scritto via è una profondità di linguaggio anomala. E’ così?

Maurizio Gregorini : “In parte ha ragione, poiché sono cosciente che si tratti di una lettura difficile, sia per tematicità, che per linguaggio e stile. Ma resto anche convinto che se vi ci si accosta con la dovuta attenzione, il mio è un libro che sa esprimere stupore, meraviglia e inquietudine, situazioni essenziali quando si tratta di un volume di versi. Se le dovessi poi spiegare motivazioni e cause che mi spinsero, più di vent’anni fa a comporlo, non saprei risponderle. Vi è però un senso estremo della ricerca; ricerca che credo sia ‘connessa’ al sentire del poeta. Come scriveva Arthur Rimbaud a Paul Demeny nel maggio del 1871, ‘si tratta solo di giungere all’ignoto attraverso lo regolamento di tutti i sensi’. Ecco, anche io come lui sono consapevole che il poeta sia un veggente, ossia colui che sa unire, in una sola forma, i sentimenti d’amore, il sentire della sofferenza e il senso della follia che abita ognuno di noi”.

V.F. : Ma in questo modo si resta isolati, fuori dalla realtà, non crede?

M.G. : “E’ possibile. Però bisogna valutare attentamente cosa sia la realtà, cosa sia per ogni essere senziente. Se lei pone il quesito da un punto di vista religioso -dato che il tema del mio libro tocca la cristologia- le posso dire che la realtà della religione cristiana, dove il peccato è parte centrale dell’esistenza, è diversa da quella tibetana, in cui tutto è effimero e privo di consistenza. Illusione, se vuole. La mia percezione è che la nostra forza sovrannaturale sia nell’anima stessa, per cui sono portato a credere che il poeta viva una realtà tutta sua, disconnessa dal resto che lo circonda. E’ solo quando un testo non è più suo, ma è dei lettori, che il poeta può intuire se il suo lavoro abbia un senso. Ad esempio a me ha stupito che un amico siciliano, leggendo le poesie, mi ha riferito di essere rimasto stupefatto dalla percezione di osservazione della verità in esse contenuta”.

V.F. : Non ha timore che forse questo suo libro può essere frainteso?

M.G. : “Ad essere sinceri no. Per la ragione che chi abbia intenzione di leggerlo credo sappia già a cosa va incontro. Chi mi conosce da tempo, mi segue, e mi legge, capirà perfettamente che si tratta di una conferma della mia ispirazione. Sebbene si tratti di uno testo scritto quand’ero giovane, anche io, rileggendolo, resto meravigliato da alcune associazioni di idee. Ciò significa che la poesia sconcerta anche colui che la compone”.

V.F. : Solita sciocca domanda: cos’è la poesia?

M.G. : “Qualche anno fa Lawrence Ferlinghetti pubblicò un libro piacevolmente curioso: ‘Cos’è la poesia. Sfide per giovani poeti’, un testo composto da annotazioni fulminanti sulla natura schiva e imperscrutabile della poesia. Va da sé che il suo era un invito, anzi un richiamo per tutti, alla necessità di un mondo intriso di poesia. Sa che nel leggerlo però nemmeno io ho saputo comprendere cosa sia la poesia? Ho potuto però afferrare che essa è l’assistere meravigliati allo schiudersi di un pensiero. Sia che la si scriva, sia che la si legga, la poesia si mostra al pari di un componimento sinfonico, dove chiunque può dirigerne le note, gli allegri, i toni maestosi. Ovvio che per giungere a questo risultato vi è un percorso di educazione alla poesia, e ognuno deve rintracciare dentro di sé gli strumenti giusti per avviarsi a questa preparazione. Nessuno può farlo al posto nostro.

Parlando di me, le posso dire che nella parola poetica so rintracciare la verità, la realtà spirituale delle cose nel mondo. Una realtà, questa sì viva, che può essere vissuta quale rifugio dal/nel mondo. Le rispondo come avevo fatto in precedenza qualche anno fa ad un giovane poeta: è inequivocabile che l’unica coscienza della poesia sia la purezza, l’immortalità dell’animo, la luce violenta che taglia l’oscurità della inesperienza. E allora: cos’è la poesia? Una emozione specifica dell’animo che, se vissuta in modo carnale, fa elevare la mente a coscienza etica del mondo”.

Vincenza Fava

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Maurizio Gregorini alla radio

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