Altritaliani

La poesia pittorica di Patrizia Calovini tra sapienza di antichi mondi e sospese modernità

mercoledì 3 agosto 2011 di Iride Carucci

La pittrice Patrizia Calovini, presente all’attuale Biennale di Venezia nel padiglione Italia (regione Marche), racconta nei suoi ritratti un universo tutto femminile. Donne di fronte, di profilo, di spalle, in rapporto diretto con le cose, con la storia, con le sue evocazioni. Figure femminili. Sempre. “Nei quadri col tema del “Tango” la sensibilità dell’artista, in modo del tutto originale non si sofferma quasi mai a descrivere il momento del ballo, ma ne coglie l’attesa o forse la rinuncia”.

“Monica che va a tango” emerge dal fondo blu cobalto della parete senza aperture.
La posa è ferma, come in una vecchia fotografia.
L’incarnato chiaro e appena rosato sulle guance.
Non ha ornamenti la ragazza che la possano distrarre da un pensiero interno la cui malinconia incalza e vela gli occhi assenti, appena toccati dalla luce in un piccolo puntino di bianco.
Lunghi i capelli, spartiti in bande, pesano dritti oltre la schiena, la riga alla sommità del capo ne divide la folta giovinezza là dove la pennellata diventa un tocco di luce leggera sopra la fronte alta da dama ottocentesca.

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Monica che va a tango, quadro di Patrizia Calovini

E Monica che va a tango, ferma, in piedi diventa Matilde Juva Branca in un ritratto di Hayez o una delle giovani del canto dello “Stornello” di Silvestro Lega.
La giovane contemporanea ha la stessa severa bellezza della nobildonna, lo stesso braccio che ricade inerte lungo il fianco, mentre l’altro si piega in cerca di un appoggio. Ma le labbra carnose e quasi umide di Monica sono stirate appena agli angoli della bocca da un sorriso ambiguo.
Altri sorrisi incerti, stereotipati o dolci vengono incontro dal passato come quelli del Bronzino, di Leonardo.
La fossetta sul mento dà una tenerezza quasi infantile al volto; e la “fossetta della fortuna” richiama in una fresca e verticale simmetria il piccolo incavo del collo, le linee lievi dei seni sull’altra vu dello scollo della maglia che nei drappeggi lattiginosi diventa lago di luce.
Parte da qui l’atmosfera quasi fiabesca del racconto e s’allarga sul pavimento a grandi riquadri in cui i rossi pompeiani e i neri si accendono di sfumature diverse a seconda della luce che li batte o del fuoco che sembra ardere all’interno stesso della materia e li consuma.
A consolazione (compassione) tra le dita fragili della mano Monica lascia pendere un sacchetto di stoffa con le scarpe del tango che l’osservatore immagina all’interno.
In quella luce solitaria mi viene in mente quanto annota, un giorno, Kafka nei suoi Diari: “ Ora, di sera, dopo aver studiato fin dalle sei del mattino, mi sono accorto che la sinistra stringeva un po’ le dita della mano destra per compassione.”
Consolazioni le scarpette leggere e brillanti, così leggere che di sicuro saranno volate sull’arsura del pavimento; ma che ora Monica in calzamaglia e stivali neri, tiene sigillate con un nastrino rosso di cui una cocca è dura come una piccola pietra.
Pennellate di luce quasi dorata intridono le pieghe del sacchetto e lo rendono fosforescente amuleto di una favola senza tempo.

È andata Monica al ballo o ne è tornata? O è semplicemente rimasta immobile sulla soglia indifesa della porta, bloccata dal sortilegio della luce che fa “fermare l’aria, trattenere le ombre, tacere lo sguardo”?
Nei quadri col tema del “Tango” la sensibilità dell’artista, in modo del tutto originale non si sofferma quasi mai a descrivere il momento del ballo nel suo divenire, ma ne coglie l’attesa o forse la rinuncia.
La giovane donna si è preparata per la bellezza e della bellezza c’è l’attesa. Il suo abbigliamento non è mai casuale o sciatto. I suoi gesti sono misurati.

“Non mi piacciono i movimenti bruschi, sgraziati o violenti “, dice l’Autrice. E le sue creature recano l’aggraziata femminilità antica, ma il sostare ambiguo e inquieto del contemporaneo.
E i versi di Montale parlano all’interno delle tele della Calovini in una corrispondenza di sentire.
Tu non ricordi la casa dei doganieri / sul rialzo a strapiombo sulla scogliera /desolata t’attende dalla sera / in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi sostò irrequieto “ (Da Montale “La casa dei doganieri”).

*

Nella “Tanguera”, la parte centrale del quadro non ospita più la figura della donna; questa di lato campeggia, seduta su una specie di scranno.
Il dorso ampio è il semicerchio di un’onda che dà alla figura un andamento circolare contenuto appena dalla verticale del braccio.
Il vestito ha forte tessuto color ocra e panneggi pesanti, nelle pieghe entra dura la luce. Tutto in questa tanguera riporta all’immobilità maestosa di un’antica Madonna trecentesca. Ma nella giovane donna non c’è aureola dorata; i capelli sono appiattiti e folti attorno al capo; neri e immobili anche là dove una ciocca sembra scomporsi nel reclinare della fronte.

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La Tanguera, quadro di Patrizia Calovini

Dice l’Artista che non ama connotare la femminilità con acconciature voluminose; i capelli sono quasi sempre appiattiti attorno al capo, quasi capelli-casco a protezione, a difesa da una guerra invisibile, ma presente da cui la donna non deve farsi trovare impreparata .
E questa guerra impalpabile e minacciosa lo spettatore l’avverte nell’aria della stanza senza voci e senza altre presenze al di fuori della donna dal profilo antico che si piega ad allacciarsi o togliersi le scarpe per il tango.
Qui la linea retta del quadro taglia netta ogni certezza di gesto come in una fotografia.
Ritorna il pavimento a scacchiera e sui bordò e ocra delle mattonelle rade la luce da una porta aperta in fondo alla parete e indica attraverso l’ombra dello stipite distesa sul pavimento come una lancia, la immobile figura della tanguera.
C’è una sorta di misteriosa e strana consonanza tra la solitudine della donna e quella stanza di silenzi.
Spesso nelle tele della Pittrice, il silenzio abita lo spazio e lo connota e in quel silenzio s’adagiano le figure.
La porta aperta sulla luce nuda dell’altra stanza racconta se per caso ci sia un passaggio per l’altrove.
La luce fa presagire voci, sorrisi, musiche, ma sempre nell’altra stanza. E gli occhi della tanguera sono ancora una volta distratti, assenti.
Forse le ombre del dolore accompagnano sempre le visioni del sogno.
Nei quadri della Calovini appare, appena dopo la soglia della stanza una sfera.
La sua immagine antica e perfetta è la realizzazione dell’aspettativa, della serata, dell’amore.
La completezza che farebbe fiorire il gelo.
Ma questa perfezione è solo un cerchio d’ombra tagliato dalla verticale scura dello stipite della porta ed è oltre la soglia.
Si mescolerà la tanguera alla vita oltre la soglia? O ne è già tornata e l’evento è già scivolato nella lontananza dello sguardo?
Potrà cogliere la donna quel dono di una porta che si apre una sola volta nella vita senza più ripetersi?
Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende / rara la luce della petroliera! / Il varco è qui? (Ripullula il frangente / ancora sulla balza che scoscende...) / tu non ricordi la casa di questa / mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.” (Da Montale “La casa dei doganieri”).

Ricorrenti sono i pavimenti a scacchiera a dirci i ricordi d’infanzia. Dell’artista bambina che nella grande cucina della casa della nonna a Bolzano, col piccolo indice tracciava figurine sui vapori dell’inverno che creavano una sottile e magica velatura sui pavimenti e sui rivestimenti delle pareti a grandi riquadri bordò, rosa e ocra, appunto.
Ma ci dicono anche la predilezione dell’artista per il Rinascimento, per il Bronzino, per i Manieristi, per il Mantegna.
Qualche volta si vorrebbe entrare nei quadri di Patrizia Calovini, conoscere la persona che li abita, aprire porte misteriose, camminare su quei pavimenti lontani, respirare le stanze chiuse.

*


Così è anche per “Oblivion”.
La fanciulla seduta di trequarti volge il capo indietro in un trapasso improvviso quasi a seguire un richiamo oltre la tela.

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Oblivion, di Patrizia Calovini

Contro la parete scura spicca la fragilità giovane della schiena nuda. I suoi occhi non hanno un punto preciso di posa e si perdono in un’ambiguità di dolore sospeso e assenza come le labbra forti e carnose.
E per quel tempo perso del richiamo, sopra tacchi alti ed abito fasciato la bella non coglie la chiarità esplosa dell’altra stanza, come di luce lunare.
E naturalmente “Oblivion” s’accosta all’haiku di Buson Yosa, poeta giapponese vissuto nel millesettecento, in un incontro senza tempo dell’umano sentire.
Quattro o cinque uomini ballano in cerchio / Sopra le loro teste la luna sta per cadere”.

“Ho pensato alla musica di Piazzola, dipingendo il quadro”, dice l’Artista.
E nell’ intensità del racconto pittorico di Patrizia Calovini sembra quasi di sentirla quella musica che arriva piena dal varco d’azzurro e d’aria nella parete nera e trascina, malinconica e sensuale, nell’indefinita suggestione del sogno.

Iride Carucci
Ancona, giugno 2011

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Per saperne di più sulla pittrice Patrizia Calovini

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Quadro di Patrizia Calovini

Iride Carucci, l’autrice dell’articolo, è scrittrice. Vive ad Ancona.
Nel 2001 ha pubblicato per gli Editori Riuniti “Amalia a perdere “ entrata nella rosa dei finalisti nella prima selezione del Premio Strega.
Nel 2010 ha pubblicato per la Pequod “Arturo della penombra “.


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