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Collezionare lontano dalla “capitale”. Palazzo Descalzi a Chiavari nel ’700.

Firenze, Edifir, 2011
sabato 18 giugno 2011 di Rino Vaccaro

Collezionare lontano dalla “capitale” di Raffaella Fontanarossa offre agli amatori d’arte un’occasione unica e irripetibile: quella di entrare nelle sale del settecentesco palazzo Descalzi di Chiavari (Genova), scoprendo cosi’ uno dei tanti tesori nascosti della Liguria, regione sempre più soffocata dalla cementificazione edilizia.

Negli ultimi decenni sulla riviera ligure di levante si è consumata una grave alterazione ambientale. Spesso, e ciò avviene anche per i beni naturali e ambientali, un bene culturale o un semplice manufatto, testimonianza della cultura materiale di una località, viene distrutto perché semplicemente non se ne valuta l’importanza e il valore storico e umano; altrimenti non si spiegherebbe tanto accanimento nella distruzione della identità dei luoghi. A volte si salva fortunosamente il monumento emergente ma sparisce il contesto perché vengono stravolte e cancellate anche le testimonianze del passato: tracce sempre più labili e illeggibili.

Per questo leggere un testo come quello di Raffaella Fontanarossa, «Collezionare lontano dalla “capitale”. Il caso di palazzo Descalzi a Chiavari nel Settecento», che recupera alcune importanti testimonianze d’arte e architettoniche e che esprime al contempo passione civile e culturale, memoria e rigore filologico, desta davvero meraviglia.

Scrive ad esempio l’autore a proposito di Palazzo Torriglia: «[...] è stato ignobilmente sacrificato all’attuale destinazione d’uso a pubblici uffici [...] che s’accompagna allo smembramento degli apparati decorativi e delle collezioni d’arte». E più oltre a proposito di Palazzo Costa Zenoglio : «[...] interventi di restauro recenti ne hanno stravolto sia le caratteristiche esteriori sia le volumetrie degli interni arredi e quadrerie». E ancora... «la ricerca di quest’ultima residenza comporta anche un notevole sforzo immaginativo per guardare oltre l’inquinamento visivo prodotto dall’ondata cementifera a partire dagli anni 60 del secolo scorso.»

Trovo particolarmente meritevole recuperare testimonianze d’arte e di storia del passato: per capirci, prima di quel devastante “urbicidio” che ha caratterizzato il secolo scorso.

Dopo due guerre mondiali e altre minori nel cuore del vecchio continente (ultima la Jugoslavia) che hanno distrutto e cancellato testimonianze irripetibili della cultura europea un bilancio non è stato fatto e non si sa se verrà fatto perché prevale l’agiografia e la retorica. Sarebbe invece importante, oltre la memoria delle troppe vite umane straziate, avvertire anche la devastazione insensata del patrimonio storico artistico dell’Europa; penso, per la sola Liguria, all’archivio genovese del trecento, alle bombe che hanno distrutto Santa Maria di Castello e l’intero centro storico a Genova, le cui macerie sono rimaste per decenni, in un degrado assurdo.

La cosidetta “ricostruzione” nel dopoguerra ha completato l’opera: ricordo le demolizioni insensate nel centro storico di Genova a partire dal teatro Carlo Felice e le nuove costruzioni come il grattacielo Carige o il palazzo color wurstel della Regione Liguria, per non parlare delle riviere (provate a fare un confronto con gli acquarellisti dell’800) per capire che cosa si è perduto con guerra e dopoguerra !

Spesso sono piuttosto musicisti, pittori, artisti e poeti a farci intendere il valore dei luoghi.

Fredde e tecniche relazioni urbanistiche infatti non colgono la qualità del territorio, spesso annullato nella sua valenza naturale - culturale e trasformato in una indifferenziata “area edificabile”, un vuoto che in realtà non esiste se non nella mente della speculazione immobiliare.

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Palazzo Descalzi a Chiavari

Il volume di Raffaella Fontanarossa approfondisce problemi peculiari di architettura e urbanistica: dalla cartografia settecentesca di Matteo Vinzoni alla evoluzione successiva della città, dalla demolizione dell’antica cinta muraria - con una schedatura delle dimore barocche cittadine - per poi approfondire singoli casi, quello in particolare di Palazzo Descalzi e delle sue collezioni d’arte nel contesto del rapporto con Genova ma non solo.

Nel volume non viene trascurata l’economia agricola con le colture dell’olivo, della vigna e del castagno, la via della seta o meglio l’arte della tessitura e anche il ruolo marinaro della città ( «[...] per esportare un prezioso marmo dove dal porto di Chiavari, dove essi stavano per allestire il loro palazzo [...]si sono serviti di una nave dei Descalzo. La rotta seguita collegava Roma con la riviera ligure transitando per il porto di Livorno»).

Viene analizzata l’architettura delle dimore storiche e dei giardini, il rapporto tra il palazzo urbano e la villa-dimora signorile in campagna.

Il sistema extra-moenia degli orti cittadini e, oltre il giardino il sistema irriguo dei pozzi per l’orto frutteto agrumeto: la campagna non era così separata ed “entrava” in città. Il volume descrive il settecentesco palazzo Descalzi di Chiavari (Genova), le sue collezioni d’arte, mai, prima d’ora, fotografate e studiate. Nel contesto di un complesso monumentale (architettura, giardini, ma anche archivi e biblioteca) del tutto straordinario.

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Simone Barabino, Lo sposalizio della vergine, palazzo Descalzi

L’inventario della quadreria originale è composto da oltre un centinaio di dipinti riconducibili soprattutto al barocco genovese ed europeo, si tratta di un centinaio di dipinti prevalentemente di epoca barocca e di scuola genovese come, per esempio, la Contesa di Apollo e Pan di Giovanbattista Paggi, due tele di Simone Barabino, due di Domenico Piola, alcuni Gio Andrea De Ferrari. Giovanni Andrea Carlone, Cesare Corte e Giovan Battista Merano sono analogamente rappresentati. In ossequio alla migliore tradizione genovese, la raccolta schiera anche alcuni dipinti di matrice fiamminga e dispone di alcune eccellenti copie antiche tra cui spicca quella della Crocifissione di san Pietro di Caravaggio.

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Copia antica della Crocifissione di san Pietro di Caravaggio

Nell’esiguo gruppo di sculture si distinguono, per la sorprendente qualità, due coppie di busti attribuibili rispettivamente a Pierre Puget e a Filippo Parodi. Si conserva anche una collezione di argenti “torretta”, il tipico marchio della Repubblica di Genova, corredata da punzoni datari che permettono di collocare l’intera serie intorno al 1762, ovvero agli anni cruciali per la formazione di tutta la collezione Descalzi.

Naturalmente i citati oggetti d’arte sono disposti secondo il gusto dell’epoca tra arredi, stucchi e specchiere, espressioni caratteristiche del cosiddetto barocchetto genovese.

Sul ritrovamento di un inventario antico dei dipinti poggia la ricostruzione filologica degli ambienti della residenza e del suo allestimento.

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Specchiera rococo’ del salottino Descalzi

Questo inventario fa parte dell’archivio storico privato della famiglia Descalzi che, come l’architettura del palazzo e come l’insieme dei suoi arredi, giunto fin qui inedito, oltre a rappresentare di per sé un bacino di particolare interesse storico-artistico, consente di ricostruire le vicende in seguito a cui, nel corso del sec. XVIII, questa casata va progressivamente affermandosi nel tessuto sociale e economico della città di Chiavari. Un’ascesa, quella dei Descalzi, che culmina proprio con la costruzione del palazzo di via Marinetti e con la formazione della relativa collezione: contenitore e contenuto costituiscono un complesso monumentale stilisticamente compatto e, di fatto, unico.
Le classiche schede critiche, col catalogo ragionato delle opere d’arte della collezione Descalzi Gagliardo qui rese note per la prima volta, chiudono la ricerca.
In assenza di letteratura specifica sul tema del collezionismo chiavarese in età barocca, la fortuita scoperta del palazzo e della raccolta dei Descalzo- Gagliardo, mai, prima d’ora, indagata, ha rivelato altri episodi di collezionismo chiavarese analoghi a quello di partenza.

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Il salone di palazzo Descalzi a Chiavari

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Il salone di palazzo Descalzi a Chiavari

Il tema degli altri palazzi sei-settecenteschi della città viene a precisarsi e a svilupparsi solo in questa sede. Per esempio con Palazzo Falcone Marana (Chiavari, via Raggio), eccezionalmente visibile solo recentemente e anch’esso miracolosamente integro dei suoi tesori d’arte fra cui i cicli decorativi dovuti al “fiorentino” Giuseppe Galeotti (1733-’47). La straordinaria occasione di accedere a quest’altra dimora privata di Chiavari garantisce un termine di paragone concreto che determina anche la valorizzazione del caso delle collezioni.

Quale modello di collezionismo a Chiavari nel Settecento, inoltre, l’insieme del palazzo, delle sue raccolte e dei suoi giardini, è riconducibile alla complessa problematica metodologica espressa dal dualismo centro-periferia, ovvero al rapporto tra questa particolare emergenza storico-artistica sita nella riviera ligure di levante e quelle presenti a Genova, “capitale” culturale della regione. In quest’ottica, il caso di palazzo Descalzi si può analizzare, più che nell’orbita di un centro (Genova), in una posizione ad esso complementare.
Più in generale la storiografia di Genova e della Liguria, a lungo rubricata, per l’età moderna, sotto el siglo de los genoveses, sente ora il bisogno di una rilettura, soprattutto per vedere sotto una nuova luce, da una delle sue periferie più significative, il secolo successivo, il Settecento.

Il caso di palazzo Descalzi è inoltre l’occasione per presentare una prima rassegna di altri edifici barocchi di Chiavari e rivelare il ruolo delle grandi famiglie e della borghesia tra settecento e ottocento.

Rino Vaccaro

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Raffaella Fontanarossa, "Collezionare lontano dalla “capitale”. Il caso di palazzo Descalzi a Chiavari nel Settecento", Firenze, Edifir, 2011.
Prefazione di Mauro Natale, Università di Ginevra (Svizzera)

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Nota sull’autore:
Raffaella Fontanarossa (r.fontanarossa@libero.it

) dopo la laurea in Storia dell’arte moderna all’Università di Bologna (1996), un perfezionamento a Roma Tre in didattica generale e museale (1999), e parallelamente alla specializzazione in Archeologia e Storia dell’arte all’Università di Firenze (2000) e al dottorato, sempre in Storia dell’arte, a Ginevra (2009), svolge da oltre un decennio la sua attività professionale nel settore dei beni culturali per cui, fra l’altro, è stata a lungo conservatore dei musei civici di Chiavari (Genova). Negli ambiti della connoisseurship, della geografia artistica e della storia del collezionismo conduce anche un’intensa attività di ricerca, parzialmente confluita in una quarantina di pubblicazioni. Giornalista pubblicista, ha al suo attivo oltre trecento articoli sulle politiche culturali, nonché recensioni di mostre, musei e libri. Attualmente è professore a contratto di Museologia all’Università di Roma


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