Altritaliani
Il ballo del potere

Post-Berlusconi? Vitalità e incertezze

martedì 31 maggio 2011 di Emidio Diodato

Per varie ragioni il ciclo politico di Berlusconi sembra giunto al capolinea. Sono oramai diversi mesi che le sue vicende personali hanno generato un senso di fastidio in una parte crescente dell’opinione pubblica. È come se si fosse superato il limite. Il governo, è vero, non è stato sfiduciato a dicembre dello scorso anno, quando molti lo davano per finito; ma è soltanto perché mancava, in Parlamento, una credibile alternativa politica. Appena hanno potuto, con le ultime elezioni amministrative, gli italiani hanno dato un segnale forte e chiaro. Sarà difficile, per il ceto politico, non recepirlo.

È sempre attiva nel paese, non c’è dubbio, la nuova ‘cultura della fiction’: quella di un immateriale mediatico che sovrasta il reale materiale. Si tratta di un processo profondo e che non riguarda soltanto l’Italia. (Anche in futuro il senso della realtà sarà deformato dai media, cioè piegato alle sue logiche riproduttive). Tuttavia nel ciclo storico di Berlusconi questa cultura è stata promossa: qualora giungesse al termine ci sarebbe un cambiamento del clima generale d’opinione. Sì, perché come tutti i capi carismatici Berlusconi non avrà eredi politici. Inevitabilmente la realtà reale, quella tessuta da dispute tra veri interessi e identità contrastanti, riemergerà con maggiore forza.

Chi saprà cogliere le forze del cambiamento che si libereranno? Prima di Berlusconi c’era la Democrazia Cristiana al governo, quindi un partito di centro. Si trattava, inoltre, di un partito popolare. È evidente che Berlusconi ha segnato una rottura rispetto all’idea stessa di un partito popolare e di centro. Come spiega molto bene Michele Ciliberto, nel suo La democrazia dispotica (Laterza 2011, 153), anche la Chiesa romana ha dovuto prendere atto che Berlusconi rappresentava qualcosa di assai diverso dai tradizionali partiti di centro.

Lungo il pontificato di Giovanni Paolo II si impose una nuova modalità nel rapporto tra Chiesa italiana e mondo politico nazionale. Terminata l’esperienza della Democrazia Cristiana, il Vaticano scese direttamente sul terreno dell’impegno politico, senza dunque ricorrere alla mediazione di un partito. Berlusconi non poteva certo rappresentare le istanze della Chiesa. Ma Ruini ottenne da Berlusconi un nuovo tipo di scudo, quello della protezione di privilegi e di antichi benefici, i quali, difficilmente, potevano essere difesi altrimenti, in considerazione, appunto, che al tempo stesso si scendeva direttamente sul piano dell’impegno politico. Se la Chiesa aveva il diritto di sconfinare nella politica dello Stato, doveva però trovare il modo di non pagare il dazio dei doveri cui sono sottoposte tutte le altre forze politiche.

Con Benedetto XVI è iniziata una nuova fase che ha portato a pronunciamenti chiari su certi stili di vita e sulla necessità dei cattolici di rinnovare il loro impegno in politica. La Chiesa ha dunque messo fine alla stagione del cardinale Ruini.

Il mutato atteggiamento della Chiesa, anticipatore e avveduto, è un ulteriore segnale della crisi attuale. A differenza dei ‘parroci’ della sinistra, orfani della loro ‘teologia’ comunista, quelli della Chiesa romana hanno saputo interpretare i segni della nuova stagione. Ciò, tuttavia, non vuol dire che sia pensabile un nuovo partito popolare e di centro. La rottura operata da Berlusconi è profonda. Inoltre, la Prima Repubblica è finita per altre ragioni, non certo a lui imputabili. Il potere democristiano è finito con la guerra fredda e l’ingresso simultaneo dell’Italia e del mondo in un’epoca, lunga, di transizione.

Tutto considerato, ci sono molti segnali per credere alla fine di un ciclo politico. Ma ve ne sono altrettanti per ritenere che la lunga transizione non sia conclusa. La democrazia italiana è giovane ed esce molto provata dall’esperienza degli ultimi anni, nonostante in più occasioni i cittadini abbiano dato prova di vitalità. Per quanto concerne l’opposizione che esce vincitrice dalle elezioni di Napoli e Milano, non c’è poi molto da rallegrasi al di là della vittoria. In un caso, il successo elettorale è nato dalla sconfitta delle primarie (nuovo strumento per la composizione del consenso, adottato per reagire al crollo del partito di massa, popolare e di sinistra); nell’altro, viceversa, dal successo delle primarie. Quale via imboccherebbe l’opposizione nel caso di elezioni anticipate?

Emidio Diodato (Politologo Università per stranieri di Perugia)


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