Altritaliani

Forse la vita è bella ma gli uomini possono divenire anche "bottoni"

domenica 10 aprile 2011 di Lamberto Tassinari

Da quando è uscito, La vita è bella di Roberto Benigni non ha fatto che raccogliere premi. La critica nazionale e internazionale, con l’eccezione di qualche nota dissonante anche se prestigiosa, è stata unanime nel lodare il film e promuoverne il successo mondiale. E infine da Los Angeles si è portato prevedibilmente a casa tre Oscar. Di questo trionfo italiano non sembra più possibile dubitare dopo Cannes, Israele, l’Inghilterra, la Svizzera, gli USA. E invece, dopo la consacrazione hollywoodiana, la critica italiana, che lo conosce meglio, dovrebbe avere ancora qualcosa da dire su questo film.

A mio parere La vita è bella va rivisto e criticato per due motivi, fondamentalmente. Per la delusione di vedere un grande comico, e tragico come tutti i grandi, divenire poco a poco un fabbricatore di spettacoli. Ma soprattutto, perché non si parla così di un genocidio, fingendo che gli uomini non possano anche divenire "bottoni".

Quando, molto in ritardo ho visto il film, ero partito con un pregiudizio favorevole, quello dovuto alla stima e alla simpatia per l’attore. Ma il disagio è stato immediato, già nella prima parte comica, la commedia insipida che funge da prologo.

L’attore, il grande vernacoliere, non è quello di una volta. La trasformazione non è stata certo improvvisa. Il Benigni grande era quello degli inizi, che poi si è perso, film dopo film, successo dopo successo, fino ai piccoli diavoli, ai johnny stecchino, ai mostri. Puntuale e paradossale, la consacrazione universale arriva proprio nel momento di massima distanza dalle origini, da ciò che era stato autentico. Ma è un paradosso solo apparente.

Così per cercare di capire meglio il perché della mia scottante delusione, sono andato a rivedermi in cassetta il primo TuttoBenigni rappresentato alle Cascine di Firenze all’inizio degli anni Ottanta e Berlinguer ti voglio bene, il film di Giuseppe Bertolucci realizzato nello stesso periodo.

Allora Benigni cercava consenso pescando nel quotidiano, gridando con rabbia contro le oscenità della vita politica e recitando con grande coraggio la tragedia di affetti e di sesso di un delirante Mario Cioni. Di quest’omino sconvolto che si masturbava sul palcoscenico, si rideva soffrendo, come al grande teatro dell’assurdo. I toscani poi, erano commossi e atterriti di fronte al diabolico delatore che rivelava agli altri italiani le loro fisiologiche passioni e astuzie.

Ora, invece, Benigni cerca il consenso attraverso i buoni sentimenti mettendo in scena uno spettacolo a lieto fine che ricatta sottilmente il pubblico planetario perché osa proporsi come antidoto all’orrore della violenza nazista. Per lo spettatore è difficile dissentire. Come è possibile contraddire un bambino ebreo internato a Auschwitz il cui padre, per amore, riesce a convincere che lo sterminio è un gioco, che gli uomini non sono bottoni, abat-jour e altri oggetti domestici? E che lui alla fine, insieme a tutti noi, vincerà in premio un carro armato americano? E alla fine, quando lo vince, uno rimane stupito e quando si mette a riflettere, resta incastrato. Invece, bisogna dissentire e affrontare l’orrore e l’attualità della violenza non con la retorica, certo, ma nemmeno con le favole anche se parlano dell’amore di un padre per il figlio.

La "favola coraggiosa" di Benigni e Cerami, come la definiscono gli ammiratori soddisfatti, non riesce a vincere Auschwitz, al contrario. Il bluff, stando al botteghino, funziona nel "villaggio globale" con la maggioranza degli adulti più o meno consciamente astuti, ma non credo con i bambini i quali non hanno niente da nascondersi né da farsi perdonare.

Con tutto il rispetto per il cinema di Hollywood, che qualche volta lo merita, La vita è bella fa pensare a un film americano e, per ambiguità, al dramma dell’AIDS messo in scena da Benetton sui giornali di tutto il mondo. Meglio, è cinema "americano" con un tocco di geniale furbizia italiana. Un’accoppiata vincente che merita ben un Oscar.

Montréal, settembre 1999

Lamberto Tassinari

[N.B. L’amico Lamberto ha abboccato all’invito, e mi rimanda questo testo, scritto (e da me letto) più di dieci anni fa. L’ho proposto per la pubblicazione senza cambiare una virgola, tanto il testo rimane non solo forte – ed a mio avviso “giusto” – ma di “profetica attualità”, proprio in considerazione della recente performance “sanremese” . L’ho già detto, ma è importante a mio avviso ripeterlo, sottolinearlo: il breve e dissonante testo fu all’epoca (della consacrazione) proposto a vari quotidiani, fra cui “La Repubblica” e “Il Manifesto”, che lo rifiutarono…
“Giuseppe A. Samonà, per la redazione di Altritaliani]


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