Altritaliani
Poesia contemporanea

Michele Sovente, la voce dei Superstiti

venerdì 29 aprile 2011 di Donatella Gallone

La recente scomparsa di Michele Sovente, poeta della esistenza e della condizione umana. Lo ricorda qui Donatella Gallone, giornalista e sua amica.
Sabato 30 aprile (alle 11.00) la Fondazione del Premio Napoli gli renderà omaggio al castello di Baia nella rassegna “Che ci faccio qui?” con la proiezione di due filmati consacrati a Cappella e al suo autore.

Carbones, sembravano i suoi occhi. Carboni ardenti che raccontavano l’angoscia di un doloroso viaggio nella vita cominciato a Cappella, nei Campi Flegrei.
Era il 1948 quando Michele Sovente si affacciò per la prima volta in quel segmento di mondo, una frazione tra Monte di Bacoli e Procida, priva d’autonomia e d’esistenza, da lui amata come un figlio devoto. Ne cominciò a respirare il profumo con l’avidità di un neonato affamato, ascoltando i suoni d’affetto della mamma Consiglia che lo cullava, lo accarezzava, lo nutriva, accompagnata da cantilene, filastrocche, ninne nanne, in cappellese (un tantino differente dal napoletano per le “o” predominanti) ma anche un po’ in francese, ricordo degli anni trascorsi a Marsiglia per seguire il marito che lavorava lì. Dopo la morte di Marco, era tornata a casa, dove gestiva un bar per mantenere i suoi ragazzi, Gino e Michele.

Michele mai aveva abbandonato quella che definiva terra di nessuno, bruciata dallo zolfo, continuamente messa in discussione dalle scosse della propria identità vulcanica. Fino al 25 marzo scorso, quando ha abbracciato l’infinito, consegnando alla storia della poesia italiana la possente presenza dei suoi versi.

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Michele Sovente. Foto Agn.

Tenero e caustico, generoso e tagliente, disponibile e ermetico, attraversava i giorni catturandone intemperanze o affettuosità in immagini di parole istantanee, affiancate a volte da disegni che spesso dedicava e regalava agli amici, con la spontaneità di un bambino e la maturità di chi conosceva bene la sofferenza, rifiutando qualsiasi forma d’ipocrita condiscendenza.

Con affetto e gratitudine rammentava lo scrittore Mario Pomilio che, dopo la laurea in lettere all’Università Federico II di Napoli con un allievo del grande italianista Salvatore Battaglia, Giorgio Fulco, lo aveva introdotto nell’ambiente della cultura partenopea, offrendogli l’occasione di approdare alle pagine culturali del quotidiano “Il Mattino” dove aveva ripreso a collaborare da qualche tempo, offrendo ogni domenica suggestive visioni nella rubrica “Controluce”.

Anche dopo il riconoscimento nazionale ottenuto nel 1998 con il Premio Viareggio (presieduto da Cesare Garboli) per il volume “Cumae”(Marsilio) e il giudizio di un critico del calibro di Giovanni Raboni che elogiò il libro “Carbones” (Garzanti, 2002) come uno dei pochi frutti sostanziosi dell’ultima ricerca poetica, era rimasto attento ascoltatore dell’angoscia umana, ben distante dalle lusinghe della ribalta e dalla corte d’intellettuali addomesticati o narcisisti. Concentrato sulla sostanza delle cose, poco gli importava di chi sorrideva sulle buste di plastica, afferrate a caso e riempite di testi, che trascinava trotterellando per le strade della città dove insegnava Letteratura italiana agli studenti dell’Accademia di Belle arti.

Il latino che aveva imparato a amare e approfondire alla fine degli anni cinquanta nel seminario al Rione Terra di Pozzuoli, il dialetto, l’italiano, in ultimo persino qualche scheggia di francese, inventano un linguaggio delle emozioni dove sequenze dell’infanzia s’intrecciano all’inestinguibile eco del passato e alla violenza del presente. Lasciando un’ ultima commovente prova dal titolo “Superstiti”, pubblicata dalle raffinate edizioni San Marco dei Giustiniani di Genova.

“Dimmi guardingo lungimirante lettore/ conta di più in piena notte abbaiare/ per mettere in fuga i ladri o placare/l’ansia incollato al televisore?”.

Le catastrofi mondiali - ne era convinto - hanno spezzato la catena dell’esistenza e a noi non resta altro che sopravvivere. Condannati alla condizione di uomo cane:

“ Sto accovacciato sulla soglia di casa./Penso a come è stata la turbolenta stagione invernale con i suoi picchi di freddo./Un cupo ronzio di eliche sui tetti./Sempre uguali le notizie./Devastazione a tutto spiano. Aggressioni/ a tutta notte e in piena regola./…. Chi sarà disposto a aiutarmi a resistere?...”.

Per questa raccolta ha ricevuto, solo qualche mese prima che il suo respiro si spegnesse, il Premio Napoli, nella sezione speciale. E sabato 30 aprile (alle 11.00) la fondazione del Premio lo ricorderà al castello di Baia nella rassegna “Che ci faccio qui?” con la proiezione di due filmati consacrati a Cappella e al suo autore.

Madre spesso indifferente con i figli più talentuosi, questa volta Napoli forse può dire: “Caro Michele, ce l’ho fatta ad abbracciarti prima che tu partissi…”.

Donatella Gallone

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Michele Sovente. Foto Agn.


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