Altritaliani
Da oriente a occidente la rivolta giovanile nel mondo.

Vogliamo il futuro!

giovedì 24 marzo 2011 di Nicola Guarino

I giovani e la rivoluzione. In Irlanda, Inghilterra, Francia, Italia, Grecia e poi in Tunisia, Egitto, Algeria, Libia, Yemen ed altri paesi ancora, la rivolta giovanile caratterizza questo inizio di nuovo millennio. La battaglia è sul futuro tra disoccupazione, precarietà e diritto alla vita. Siamo di fronte alla prima guerra intergenerazionale.

I giovani e la rivoluzione. Perché ne parliamo qui ad Altritaliani? In fondo, le rivolte più veementi e anche sanguinose sono avvenute nel Nord Africa. Intanto, perché la questione giovani se è vero che non è un fatto solo italiano è certamente un fatto anche italiano.

Liquidati da oriente ad occidente con gli epiteti più sbrigativi, giudicati sommariamente e “condannati” come black block, bamboccioni, senza ideali, fondamentalisti, immaturi, casseurs, sfigati, sventurati, ecc., proprio i giovani dimostrano in questo inizio millennio, certamente a loro non favorevole, una straordinaria vitalità e tenacia e un senso non comune della realtà. Questi giovani hanno caratteristiche in buona misura diverse dai loro coetanei di altre epoche storiche, anche recenti.

Come premessa va detto che la globalizzazione sta dimostrando che i localismi sono ormai al tramonto, ogni questione difficilmente è riconducibile ad una nazione, o ancor meno ad una regione. In effetti anche in passato ciclicamente ci sono stati momenti di “saturazione” sociale, tali da far esplodere lotte, contestazioni e rivoluzioni in più punti del mondo. Il ’48 fu tale ad esempio, in Francia, ma anche nella divisa Italia e nella divisa Germania. Il ’68 egualmente con l’aggiunta che oltre l’Europa e anche prima dell’Europa il fenomeno si presentò nelle Americhe ed in Europa anche nei paesi allora detti di oltre cortina, come la ex Cecoslovacchia.

La realtà è che nell’era della globalizzazione gli analisti (sociologi, politologi, economisti, ecc.) faticano a capire fenomeni consistenti e complessi come ad esempio il mondo giovanile che sembra, con la crisi della centralità familiare e l’avvento dei villaggi globali e virtuali, un pianeta a parte, lontano dalle generazioni più adulte che, tuttavia, pagano un’inadeguatezza culturale ai tempi. Ne sono prova i recenti accadimenti nel nord Africa e nel golfo persico; dove partendo da bisogni reali, molti giovani si sono autoconvocati via internet attraverso community come Facebook, Twitter, per dare vita ad una rivolta coraggiosa e decisa, conclusasi con le rivoluzioni in Tunisia ed Egitto, una guerra civile in Libia, resa particolarmente sanguinosa dalla resistenza del dittatore Gheddafi e dall’ipocrisia delle potenze mondiali che mostrano i muscoli, parlano a lungo e poi, con ritardo colpevole hanno deciso di reagire.

Orbene, fino ad un minuto prima della rivoluzione, questi giovani erano ignorati dalla comunità internazionale e dall’Europa stessa che si ricordava di loro solo come il periodico fastidio che sbarca ora a Lampedusa, ora in Spagna, mettendo in pericolo la quiete occidentale con la pretesa di ricevere lì lavoro e assistenza. Per il resto questi giovani erano visti come dei fondamentalisti islamici, dei potenziali terroristi, lupi cattivi e orchi delle nuove fiabe quelle che provengono da una cultura televisiva e popolare (nel senso più deleterio) che semplifica fino a banalizzare qualsivoglia fenomeno non sia vissuto e conosciuto. Direi che è assiomatico l’ignoranza genera paura e leggende.

Sorprendentemente si scopre che questi giovani, come si scoprì dopo la caduta del muro di Berlino per quelli dell’Est, non hanno delle vite così diverse dai nostri figli, non hanno gusti così esotici e lontani (amano generi musicali simili, amano il cinema, leggono, amano le discoteche), e soprattutto sono accomunati da un forte legame alla realtà (difficile) della vita quotidiana. A volerla dire tutta, forse erano molto più sognatori i ragazzi degli anni sessanta, quelli che contestavano i genitori e l’imperialismo americano. Questi molto più concretamente sembrano impegnati in una lotta che gli garantisca un futuro, possibilmente migliore, hanno un ansia d’incontrarsi di conoscersi, di mettere insieme i loro problemi.

Ho parlato del Maghreb, ma questa rivolta giovanile è stata preceduta dalle rivolte nelle banlieue parigine, dove giovani, figli di terza generazione d’immigrati, deprivati di una loro identità culturale, privi di prospettive di lavoro e relegati tra mille problemi sociali e familiari in remote e male attrezzate periferie si sono scontrati con la polizia al grido di: “Il mio futuro è oggi”. Poi la rivolta in Iran, gli scontri di piazza in Atene, fino al duro confronto in Italia a Roma, Torino, Bologna, Milano, dove giovani sono scesi in difesa della cultura ma anche della scuola, dell’Università, occupando atenei, monumenti, scontrandosi con le forze dell’ordine avendo simbolicamente degli scudi con sopra scritti i titoli delle più importanti opere letterarie o frasi e formule che evocavano i nomi di celebri luminari delle scienze e delle arti.

In Inghilterra, i giovani si sono scontrati con la polizia in difesa dell’Università contro l’aumento indiscriminato delle tasse che preclude a molti ragazzi di completare i propri corsi di laurea e di avviarsi ad un sereno futuro lavorativo. Ancora, in Irlanda, in Spagna dove i giovani sono (come in Italia) le prime vittime della crisi economica e di un’Europa incapace di politiche comuni e priva di autentici e lungimiranti statisti.

La realtà politica mondiale presenta un quadro governativo assolutamente debole e poco chiaro. Usciti dai blocchi est-ovest, non c’è una capacità di incanalare, nel rispetto delle diverse aspirazioni politiche continentali e nazionali, su un binario di principi e valori comuni il pianeta. Ecco quindi che manca un’idea comune del futuro del mondo al cui interno si realizzano e costruiscono le dialettiche del confronto internazionale. Non si va oltre enunciati di principio a cui non seguono fatti.

Un tempo si diceva pensare globalmente ed agire localmente, questo assunto, che sembra se non altro di buon senso non riesce ad ispirare se non contraddittoriamente le politiche internazionali a cominciare dai paesi di maggiore influenza. Ad esempio, la teoria dell’esportazione della democrazia (che francamente non sembra convincente) ha dimostrato tutta la sua fallacità in Iraq e in Afganistan, dove mancavano i presupposti per sloggiare il dittatore Saddam Hussein oppure per modernizzare una teocrazia come quella afgana, ben più giusto sarebbe stato intervenire prima in Libia, cosa che certamente avrebbe evitato un inutile bagno di sangue di tanti innocenti, cosa che ricorda quello già visto in Ruanda oppure nella ex Yugoslavia.

Anche al cospetto di un dittatore sull’orlo del baratro come Gheddafi, l’ONU, l’Europa e la stessa America del tanto decantato Obama sono sembrati a lungo incapaci di vedere quello che tutto il mondo vedeva, ovvero la necessità e l’utilità per tutti di mettere fine a quella dittatura. Quei giovani che eroicamente combattono senza l’aiuto della comunità internazionale inevitabilmente sarebbero stati sconfitti e certamente sarebbero stati costretti alla fuga e a cercare altrove (leggi Italia, Francia, Spagna) quella libertà che non avrebbero potuto conquistare per mancanza di mezzi e di aiuti, valga ciò per la Germania che si è opposta nell’ONU alla saggia richiesta francese, valga in Italia per la Lega che irresponsabilmente opponendosi a diviso il governo italiano in un a fase così delicata.

Oggi, ogni rivoluzione non può essere autarchica, se non in casi estremi. In Tunisia ed Egitto sono stati i soldati ad aiutare i giovani, nel passato gli stessi patrioti italiani del risorgimento furono aiutati a più riprese ed in diverse occasioni (anche se in modo non sempre coerente) da interventi anche espliciti di potenze straniere come la Francia e l’Inghilterra. La questione giovanile, più volte evocata anche nei decenni passati, sta esplodendo in tutta la sua forza e in tutto il mondo, sono le cifre che lo dicono. Naturalmente, pur con le sue comuni ragioni in questa realtà globale non mancano sfumature e disomogeneità che rendono complesso il fenomeno che ancora non è stato veramente approfondito e capito.

Ci sono dei dati che sono significativi. La disoccupazione giovanile in Europa è al 21%, percentuale altissima, in Italia si è drammaticamente al 30%. In pratica tra i giovani (fino a trent’anni) siamo ad un disoccupato su tre. Le politiche del lavoro in Italia (ma la tendenza si sta diffondendo in tutti i paesi per così dire neocapitalisti) privilegiano pericolosamente, il lavoro precario, che di fatto impedisce ai nostri giovani di programmare il proprio futuro, d’immaginare di progettare una famiglia, di acquistare una casa (cosa che in Italia fino ad oggi è stata una costante, il 71% delle famiglie italiane investono nel mattone e sono proprietarie di case).

Va aggiunto che i giovani non sono favoriti nemmeno sul piano della competitività, sull’istruzione. I tagli alle scuole e all’università, non consentono nemmeno per il futuro di cercare lavoro all’estero ed infine la stessa ricerca è ormai stata abbandonata dall’attuale governo (in pratica non si avranno, per i tagli imposti alle borse di studio, un ricambio generazionale tra i ricercatori). Diversamente che in Francia, Inghilterra e nei paesi del nord Europa, ma anche qui si palesa come manchi una politica europea coerente. Sempre in Italia, l’assenza di politiche famigliari non consente nemmeno di ringiovanire la nostra popolazione, incrementando una crescita demografica, che se si è avuta sensibilmente è solo grazie ai tanto vituperati immigrati, questo conferma il luogo comune che l’Italia non sia un paese per giovani.

Questo squilibrio demografico tra sud e nord del mondo è particolarmente interessante. E peraltro non uniforme secondo le ormai superate convinzioni geopolitiche. Come per esempio ha rilevato Gilles Pison dell’Ined (Institut National des Etudes Démographique), esistono nette differenze tra le crescite demografiche tra l’Africa e l’Asia, la dove in quest’ultima, politiche di planning famigliare e di contraccezione consentono, con la crescita economica fortissima, un notevole miglioramento nelle condizioni di quelle società. Mentre in Africa pur essendovi miglioramenti sotto il profilo sanitario la crescita demografica è smisurata mentre si è in presenza di quadri politici drammaticamente instabili come le ultime vicende dimostrano e non solo nel nord Africa, si pensi alla Costa d’Avorio, al Ciad, al Ghana o al Cameroun solo per citare alcuni esempi (tratto da Le Point del 3 dicembre 2009 n.d.r.). In effetti, appare evidente che l’Asia ormai è in netta competizione con l’America e l’Europa e forse è finanche riduttivo parlare di America, meglio sarebbe dire Americhe se si considera l’enorme sviluppo di paesi come il Brasile, l’Argentina, che hanno oggi percentuali di crescita che da noi farebbero sognare.

Già questo fa capire come sia del tutto fuorviante parlare del sud e del nord del mondo come si tentò di fare all’indomani della fine dei blocchi est-ovest. Oggi c’è da chiedersi cosa sia il sud del mondo e se davvero la ricchezza e il benessere siano sinonimi ad appannaggio esclusivo del nord del mondo. Questa netta maggioranza di giovani nei paesi emergenti ed in un sulfureo continente africano pone il vecchio occidente davanti a scenari che non sono chiari e su cui bisognerebbe da subito lavorare con idee chiare, senza avere paura di assumere decisioni e responsabilità. Una maggioranza di giovani nel mondo che appare inascoltata, come in Italia, cosa che dimostra il ritardo della politica, ma anche della società, nel capire il fenomeno.

Con molta superficialità l’Occidente ha creduto di poter liquidare la questione africana, ad esempio, assegnando ai vari dittatori un ruolo di supporto e complementarietà all’Europa e all’America, non rinunciando ad appoggiare vecchi tiranni e dittatori, perdendo ogni credibilità, agli occhi di tanti giovani che a quell’occidente guardavano, sbagliando, come ad un modello. Il tutto nella vana e antistorica speranza di contenere l’immigrazione e di combattere il fondamentalismo. Senza capire che il fondamentalismo si combatte sul terreno dei valori e dei principi della laicità e che l’immigrazione non può essere combattuta ma governata con saggezza ed equità.

L’occidente ha quindi liquidato con miopia la questione araba alla immigrazione e al fondamentalismo. Certamente, appare ancora non chiaro quale sarà la democrazia araba (sostanzialmente un inedito nello scenario politico mondiale), potrebbe essere diversa dalle democrazie occidentali, probabilmente fragili e bisognose di supporto e sostegno delle più consolidate democrazie, specie europee, non fosse altro che per un motivo di vicinanza geopolitica. Inquieta, la possibilità che gruppi organizzati del fondamentalismo possano cercare di impossessarsi dei successi dei giovani. Tra i resistenti a Gheddafi nelle periferie di Bengasi inquietano le grida di allah u akbar che echeggiano durante la battaglia. L’atteggiamento della politica verso la gioventù che si prepara combattere per il proprio futuro.

In Italia ormai, tutti gli indicatori economici concordano, su un’aspettativa di vita peggiore per i nostri giovani di quella dei propri genitori (è forse la prima volta che ciò accade nella storia del progresso umano). Verso di loro le società occidentali molto più di quelle orientali hanno un atteggiamento che nella migliore delle ipotesi è di compatimento nella peggiore di assoluta incomprensione.

Anche vivere l’amore è tra i giovani diventato difficile. Una recente inchiesta de Le Nouvele Observateur ha parlato del fenomeno dei giovani che vanno negli alberghi alla ricerca d’intimità. Non solo per fare l’amore ma finanche per creare un’ipotesi direi un surrogato della convivenza (uno spazio dove sia pure per qualche ora poter mangiare insieme, riprodurre possibili momenti di convivialità). In alcune Università francesi affianco alle lotte per i diritti degli studenti e per la qualità degli studi s’intensifica la lotta per gli alloggi agli studenti e perché sia possibile avere dei momenti di vita comune, anche sessuale, tra ragazzi e ragazze, tutto questo contro i loro genitori, magari un tempo sessantottini e che predicavano l’amore libero, che oggi trovano sconveniente che ragazzi e ragazze siano soli magari nelle loro camere da letto a sperimentare il proprio amore. Alcune forme d’ipocrisia della politica, evidentemente riproducono ipocrisie che sono insite alla società.

Troppo spesso quando le regole divengono cliché di vita si cristallizzano in forme di perbenismo e d’ipocrisia che acutizzano l’incomprensione e l’incomunicabilità tra le generazioni. Del resto proprio Sarkozy è stato tra i fautori di una pericolosa semplificazione che riduce il giovane ad un irresponsabile spesso maleducato quando non teppista. Una semplificazione che ancora di più tende ad isolare i giovani nel loro mondo. Essere giovani quasi è considerato come una colpa. In Italia paradossalmente, si è giunti a dire che i giovani non vogliono sacrificarsi, che restano troppo a lungo nell’alveo familiare. Anche questo ragionamento è frutto di una ipocrisia profonda del sistema italiano, ormai abituato a perdere di vista qualsivoglia coerenza interpretativa dei fatti. Un’informazione ed una politica che si consumano intorno all’anomalia berlusconiana ha perso totalmente di vista la realtà. L’assenza di crescita economica, da circa venti anni, ha di fatto strangolato ogni possibilità d’investimento sui giovani. Un economia asfittica chiuse tra la difesa delle conquiste fatte da generazioni ormai anziane e i privilegi di caste con l’abbandono di qualsiasi considerazione per il merito, costringono sempre più i giovani (e oggi non solo loro) a ricorrere all’aiuto e al sostegno dei propri parenti. Ciononostante i giovani sembrano risvegliarsi.

Sono formidabili esempi di questo risveglio la lotta degli studenti in difesa delle scuole, dell’università e della ricerca aggredite dalla dissennata politica di tagli operati dal governo sotto l’ipocrita (ancora una volta) dicitura di riforme, poi le tante giovani che hanno partecipato alle imponenti manifestazioni di donne, e non solo, in difesa della dignità e delle conquiste di emancipazione raggiunte specialmente nel secolo scorso. Infine, ma non ultima, la sorprendente presenza giovanile nel recente “C-day”; manifestazioni in tutta Italia in difesa della Costituzione italiana. Forse quest’ultimo caso è l’esempio più emblematico dell’impegno giovanile, scesi in massa nelle piazze, consapevoli di un pericolo che l’attuale disorientamento politico, oggettivamente drammatizzato dal berlusconismo (un’altra sommaria e non esaustiva definizione del tempo), potesse portare un ulteriore e più grave colpo all’unità e all’identità nazionale.

Certamente, come in Tunisia ed in Egitto, l’assenza di una chiara ideologia politica e quindi di partiti capaci di presentare un progetto che sia non solo politico in senso stretto ma anche sul futuro esistenziale delle nuove generazioni, nonché l’assenza finanche di figure carismatiche che potessero guidare la lotta, determina lo sviluppo di movimenti spesso spontanei e non organizzati se non attraverso la rete internet che si sta rivelando l’arma in più, la grande novità nel panorama partecipativo della politica. Anche su questo terreno si evidenzia la faglia generazionale. Una faglia che divide trasversalmente le attuali rappresentanze politiche dalla società e in particolare dalla società dei giovani, che certifica l’assoluta dissonanza tra questi vasi comunicatori (politica e società) una faglia espressione di un periodo storico assolutamente dominato dall’incertezza e dalla mancanza di coraggio, un interludio su i cui esiti futuri c’è ancora molto da capire ed approfondire.

A l’inizio di questo articolo si è segnalato la differenza tra questi giovani e quei giovani che in altri periodi storici hanno caratterizzato i diversi passaggi delle diverse storie delle nazioni. Intanto oggi i giovani possono comunicare ed in modo più consistente di quanto potessero i ribelli rivoluzionari del fine settecento, oppure le poesie garibaldine del nostro risorgimento. In secondo luogo c’è certamente, meno cemento ideologico, ma forse più concretezza nel vedere chi sono i nuovi nemici, a cominciare da quella figura gassosa ed invisibile che oggi è il neocapitalismo, privo di regole, spregiudicato e cinico.

La politica era in passato nelle sue forme più nobili, ma anche nella quotidianità, il buon cemento che univa nelle aspirazioni di cambiamento. Ne sono esempio la resistenza antifascista ma anche l’impegno genuino e forse vano di chi tra gli anni sessanta e settanta sperò di cambiare il corso della storia italiana perpetrando una via che giungesse ad una democrazia più matura. Oggi la politica, in Italia e non solo, i suoi galloni deve riconquistarseli se è vero che tutto l’impegno politico degli ultimi anni ha avuto le sue espressioni più vivaci ed interessanti attraverso lo spontaneismo e l’impegno di chi viveva sulla propria pelle la crisi degenerativa del “sistema”. In Italia chi ha messo in discussione il sistema sono stati principalmente i girotondi o il popolo dei fax (che certo non sono giovani di primo pelo) ma poi appunto il popolo viola e le community d’internet, dove la componente giovanile è davvero significativa e maggioritaria. Si prefigurano scenari di lotta transnazionali, peraltro già verificate in diverse occasioni. Si pensi che sull’onda italiana anche in Francia è nato un popolo viola.

Ha certamente ragione chi osserva che se il XX secolo è stato caratterizzato dalla lotta di classe e dalle lotte per l’emancipazione delle donne, il XXI secolo potrebbe essere il secolo del rinnovamento e delle prime lotte generazionali contro sistemi politici che appaiono sempre più nelle persone, se non negli apparati organizzativi e di pensiero della politica, come delle autentiche gerontocrazie. S’impone quindi l’idea che si è a l’inizio forse di una svolta culturale e rivoluzionaria i cui esiti non sono chiari e che potrebbero risultare anche drammatici.

Del resto lo storico John Keegan ben ricorda come ad un periodo di grande fermento culturale, scientifico e politico a cavallo tra l’ottocento e il novecento seguì un lungo periodo di ristagno economico e politico, che alla fine trovò uno sbocco drammatico e folle quello della prima guerra mondiale, sulla cui necessità ancora oggi la Storia si domanda.

Nicola Guarino


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