Altritaliani

Narrazione visiva italiana. Lorenzo Mattotti : Paura del buio

venerdì 25 marzo 2011 di Thea Romanello-Hillereau

Altritaliani prosegue il suo viaggio nel mondo dell’illustrazione italiana incontrando uno dei più grandi maestri della sua generazione: Lorenzo Mattoti, classe 1954, maestro indiscusso della narrazione visiva. L’artista ha aperto le porte del suo atelier parigino a Théa Romanello-Hillereau.

IL RACCONTO DELL’INFANZIA

Pinocchio (1990) è stato il primo libro per l’infanzia che ho pubblicato e subito dopo ho creato il personaggio del clown Eugenio , che ha vinto il premio di Bratislava (adesso sto lavorando al lungometraggio di Pinocchio , andato in ristampa nel 2008 con Einaudi). Poi ho continuato a disegnare per l’infanzia, ma non mi sono mai specializzato in questo campo, perché il fumetto è uno spazio molto largo che mi ha permesso di toccare tante altre discipline come l’illustrazione, la pittura e di collaborare con altri artisti. In un certo senso, la mia carriera di autore di fumetti è cominciata nel 1984 con Fuochi , che mi ha dato la notorietà all’estero. Poi, sempre negli anni ’80, c’è stata la richiesta di “ Vanity ” della Condé Nast, di fare illustrazioni di moda. Ho cominciato a lavorare in un campo che non conoscevo, ma è andato tutto molto bene. Sono collaboratore del “ New Yorker ” ormai dal 1993 e ho fatto una ventina di copertine per questa rivista. Ed è proprio il “New Yorker” che mi ha ordinato l’ Hänsel e Gretel .

STORIA BREVE DI UN CAPOLAVORO

L’Hänsel e Gretel è stata una strana coincidenza che mi ha permesso di tornare a trattare dei temi per l’infanzia. Non è un libro pensato per i bambini: un viaggio in Patagonia mi ha ispirato un lavoro sulle foreste; ho iniziato a dipingere su tela con l’acrilico e ho realizzato anche dei disegni con l’inchiostro su carta. Stavo facendo questo lavoro, quando il “New Yorker” mi ha chiamato. In realtà, non avevo voglia di occuparmi di illustrazione per bambini, perché volevo essere libero e non sentirmi obbligato a sottostare a delle regole pedagogiche. Ma con l’Hänsel e Gretel ho una relazione particolare, perché è una delle favole che mi facevano più paura da piccolo. Ho un ricordo estremamente forte di queste sensazioni, per cui ho tirato fuori di getto questo mio mondo dell’infanzia. Era un lavoro pronto. Ho realizzato 6 grandi quadri e poi la mostra è andata al Metropolitan Opera di New York nel 2009 e a Indianapolis. Le tele di 1mt70 (in orizzontale) sono state esposte in primavera, a Roma, alla galleria Don Chisciotte. Poi sono andate in mostra alla galleria Tricromia, sempre a Roma, che è la mia galleria storica, e poi gireranno tra Stati Uniti, Parigi, Napoli, Genova e Milano.
Ho avuto voglia di farci un libro. Per fortuna, Gallimard era molto interessato e allora ho realizzato le altre tele. Sono estremamente contento perché è stato accolto in maniera molto forte: sarà tradotto in tedesco, nella lingua della sua patria, ha ottenuto un premio in Italia e la stampa italiana ha dato il giusto valore a questa pubblicazione. Sono soddisfatto perché tutto questo dimostra la forza che può avere l’immagine e che un po’ si rompono i tabù dell’illustrazione pedagogica per bambini. E’ un libro che va contro le convenzioni attuali perché parla della paura, dell’oscurità, del mistero e non si può parlare del mistero e dell’oscurità senza fare paura.

ELOGIO DELLA PAURA

In queste immagini c’è anche l’angoscia delle grandi città in cui i bambini contemporanei si sono persi. Questa nozione mi ha accompagnato durante la realizzazione dell’Hänsel e Gretel. Ogni segno è vissuto, ogni segno può essere un rumore, un’angoscia, e c’è anche l’idea del labirinto, la paura del luogo che non conosci. Il lato interessante di questo tipo di libri «non pensati per i bambini» è che è da lasciare sul divano, perché se i bambini sono attirati, lo guardano, ma se ne hanno paura, lo lasciano perdere. Faccio sempre questo esempio: quando ero bambino, mio padre aveva una biblioteca con tutti i classici illustrati da Gustave Doré - il Don Chisciotte, l’Orlando Furioso, la Divina Commedia. Chiaramente, avevo i miei libri, ma ero terribilmente attratto da quelli di mio padre. Gustave Doré non faceva illustrazione per bambini, ma ero affascinato dal suo stile misterioso e drammatico, e queste letture mi facevano entrare nel mondo degli adulti. Cosa non mostrare ai bambini? La violenza, il sadismo, la volgarità, però, quando c’è il mistero, il fascino e quando le cose sono date con profondità e con cultura, credo che i bambini possano solo arricchirsi. Mi ricordo che quando ero piccolo, uno dei momenti migliori della giornata e il più fecondo per la mia immaginazione era la sera prima di dormire. Qual è la maniera migliore per affrontare la paura se non quella di stare nel proprio letto, nella propria stanzetta, in un posto sicuro e protetto dai genitori? Chiuso nella tua stanza, quando affronti il buio, quando ti immagini draghi che fanno paura, puoi entrare nelle pagine di un libro e poi se hai paura, puoi chiuderlo, metterti sotto le coperte o chiamare tua madre. Per i bambini la paura rappresenta uno stadio di conoscenza, una delle cose che devono affrontare per crescere. Poi dipende: ci sono bambini che ne sono attirati più di altri, certi ne ridono, altri non sono interessati. Ci sono diverse maniere di affrontare la paura, non ci sono regole precise, dipende dai caratteri: avevo un amico che si divertiva a fare degli scherzi al cimitero o nel bosco di notte, mentre io sono sempre stato pauroso. Ci sono bambini che hanno un’immaginazione più ricca e credono a quello che immaginano.

PEUR DU NOIR

E’ un film in bianco e nero, disegnato al carboncino, con episodi di diversi fumettisti sul tema della paura, del buio e dei mostri. Avevo già trattato questa storia in un libro con Kramski, il mio amico sceneggiatore. In effetti, si tratta di ricordi d’infanzia, perché d’estate andavamo sempre a visitare una chiesa, la “Basilica della Madonna delle Grazie”, vicino Mantova. In questa chiesa, tra i vari ex-voto, c’è un coccodrillo impagliato appeso al soffitto. E’ una cosa che mi ha segnato molto perché ci sono varie leggende su questa strana creatura della Pianura Padana, vicino al lago, legate a persone che scompaiono, mangiate dal mostro. Nel film è l’adulto che racconta, partendo dai suoi ricordi d’infanzia. E’ una specie di favola moderna, buzzatiana, in cui la musica e i suoni sono molto importanti.
E’ una mitologia quella della Pianura Padana, piena di storie raccontate dagli adulti ed è per questo che l’oscurità fa parte del mio immaginario. Ma siccome mio padre era militare, abbiamo vissuto in varie città come Ancona, Milano, Como e Udine, ed io ne ho assorbito le diverse caratteristiche: Ancona ai miei tempi era bellissima. E’ una città-promontorio per cui si è circondati dal mare, la luce bianca è fortissima, e ho questa immagine delle grandi petroliere. Credo di aver fatto l’esperienza degli elementi naturali ad Ancona: il mare, il sole, la luce, il vento.
Ho vissuto anche a Como e il lago è molto affascinante; Udine, situata nella Pianura Padana, è una città legata alla cultura del vino e la gente è molto rispettosa e corretta. Ma il mio punto di riferimento rimane Mantova, la città dei miei nonni.

IL MONDO POETICO DI PARTENZA: IL FUMETTO

Poi ho studiato a Venezia e ho vissuto a Milano e Bologna. A Bologna si faceva il fumetto ed è diventato un posto che mi ha influenzato molto. E’ l’epoca di “Valvoline”, un periodo pieno di energia: c’erano lo scambio, les querelles, si parlava tantissimo anche di politica, ma alla fine il politico diventava estetica. Ogni segno voleva dire qualcosa.
Per fortuna, il fumetto era un linguaggio internazionale e ci ha dato la possibilità di viaggiare: in Olanda, Spagna, Argentina c’erano altri come noi, per cui il fumetto era il nostro linguaggio comune. La Francia era la capitale dell’innovazione e sono stati bravi in seguito ad organizzare l’industria del fumetto. In Italia, invece, che era all’avanguardia, tutto è crollato: c’è un vuoto molto grosso, nonostante ci siano dei talenti, non c’è il rapporto con la struttura. Ci sono certi che lavorano bene, altri che sono obbligati a venire in Francia, ad andare in Germania, per lavorare più liberamente. E anche quelli che funzionano in Italia hanno un mercato molto ristretto.

DISEGNARE

Ho cercato di continuare a fare quello che mi piaceva da piccolo: disegnare. Volevo disegnare. Ho frequentato la facoltà di architettura, ma non l’ho finita. Volevo iscrivermi alla scuola di belle arti, ma non mi hanno accettato e forse è stata una fortuna, perché era il periodo dell’arte concettuale e dell’arte povera e, probabilmente, non mi avrebbero insegnato nulla. Io ero uno che amava disegnare e l’arte concettuale mi è molto lontana.
Ho imparato a disegnare guardando quelli che amavo. I disegnatori che mi hanno incanalato sono Renato Calligaro a Udine, che aveva un’idea estremamente concettuale e molto raffinata del fumetto e che mi ha influenzato tantissimo nel pormi i problemi del linguaggio del fumetto e delle sue possibilità; e un incisore toscano espressionista, Enzo Borgini, rimasto ai margini del panorama dell’arte. Lui era per l’arte più estrema e mi ha stimolato parecchio. Breccia è stato un maestro da cui ho imparato molto. Sono influenzato da Piranesi e Kubin. Il mio spazio è costruito dalla luce e, allo stesso tempo, mi piace che chi guarda costruisca l’immagine e, guardando, faccia esercitare la sua immaginazione. Per quanto riguarda l’Hänsel e Gretel, è come se l’occhio entrasse nell’oscurità e pian piano si abituasse al buio, cominciando a vederci meglio. All’inizio, le persone che hanno visto le tele si sono chieste «cos’è questa cosa», ma poi si sono abituate. E’ come se entri in un vero bosco e cominci ad accettare questo mondo fatto di erba e di buio, pensi che ci siano degli animali dietro gli alberi, però poi è tutto tranquillo. E’ anche un esercizio di accettazione.

LA GRAPHIC NOVEL, PRIMA CHE SI CHIAMASSE COSÌ

In realtà, io sono partito dal colore con Fuochi (ristampata da Einaudi nel 2009, NdR), una storia visionaria e metaforica che racconta con l’espressione del colore. E’ come se il fumetto avesse affrontato la nozione di pittoricità. E’ per questo motivo che ha colpito molto all’epoca: allargava le possibilità della narrazione del fumetto. Vivevo a Milano, dove l’astrazione e l’espressionismo erano molto presenti. L’anno scorso ho lavorato con Lou Reed al Corvo, il racconto di Edgar Allan Poe che uscirà per Einaudi. Anche in questo lavoro, ho approfondito una parte oscura, ma il colore è molto presente. E’ con Fuochi che mi viene la voglia del grande formato. Ma sempre su carta: passeranno due, tre anni per arrivare alla tela.

Alla fine dell’incontro, Lorenzo Mattotti mi mostra i suoi carnets, che sono all’origine delle sue opere e vasi comunicanti con il lavoro esposto e pubblicato. Disegna poco davanti al modello e molto in atelier, perché è il lavoro della memoria che conta. Certi disegni mi ricordano Bonnard per l’utilizzo del colore, Bacon, che ama molto, per l’espressione disperata dei volti e Munch per la vertiginosità delle linee, che mirano a dare la percezione dello spazio e il movimento dell’occhio. Insomma, il disegno gli permette di uscire dalla bidimensionalità della fotografia, per restituire quel dinamismo insito nello sguardo e creare quelli che lui chiama “spartiti grafici”. I paesaggi come spartiti.

Théa Romanello-Hillereau

Extrait de DROME magazine D18’ 2011
http://www.dromemagazine.com/


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