Altritaliani
La tradizione si conserva nell’uccisione del sacro animale

Il sacrificio del porco: un rituale di sangue, morte e vita

Vedi il reportage fotografico di Flavio Brunetti nel portfolio
mercoledì 2 gennaio 2013 di Flavio Brunetti

Nella povera economia dell’Italia rurale, soprattutto quella meridionale, il rito dell’uccisione del maiale, come garanzia di sopravvivenza e di nutrimento, ha sempre avuto una parte fondamentale, nelle vicende quotidiane delle famiglie contadine, più del compleanno del figlio più piccolo o di quello del padre.

Agli inizi dell’Ottocento (1808), Gioacchino Murat, nominato Re di Napoli dal cognato Napoleone, trovò di fronte a lui un regno di miseria e di fame. E, poiché il suo sogno era quello di avere un vero regno florido e indipendente dal potere centrale di Parigi, dove lui potesse essere un vero re e non solo un emissario dell’Imperatore, organizzò un’inchiesta davvero moderna e rivoluzionaria per quei tempi, allo scopo di accertare quali fossero le reali condizioni economiche dell’Italia Meridionale e individuare, così, le iniziative da intraprendere per fare del suo reame un paese nuovo e prospero. Da quella inchiesta venne fuori un quadro davvero sconcertante. Ecco, ad esempio, cosa rispondevano i redattori statistici alle missive degli Intendenti:

“I campagnoli e gli indigenti si cibano in quasi tutte le stagioni di minestre verdi, di legumi verdi e secchi e di frutti similmente verdi e secchi… Nell’inverno fanno uso di frumentone, ossia di grano d’india macinato e ridotto a focaccia condito con poco sale. In tutto il restante dell’anno si mangia pane di frumento. Le carni vaccine si vendono per qualche accidente, cioè quando siffatti animali fossero addentati dai lupi o per causa di frattura di ossa…”
“Le abitazioni del basso popolo sono basse, anguste di forma quadrata… quasi tutte mantenute con poca nettezza e decenza per il domicilio che si fa con i polli ed altri animali… non apparisce palmo di strada che non sia lezzoso, immondo e mal lastricato. Non mancano letamai vicino e dentro l’abitato, né acque stagnanti, né cadaveri mal sepolti di bestie.”
“Di rado, in tempo di primavera e d’estate consumano carni di agnelli e montoni, nell’ autunno quelle di capra e nell’inverno di porco.”
“La plebe ha la male usanza di mantenere animali negli stessi abituri per cui non si trova la conveniente decenza.”

Ed è in questo contesto sociale di fame e miseria che nasce il rito del porco.

Il porco, con il lento crescere del benessere sociale, diviene un essere integrato nella famiglia, quella esistenza che respira, grugnisce, si muove, insieme ai bambini, alle donne, agli uomini in ogni momento del giorno e che, ugualmente alle braccia stressate del padre, che scavano annaspando nella dura terra per raccogliere un po’ di cibo, è sicurezza di vita. È sopravvivenza, è garanzia per il sostentamento invernale.
Il porco, per secoli, ha vissuto insieme a tutta la famiglia anche sotto il tavolo della cucina dove era più facile gettargli in pasto i rimasugli.

E ancora oggi il porco per tutto l’anno è amato ed è curato. Ma, all’arrivo del freddo invernale, viene sacrificato in nome del bene. E quel giorno, proprio in onore del suo sacrificio, è gran festa.
La festa con cui ringraziare le famiglie vicine accorse per aiutare a compiere quel durissimo rito di sangue, di morte e di vita. La festa per l’augurio che le carni dell’amato porco ammazzato secchino bene, non si guastino e diano vita.

Flavio Brunetti

PORTFOLIO : LA VENDETTA DEL PORCO
Foto del reportage ©Flavio Brunetti

"Il mio reportage sul sacrificio del porco ha oramai oltre trent’anni. Quasi tutte le persone che parteciparono a quel sacrificio sono oramai scomparse. Potremmo chiamarlo “La vendetta del porco” !
Ma nel rito fotografato si legge il rapporto umano con l’animale da sacrificare:

Dall’uscita dalla piccola stalla (il maiale sente, sa, che deve andare a morire e si rifiuta), alla pesata a braccia, dalla raccolta del sangue nel bacile per il "sanguinaccio" (una crema di sangue e cioccolata), alla stretta collettiva sul tavolaccio del sacrificando perché non fugga via, dalla depilazione con l’acqua bollente allo squartamento della povera bestia tradita, tutto, in questo servizio, sa di famiglia e di cura.

Oggi i maiali si sollevano appesi ad una ruspa braccati con una fune che li lega ad un piede di una gamba di dietro e si scannano. Può bastare anche una sola persona per finire l’operazione, che di sacrificio e di amore per la bestia della famiglia ha perso il sapore."
F.B.


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