Altritaliani

Mario Monicelli esce di scena

Con l’aggiunta di una testimonianza di Massimo Rosin, Cinit Visconti - Venezia
martedì 30 novembre 2010 di Armando Lostaglio

E’ uscito di scena in maniera brusca, impetuosa, come un vento turbinoso che scende dall’alto. Mario Monicelli non ha retto all’urto della malattia. Come in una tragedia greca, ha preferito sfidare la morte, prima che arrivasse. E affrontarla come il suo Brancaleone da Norcia, quel buffo combattente della vita come in Cervantes. Ci ha educato al senso leggero della morte, Mario, ci ha fatto sorridere dietro al feretro dell’amico scomparso con Tognazzi ed Adolfo Celi, in quel capolavoro di “Amici miei” che Pietro Germi gli lasciò in eredità prima che morisse. Ridere della morte e piangere della vita, come nel “Borghese piccolo piccolo”.

Grazie, Mario, per i film che “hai donato all’umanità”. Questa gratitudine gliela avevamo confidata in un paio di occasioni al Lido, durante la mostra del cinema. E lui, quasi incredulo, ce lo lasciava esprimere, ma “senza esagerare”. Aveva una statura esile, canuto e smagrito negli ultimi anni. Per il suo ultimo film “La rosa del deserto” (del 2006), lo avevamo invitato a Rionero per la presentazione. Ma purtroppo aveva affrontato due lunghi viaggi, in quel periodo: uno a Teheran ed uno in Sudamerica. Non si poteva abusare del suo vigore. Quando qualcuno lo comparava ad un altro longevo maestro, il portoghese Manoel De Oliveira (ha oggi 103 anni e continua a fare film), Monicelli si arrabbiava: gli dava fastidio parlare di persistenza e di paragoni. Parlava amabilmente della vita, anche se filtrava in lui una adolescente malinconia. Un ragazzo con l’esperienza di un novantenne. Questa la sua vita, questi i suoi film, questa la sua e nostra ricchezza.

Mario Monicelli era nato a Viareggio il 16 maggio 1915, come regista e sceneggiatore è stato uno dei massimi esponenti della cosiddetta commedia all’italiana, quella che ancora oggi fa scuola in mezzo mondo. Con lui, Dino Risi e Luigi Comencini, e tutta una schiera di maestri che hanno attraversato l’universo dei sentimenti con leggerezza.
Monicelli muove i primi passi nel mondo del cinema assieme a Alberto Mondadori, con cui dirige nel 1934 il cortometraggio “Cuore rivelatore”, a cui fa seguito, sempre nello stesso anno, un mediometraggio muto, “I ragazzi della via Pàal”, presentato e premiato alla Mostra di Venezia. Sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, Monicelli dirige nel 1937 il suo primo lungometraggio, insieme ad alcuni amici, dal titolo “Pioggia d’estate”, con l’attore Ermete Zacconi ripreso nella sua villa di Viareggio. Il suo esordio ufficiale alla regia avviene in coppia con Steno, con una serie di film che i due registi realizzano su misura per Totò, tra i quali spicca il celebre “Guardie e ladri” (1951).

Monicelli ha firmato alcuni capolavori del dopoguerra, collaborando con tutti i più importanti attori italiani, da Alberto Sordi, Totò, Aldo Fabrizi, Vittorio De Sica, Sophia Loren, Amedeo Nazzari, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Silvana Mangano, Renato Salvatori, Adolfo Celi, a Walter Chiari, Elsa Martinelli, Anna Magnani, Nino Manfredi, Paolo Villaggio, Monica Vitti, Enrico Montesano, Gigi Proietti, Gastone Moschin, Giancarlo Giannini, Philippe Noiret, Giuliano Gemma, Stefania Sandrelli, Ornella Muti, Ivo Garrani e Gian Maria Volontè.

“I soliti ignoti”, del 1958, è considerato il primo vero film della commedia all’italiana. L’anno successivo, Monicelli gira quello che la critica mondiale considera il suo capolavoro, “La grande guerra”, Leone d’Oro alla Mostra del cinema di Venezia del 1959 e sua prima nomination all’Oscar. La seconda nomination all’Oscar arriverà nel 1963 con “I compagni”. Celebri anche “L’armata Brancaleone” (1966) e “Brancaleone alle crociate”, da non dimenticare poi “Il Marchese del Grillo”, “La ragazza con la pistola” (terza nomination all’Oscar, film del 1968, con una immensa Monica Vitti), “Romanzo popolare” (1974) e i primi due capitoli della trilogia di “Amici miei” (1975), ’Un borghese piccolo piccolo’ (1977), ’Speriamo che sia femmina’ (1986) e ’Parenti serpenti’ (1992).

Sono pochi i film che hanno segnato la nostra vita fin dall’adolescenza: fra Bergman e Fellini vi è “La grande guerra”, ritratto più integro e leale dell’italiano non ci sarà.

Al maestro Monicelli, questi versi di “Congedo” di Albino Pierro:

Domani,
questo affannarmi a scrivere,
diventerà per gli altri forse il mare,
e ognuno avrà una vela e un dolce vento
per navigare.
Io certo sarò nel fondo
come un’antica nave,
e avrò la gioia dei padri
sereni e sigillati da un silenzio
che può ancora guidare.

Armando Lostaglio
Critico cinematografico e direttore del
Cineclub De Sica Cinit – Rionero in Vulture

***

Monicelli è morto, Viva Mario!

Così sè nè andato anche lui, con un suicidio che, se ci fa ribrezzo l’idea del suo corpo sfracellato al suolo, non ci deve spostare dall’idea che ad andarsene via è stata la sua volontà di staccarsi da un mondo che gli era diventato insopportabile, vista la decadenza in cui era piombata la nostra società, in cui non si riconosceva più.
L’ho sentito l’ultima volta a “Rai per una notte”, dove il suo intervento mi era sembrato l’unica voce degna di essere ricordata, dove esortava i giovani a riprendersi in mano la propria vita, a ribellarsi contro questo sistema che premia l’imbecillità.
Questa mattina subito ho pensato a quando, quella sera di tre anni, l’abbiamo visto uscire dall’Excelsioir col suo panama rabberciato in testa. Due ragazzi (erano di Bologna?) ci hanno fatto la foto che purtroppo non ho mai visto e che mi piacerebbe avere.
Ha fatto divertire generazioni di italiani, dandoci un’idea precisa di come eravamo e di come siamo. I suoi film, al pari di alcuni libri di scrittori importanti, hanno messo in rilievo pregi e difetti dell’Italia post fascista, (anche se i suoi esordi sono del 1935 con “I ragazzi della Via Paal”), tanto che valgono di più certe sue immagini (penso a “La grande guerra”), per definire cosa sia stata quel conflitto, che non i migliaia di libri scritti.
Ha preferito morire così, piuttosto che vedersi rimbecillito in una sedia a rotella, con la mente confusa, incapace di badare a se stesso.
Grazie Mario. Chi ti ha amato ti ricorderà sempre.

Massimo Rosin
Critico cinematografico
Cinit Visconti - Venezia


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