Altritaliani
Il suicidio di Mario Monicelli, il padre della commedia all’Italiana

Monicelli il dissacratore

martedì 30 novembre 2010 di Nicola Guarino

Ieri si è suicidato a 95 anni Mario Monicelli lanciandosi dal quinto piano di una clinica di Roma dove era ricoverato per un tumore. Muore l’autore di “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “L’armata Brancaleone” e di tanti film che sono la Storia del nostro cinema e non solo.

Dissacratore è colui che toglie il sacro, che sconsacra i tanti riti religiosi e non della nostra vita. Monicelli era cosi. Un dissacratore.

Ricordo che quando l’ho conosciuto gli diedi come, mi parve normale, del maestro e lui mi disse subito che se volevamo continuare a discutere bisognava togliere il “maestro” e chiamarlo più semplicemente Mario. Quel “maestro” gli sembrava un elemento sacro, retorico, improprio ad una persona come lui.
Anche la morte che per laici e religiosi ha una ritualità sacra, lui la dissacrò in tanti sui film, non perché non desse valore alla morte o alla vita, ma perché tolti tutti quei riti dal vago sapore eroico, la morte ridava umanità a persone che vivono condizioni spesso disumane. Così nella “Grande guerra” o in “Brancaleone alle crociate” dove ci sono capitoli dedicati alla morte. Una morte, sembra paradossale dirlo, vissuta come un capitolo “alto” di una intera storia che si chiama vita.
Un dissacratore del resto è uno che spogliando della sacralità le cose della vita le rende veramente e intimamente sacre ma in un senso laico intimo appunto, soggettivo.

Anche nella vita quotidiana, nelle interviste, non rinunciava mai a stupirci con le sue semplici verità. Come quando sostenne che la moglie (molto più giovane di lui) se non l’avesse “tradito” sarebbe stata pazza. La moglie che l’ha amato sempre. Ricordo che mentre lui era impegnato a girare il suo ultimo film (le rose del deserto) si faceva carico di tutte le telefonate, comprese le mie, sempre attenta e premurosa verso il suo grande, vecchio, caro, marito.

Ancora dissacrante quando disse, spiazzando tutti, che bisognava finirla con dare valore inestimabile a qualsivoglia pietra, fosse antica, considerando archeologia da conservare anche spezzoni di mattoni che non avevano alcun valore e significato.
Togliere il sacro, come dicevamo.
Era sempre più caustico ed esplicito nei confronti dei vizi e dei pregi dei nostri italiani, ricordando tra questi che gli italiani per scarso senso di responsabilità, sono tentati da farsi governare da presunti uomini “forti” a cui delegano il loro futuro, per poi spodestarli, rovesciarli per iniziare un ciclo nuovo. Qualcosa che ci sembra oggi di grande attualità.

Finanche la sua morte ha del dissacrante.
Lui vivo e vitale anche a 95 anni, attivo e che ricordava che la cosa che gli faceva rabbia era che quando fosse morto i suoi amici avrebbero continuato ad uscire e andare, senza di lui, a bere e a divertirsi.
Lui che considerava la morte un capitolo, l’ultimo della vita, ma comunque un capitolo, non poteva accettare di farsi consumare da un tumore, d’iniziare a dover dipendere dagli altri (era fiero della sua indipendenza), a vedersi sempre più deperire e finire.

Dovendo morire doveva essere lui a decidere quando e come.
Quindi nessun biglietto, nessuna memoria, nessuna raccomandazione o proclama. La morte non è sacra, è dissacrante, è intima, e appartiene solo a te. Peraltro certamente avrà pensato che fare un biglietto sarebbe stato come dirsi “maestro”, una cosa inutile, un orpello cerimonioso che nulla aveva a che vedere con la sua pratica di vita.
Il perché e il percome è tutto nel gesto, compiere un atto difficile anche fisicamente per la sua età, scavalcare una finestra e volare nel vuoto.

Magari a quest’ora con De Sica, Rossellini, Comencini e tanti altri che sono la nostra cultura cinematografica, la nostra cultura, quella dimenticata dai nostri governanti, starà bevendo e divertendosi senza invidiare nessuno.

Nicola Guarino

I soliti ignoti I soliti ignoti


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