Altritaliani
Ricordiamo con queste testimonianze il tragico terremoto del 23 novembre 1980

23 Novembre 1980 ore 19,34

martedì 23 novembre 2010 di Armando Lostaglio, Violetta Luongo

Il dovere di ricordare eventi che ancora segnano il futuro del sud Italia e della Campania in particolare. Un dovere verso chi nell’epoca del “berlusconismo” ha perso la memoria e verso coloro che quegli anni li hanno vissuti solo per sentito dire e forse neanche quello.
Il terremoto dell’Irpinia arrecò quasi tremila morti, rese evidente il senso di una questione meridionale irrisolta per un sud che stretto da mille quotidiane emergenze cerca ancora di capire come festeggiare l’Unità d’Italia.

Vedi anche: Il giorno assassino, un articolo di Flavio Brunetti.

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DOPO TRENTA ANNI NESSUNO HA PAGATO PER IL CROLLO DELLA "TORRE DELLA MORTE"
Di Violetta Luongo (Pozzuoli - Campania)

Trenta anni fa il numero 86 di via Stadera (nella zona di Poggioreale, Napoli) crollava come un castello di carte, nove piani di un palazzo costruito nel 1952. La “Torre della morte”: si portò con sé 53 persone presenti nell’edificio, uccise dal terremoto del 1980. Maria Dinardo aveva 33 anni quando perse la madre Cristina Pedran di 66 e il padre Michele Dinardo di 68 anni in quel fatidico 23 novembre. «Stavamo a San Giorgio quando abbiamo avvertito la scossa – racconta Dinardo – in principio pensavamo fosse il Vesuvio, ci rifugiammo a Ponticelli e lì dalla televisione seppi del palazzo abitato dai miei genitori in via Stadera».


Cosa trovò quando arrivò sul posto?
«Fu terribile l’attesa di sapere cosa era successo fino a quando non vidi l’edificio completamente sbriciolato. Iniziò la ricerca dei sopravvissuti, molti dicevano di aver visto le persone in altri luoghi, ognuno di noi vedendo le ambulanze aveva la speranza che trasportassero un proprio parente. Ma non fu così, morirono tutti».
Chi era in casa in quel momento?
«Mio padre era un abitudinario: rientrava a casa alle 20, quella sera fu visto alle 19,20, alcuni amici volevano offrirgli un caffè al bar, ma lui, essendo domenica, preferì rincasare per stare con la moglie. Dopo un quarto d’ora ci fu la scossa. L’ultimo gesto di mia madre era stato di telefonare a una zia per farle gli auguri nel giorno di San Clemente, ebbe giusto il tempo di posare la cornetta».
Ricorda un caso particolare di quel giorno?
«Le vittime dovevano essere molte di più, quel giorno c’era un battesimo nel palazzo, gli invitati erano numerosi e il prete li ospitò in una sala della sacrestia. Si salvarono per una pura casualità».
Quando ha visto sua madre per l’ultima volta?
«Il giorno prima, il 22 novembre, le avevo portato la spesa e la volevo a pranzo da me. Lei non potette venire. Quando me ne andai risalii le scale per abbracciarla e baciarla di nuovo. Non sapendo che sarebbe stata l’ultima volta».
Quando furono ritrovati i suoi genitori?
«La casa era al primo piano. I miei genitori furono ritrovati il giovedì successivo, per ultimi».
Cosa riusciste a recuperare?
«Solo un album di fotografie. Del resto non si seppe più nulla. Nel campo sportivo di Poggioreale, chiamato “macello”, fu deciso di raccogliere tutti gli oggetti recuperati tra le macerie. Ciascuno fece un inventario degli oggetti perduti. Mio padre amava e collezionava bronzi non di valore economico ma per noi affettivo, avrei potuto recuperare in quelle cose un po’ dell’essenza dei miei scomparsi genitori. Gli oggetti furono trovarti e portati al “macello” ma nessuno potette vedere nulla. Mio fratello Vittorio scrisse una lettera a Sandro Pertini, presidente della Repubblica di allora e al Banco di Napoli, custode di questi oggetti e dei contanti del valore di 18 milioni di lire. A oggi ancora non si è saputo nulla».
Quanti palazzi di via Stadera furono colpiti dal sisma?
«Tre grattacieli nuovi a via Stadera. Solo uno crollò».
Quali furono le cause del crollo? «Le inchieste successive dimostrarono che il palazzo era stato costruito con cemento di scarsa qualità. Furono trovati nella muratura trucioli di legno e carta, e addirittura immondizia nelle travature. I feri dei pilastri che dovevano essere chiusi furono trovati aperti. Questo il materiale usato per un palazzo alto 44 metri. Ci fu poi un’altra scioccante scoperta: il basamento che reggeva l’intero grattacielo era profondo solo 5 metri».
Ci fu un processo?
«Il processo non si fece subito, per cui si temeva la prescrizione perché era passato troppo tempo. Mio fratello Vittorio costituì il Comitato per le famiglie delle vittime, fecero marce silenziose e raccolte di firme. Poi nel 1985 incominciò il processo che durò dieci anni».
Chi fu accusato?
«Carlo Angelino, costruttore del palazzo, Mario Cigliano, direttore ai lavori, Mario Ciarnelli e Giovanni Sacchi assistenti ai lavori. L’accusa era di omicidio colposo plurimo». La condanna arrivò, ma nessuno andò in carcere, alcuni morirono prima, altri ebbero gli arresti domiciliari».
Le famiglie sono state rimborsate?
«Dieci anni fa i parenti delle vittime sono state risarciti. Il palazzo fu ricostruito diciannove mesi dopo il terremoto, ci dettero una casa all’ultimo piano».

Oggi, i tre palazzi gemelli visti dall’alto

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QUEL TRAGICO 23 NOVEMBRE, A TORINO
Di Armando Lostaglio (Rionero - Lucania)

Il primo impiego di due ventiquattrenni, sempre insieme, io e Luciana: la città è Torino, il calendario porta 23 novembre 1980, è domenica. La libertà di poter utilizzare il tempo libero col proprio stipendio è da alcuni mesi una gioia incommensurabile. La domenica, quella domenica, si arricchisce della messa (nella parrocchia di Don Ermis); il pomeriggio la partita allo stadio Comunale, quello dei miti infantili Sivori e De Paoli, fino a Bettega, Rossi, Tardelli e Scirea. Il pomeriggio si conclude con un film: “Pane e cioccolata” di Franco Brusati, (una storia di emigrazione) con Nino Manfredi, in una saletta da quelle parti. Alle 19 e 15, all’uscita dal cinema, la prima cabina telefonica per salutare (come di consueto) i genitori lontani: a Rionero e in Irpinia (la mia ragazza). “Tutto a posto” è l’ordinaria parola di saluto. Tutto a posto per nulla: pochi minuti dopo, l’inferno, le 19 e 34. Quel vasto lembo di sud è sconvolto dall’evento sismico fra i più tragici del secolo, proprio fra la Lucania e l’Irpinia, le nostre terre. Lingue di fiamme dalla sommità del Vulture (giurano gli amici) si sono sprigionate in un cielo tinto di rosso.

La mattina seguente, il mio abituale giornale radio delle 7 parla di un “tragico evento sismico” con epicentro a Sant’Angelo dei Lombardi. Sconvolta anche Balvano, dove la chiesa ha seppellito tanti bambini. Notizie frammentarie rese ancor più gravi dalle testimonianze in diretta radiofonica di donne in lacrime. Balvano, il paesino che pochi anni prima avevo visitato per lavoro. Stentavo a crederci. Per la prima volta tocco con mano la tragedia immane di un luogo a me vicino. Intanto, il telefono di casa (a Rionero) non da segni di vita. Si pensa subito di partire, ma passeranno due giorni prima di prendere quel treno affollato. Intanto arrivano notizie rassicuranti: “stanno tutti bene” si fa per dire, solo tanta paura.

Giunti a Foggia, la fredda mattina del 26, ci si incontra con tanti altri “meridionali” del nord diretti verso Potenza e in Irpinia, con la linea Rocchetta-Avellino. Una signora non ha nessuna notizia di genitori e fratelli. E’ di Cairano Irpino, lo stesso paese del mio parrucchiere torinese. Momenti di angoscia, e finalmente la stazione di Rionero: all’arrivo mie due sorelle infreddolite e pallide, e un cugino che mi stringe in un lungo abbraccio. E’in lacrime. Il piazzale della stazione è a soqquadro, le case diroccate, una scena grigia come non mai. Devo portare via gli anziani genitori, li porterò a Torino, chissà che si abituino e possano restare a lungo. No, solo 101 giorni (la conta è di mio padre), bisogna ritornare e rimettere insieme quelle quattro pietre. Con esse, una famiglia da rinsaldare.

— -

Quel 23 novembre era domenica

Polvere come nebbia

Fumo come dolore

Paura confusa di abbracci.

Quel 23 novembre era domenica.

E’ la storia di una terra: uomini

impauriti e senza speranza.

Il tremore emana detriti: terra e casa

come briciole da raccogliere.

Pure la rondine, che ritorna a primavera,

non troverà il suo nido.

(Armando Lostaglio – Basilicata)


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