Altritaliani
Finisce il “berlusconismo”. Forse siamo davvero alla nascita della seconda repubblica.

Deprofundis

mercoledì 10 novembre 2010 di Nicola Guarino

Con Fini a destra, Renzi ed altri a sinistra, ritorna la politica. L’era di Berlusconi può dirsi conclusa. Siamo probabilmente al suo de profundis. Quali sono i scenari possibili che ci attendono? ora che, tramontata l’antipolitica, si ritorna a parlare di democrazia compiuta.

La democrazia italiana è figlia di due anomalie.

La prima nel dopoguerra dettata dalla politica dei blocchi e da confronto asfittico tra comunisti e anticomunisti. La seconda più recente, quando conclusa la prima repubblica ci si divise in berlusconiani e antiberlusconiani.

Ora queste anomalie sono state eliminate. Il comunismo ha fallito e Berlusconi sta uscendo, crediamo definitivamente, anche per motivi d’età, dalla scena politica.

Forse non ce ne rendiamo conto ma storicamente si sta vivendo un periodo importante per il nostro paese. Un periodo sulla cui valutazione immaginiamo gli storici si divideranno e appassioneranno. La fine politica di Berlusconi e del sistema dell’antipolitica, contraddistinto da una cultura appunto “berlusconista” da “berlusconismo”, neologismo che ha caratterizzato questi ultimi venti anni, anni in cui si è assistito ad involuzione della nostra società, portatrice di una cultura che, in ogni caso, ha segnato finanche nel linguaggio il nostro paese, è nei fatti. Forse è solo questione di mesi se non settimane o giorni, poi calerà finalmente il sipario su una transizione politica durata circa due decenni. Non sono stati i comunisti (spesso evocati maldestramente dal cavaliere) a sancirne la fine, non sono state, ad onor del vero, nemmeno le opposizioni a disarcionarlo, l’impressione è che ha dare il colpo fatale sia stato Fini e i suoi futuristi (quelli del neonato partito di Futuro e Libertà).

Le rovine del Domus dei gladiatori a Pompei

Personalmente credo che pur riconoscendo i dovuti meriti a questa destra moderna ed europeista, la fine di Berlusconi e del “berlusconismo” sia attribuibile a quello stesso sistema coltivato dal leader del Popolo della Libertà in questi anni; fautore di un’idea populista ed individualista che è andato a cozzare contro una crisi economica senza pari e con un bisogno viceversa di politica e di recupero dei valori necessari alla coesione di una società. In primo luogo la legalità e la solidarietà di cui hanno bisogno un mondo già lacerato da fattori contingenti, nonché da un governo che da un anno non conclude nulla, pur avendo la più grande maggioranza che la storia repubblicana di questo paese ricordi.

Un governo che ha diviso i sindacati e non solo ma che ha contribuito a dividere gli stessi lavoratori tra precari e garantiti, tra pubblico impiego e impresa privata, depresso il mondo imprenditoriale, che ha favorito un sistema di privilegi e d’illegalità a vantaggio in primo luogo proprio della classe politica, e poi di lobby mescolando affari privati e spesso illeciti (si pensi allo scudo fiscale) con l’interesse nazionale. Un governo che con molta ipocrisia si è fatta sovente paladina di principi cattolici per accattivarsi le simpatie della Chiesa mal coniugando però questi principi con quelli del necessario alleato Lega Nord che su temi come l’immigrazione certo non pratica la tesi dell’accoglienza cara al Vaticano.

E non solo, ad un moralismo di facciata si sono opposti comportamenti assolutamente libertini a volte abusivi, come si riscontra dai passatempi e dalle pratiche non solo del leader ma anche di esponente del suo entourage. Un governo che ha indotto i cittadini alla rassegnazione e al disorientamento, fino ad arrivare a sostenere che i mafiosi erano eroi o che era giusto evadere le tasse fino ad arrivare a veri momenti d’ilarità, come quando il ministro alla cultura Bondi, di fronte al vergognoso sbriciolarsi della “Domus dei gladiatori” a Pompei, piuttosto che rassegnare le dimissioni, sottolineando lo scarso impegno del governo per la cultura e la difesa del nostro patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico, si limitava a dire che il fabbricato era vecchio e che quindi naturalmente era crollato.

L’ala più politica della destra ha trovato, dopo mesi di sofferenza, la forza di uscire da questo cieco empasse imposto dal “berlusconismo” e contraddicendo il sistema di “disvalori” che ne è alla base, sì è proposto in modo dinamico come una forza che non vuole essere meramente conservatrice ma piuttosto impegnata a recuperare e rinnovare quella tradizione liberista ed europea ormai smarrita da oltre mezzo secolo.

Fini e i suoi (Bocchino, Della Vedova. Moroni, Granato ed altri) si fanno fautori di una ideologia che nel recuperare il senso dell’unità nazionale (da qui la diffidenza verso l’alleato di governo Lega Nord), propugnano argomenti e tesi che vanno a pescare finanche nelle simpatie del campo opposto, la sinistra o l’opposizione, col rischi di esautorarla dal suo ruolo di opposizione, non solo nelle forme ma finanche in un’ipotesi di progetto alternativo. Esempi sono l’integrazione degli immigrati, il conferire loro il diritto al voto, il contrasto all’alleanza con Gheddafi, l’apertura alle coppie di fatto (immaginiamo anche gay), la ricerca scientifica e quella embrionale (con buona pace della Chiesa), la difesa dei diritti umani, eccetera, eccetera.

La fine del “berlusconismo” scuote il quadro politico, quel quadro politico che messo in movimento nel 1992 dalla “rivoluzione dei magistrati” atto conclusivo con tangentopoli della prima repubblica, venne subito paralizzato proprio dalla discesa in campo del Cavaliere. La società forse, orfano da troppo poco tempo dalla politica dei blocchi (comunismo – anticomunismo), dalla caduta del muro di Berlino, dalla fine di quelle ideologie logorate da anni di piombo e di corruzione, non era ancora pronta ad essere una democrazia moderna e di effettiva alternanza. In realtà, se si tolgono brevissime e sostanzialmente infelici parentesi, Berlusconi ha, direttamente o indirettamente (grazie al suo preponderante ruolo economico, politico, imprenditoriale e di comunicazione), “regnato” per sedici anni. Tenendo inchiodato il paese alle sue problematiche giudiziarie ed affaristiche, determinando in Italia, una situazione di stallo non solo economico ma direi sociale ed anche culturale.

Un paese che di giorno in giorno si è scoperto vecchio (come direbbe il nostro Emidio Diodato: Questo non è un paese per giovani), privato di autorevolezza internazionale, sfinito dalla precarietà e dalle paure insinuate proprio dal “berlusconismo” e dalla Lega a cominciare verso i diversi, gli immigrati, incapace di valorizzare proprio i giovani e dove il merito e la capacità erano frustrate da un sistema di clientele che privilegiava gli incapaci e mediocri piuttosto che gli innovatori e i capaci. Un sistema che non ha guardato più al paese reale ma ad un paese mediatico, ad una fiabesca ed illusoria società di belli e perfetti che non corrispondeva per niente al vecchiume della tragica deriva in cui eravamo stati trascinati.

A pensarci bene questa fase nuovo che potrebbe a breve aprirsi (il condizionale con Berlusconi è sempre d’obbligo) costituisce per l’Italia la prima vera occasione per costruire una democrazia compiuta. Liberata dagli ideologismi dell’immediato dopoguerra che portarono ad un paese governato per circa cinquant’anni dalla Democrazia Cristiana e dai post-ideologismi tipici del “berlusconismo”. Dopo una contesa tra comunisti ed anticomunisti e la successiva tra “berlusconiani” ed “antiberlusconiani”, la fine politica del cavaliere di Arcore potrebbe liberare da questi lacci politici l’Italia e determinare una fase nuova molto più matura, partecipata e stimolante.

Ora il quadro politico torna ad essere in movimento e se non ci saranno altre sciagurate discese in campo, potremo iniziare a respirare e a camminare.

Mentre in Umbria Fini e i suoi scaldavano la platea con discorsi inequivocabili (ampiamente censurati dall’informazione televisiva n.d.r.) a Firenze Matteo Renzi, giovane sindaco della città di Dante, con tanti altri giovani del PD, tra cui Deborah Serracchiani, procedeva in quell’opera, che in modo irriverente è stata chiamata rottamazione della vecchia nomenclatura del partito.

I rottamatori hanno sancito senza termini una dura e forse definitiva “condanna” della leadership dei democratici, parlando di fatti e di soluzioni per quei fatti, piuttosto che soffermarsi come i loro fratelli maggiori su posizionamenti ed alchimie che lasciano del tutto indifferenti la gran parte della società italiana.

A questi, nella categoria innovatori, vanno aggiunti il non verdissimo (d’età politica) Vendola che con il recente congresso di Sinistra Ecologià e Libertà, a mandato segnali forti per un rinnovamento dei valori oltre che dei contenuti della politica per non dire del più che un auspicio per il rinnovamento anche della classe politica.

In questa fase sarebbe necessario che i nostri elefanti (gli altri sono quelli del PS francese) si facessero da parte o che si limitassero ad accompagnare questo rinnovamento politico. Personalmente non troverei una bestemmia che prima di dividersi per trovare ciascuna la propria collocazione politica ed ideologica (magari con uno sforzo anche per rinnovare il tessuto ideologico della politica, specie nell’analisi della realtà attuale) dicevo; non troverei una bestemmia andare ad un governo delle regole, o come preferisce dire Vendola di scopo.

Solo che non mi limiterei alla legge di riforma dell’elezioni parlamentari, ma allargherei giusto a poche altre regole utili per la salute del sistema politico. Abolendo forme di privilegio ai politici (la pensione dopo due legislature o in materia di scorte), imponendo la ineleggibilità dopo due legislature e la ineleggibilità per chi ha avuto condanne anche solo in primo grado di giudizio. Do per scontato anche la questione (per altro pacifica tra queste forze rinnovatrici) della preferenza da indicare nel momento del voto, esercizio di democrazia attualmente frustrato da una legge per cui gli eletti sono in realtà dei nominati dai segretari politici dei partiti. Infine il via libera a quel decreto anticorruzione, proposto dai futuristi ma nascosto gelosamente in qualche cassetto del Senato.

Subito dopo un governo così dovrebbe sciogliersi, per evitare pasticci e nuove e magari fortunate discese in campo di Berlusconi, e si dovrebbe andare senza indugio al voto. Un governo che fa le regole è come un governo di salvezza nazionale che dopo un periodo così lungo in cui le regole sono state spesso spezzate da logiche corporative quando finanche non d’interesse personale, è un governo che deve coinvolgere tutte le forze rinnovatrici del paese.

Forse è fantapolitica? Non ne sono sicuro.

Certamente, si porrà poi un problema nuovo quello dei temi e delle priorità che dovrebbero caratterizzare i futuri schieramenti politici. In primo luogo liberarsi da schieramento aprioristici che hanno contraddistinto l’Italia almeno dal dopoguerra ad oggi può aprire ad una maggiore collaborazione tra le forze politiche senza determinare per questo strani melange ideologici. Essere per l’abolizione d’istituzioni inutili come la Provincia, ad esempio, non è di destra o di sinistra è di buon senso; e poi chi può dire che la ricerca scientifica sia di destra o di sinistra? Aiutare i nostri validi ricercatori è un bene per il paese e non ha colore politico. Comprendere che la pubblica amministrazione vada snellita e resa efficiente o che i “validi” vanno valorizzati e i “mediocri” penalizzati è anch’essa una norma di buon senso. Colpire i privilegi di caste e lobby per liberare energie nuove in Italia, riducendo sprechi e magari favorire i giovani costituisce un bene per tutti (certo tranne per i lobbisti).

Sulla cultura l’attuale opposizione deve uscire dall’idea che la cultura ha valore solo se produttiva e considerare la cultura come uno strumento necessario a ciascun individuo per la formazione del proprio libero pensiero. In tal senso davvero la scuola va aiutata come maestra di vita e così l’Università e tutto il patrimonio culturale abbandonato dal berlusconismo che come i vecchi regimi feudali di una volta guardavano la cultura come una cosa inutile e di cui sospettare. Proprio sul tema della produttività, del mercato, della cultura e su alcuni temi dello sviluppo tra futuristi, rottamatori e vendoliani posso immaginare più di una divisione, ma questo mi sembra ovvio.

Personalmente, come ho già espresso in un altro articolo sulla crisi della democrazia, ritengo che il vero obbiettivo finale (ammesso che esistano obbiettivi veramente finali) dovrebbe essere la liberazione dal lavoro e il perseguire una società che dia sempre più tempo libero agli uomini e donne del mondo. Ma evidentemente prima di allora numerosi passi devono essere compiuti e temi come il nucleare, la TAV, la ricerca scientifica e tecnica, lo sviluppo e la diffusione della conoscenza tecnologica ed informatica sono terreno su cui ci si dividerà e molto.

Così come sul rapporto tra pubblico e privato in economia, nella evoluzione delle città e finanche sullo sviluppo delle architetture ed dell’urbanistica. La produttività incide anche su questo e le forze politiche dovranno misurarsi anche sull’idea di tempo e spazio sul loro uso ed impiego.

Così come sul valore della privatizzazione i cui esiti non sono scontati e i cui effetti non sempre sono univoci. Certamente dopo gli ultimi quarant’anni molto bisognerà lavorare anche per ricostruire un sistema di valori condivisi che portino finalmente ad un riconoscersi e legittimarsi dei diversi soggetti politici e a chiudere con i continui disconoscimenti tra le forze politiche e i loro rappresentanti.

Un quadro nuovo in cui finalmente si potrà votare una volta a destra e un’altra a sinistra senza essere tacciati di eresia. Ma solo considerando l’efficacia dei programmi politici e del personale politico che li propone.

Una democrazia matura compiuta che preveda la partecipazione dei cittadini a tutti i livelli dai propri quartieri, alla città, alla nazione. Senza chiudere le porte ai cittadini ma ricreando o creando quella capacità di ascolto responsabile. Forse è fantapolitica ma è quello che credo molti italiani si aspettano.

(nelle altre foto dall’alto in basso: Gianfranco Fini, Matteo Renzi, Nicki Vendola).

Nicola Guarino


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