Altritaliani

Letture dall’Egitto 1: Nelle strade e tra le storie di Nagib Mahfuz

martedì 2 novembre 2010 di Giovanni Capecchi

Giovanni Capecchi insegna Letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia; in questo periodo, come visiting professor, insegna alla Al Alsum Faculty (la Facoltà di Lingue) della Ain Shams University del Cairo. Da questa esperienza, nascono anche le “Letture dall’Egitto”, che da oggi iniziamo a pubblicare su questo sito. La prima è un omaggio al più grande scrittore egiziano e arabo del ‘900, Premio Nobel per la letteratura nel 1988: Nagib Mahfuz.

Al Cairo, percorrendo le strade, affollate e piene di colori, dei quartieri islamici, tra Khan el-Kalili e Gamaliya, è possibile avere una guida d’eccezione. Non quella “verde” del Touring Club Italiano o quella “gialla” del “National Geographic”; ma quella letteraria rappresentata dai romanzi del più importante scrittore egiziano e arabo del ‘900, Nagib Mahfuz. È qui, tra queste strade e questa gente, che Mahfuz è nato nel 1911; è qui che ha vissuto la sua infanzia e tante ore delle sue giornate di adulto; ed è qui, soprattutto, che ha raccolto le sue storie, quelle storie che sono andate a formare gran parte dei quasi cinquanta libri pubblicati tra il 1939 e il 2005, l’anno prima della sua morte.

In una piccola strada di Khan el-Kalili, il più antico mercato del mondo, in mezzo alle urla e ai richiami dei venditori, si trova il Caffè “El Fishawy”.

Il caffè El Fishawi

Vale la pena fermarsi ad un tavolino di questo locale “storico”, non solo per bere un caffè turco o un tè con le foglie di menta – mentre un mondo frenetico continua ad agitarsi tutto attorno – , ma perché da qui può partire un ideale itinerario nella città di Mahfuz, straordinario cantastorie divenuto famoso anche nel mondo occidentale dopo la vittoria, nel 1988, del Premio Nobel per la letteratura, musulmano moderato e contro i fondamentalismi, tanto da essere condannato a morte dalla jihad per la “blasfemia” della sua narrativa, sfuggendo miracolosamente ad un attentato nel 1994. È qui, infatti, che veniva a sedere l’autore della Trilogia del Cairo, per parlare con gli amici, per osservare la commedia umana circostante (la sua opera, non a caso, è stata paragonata a quella di Balzac), per cogliere storie da raccontare. Basta rammentare il suo nome perché il cameriere si illumini in volto e ti faccia vedere, all’interno del Caffè, una piccola stanza, circondata da divanetti e da sedie, prediletta dallo scrittore.

Interno del Caffè El Fishawi

E, da questo caffè, attraverso le informazioni che quasi tutti gli abitanti della zona sanno dare, è possibile raggiungere un vicolo chiuso su tre lati, lungo non più di venti metri, leggermente in salita, in cui si trovano oggi un bazar, un negozio di mobili e un caffè, senza niente di particolare o di eccezionale, un po’ fuori dalle strade percorse giornalmente da migliaia di persone: si chiama Zoqaq el Midaq ovvero, secondo la traduzione italiana, Vicolo del Mortaio, nome che ha dato anche il titolo ad un famoso romanzo di Mahfuz, scritto nel 1947 e tradotto nella nostra lingua molti anni dopo, nel 1989. Aprendo la nostra guida letteraria, si può leggere, fin dalla prima pagina: “Il tramonto si annunciava e il Vicolo del Mortaio andava coprendosi di un velo bruno, reso ancora più cupo dalle ombre dei muri che lo cingevano da tre lati. Si apriva sulla Sanadiquiyya e poi saliva, in modo irregolare: una bottega, un caffè, un forno. Di fronte ancora una bottega, un bazar e subito la sua breve gloria finiva contro due case a ridosso, entrambe su due piani”.

Vicolo del Mortaio

E se il venditore del bazar, tra un cliente e l’altro, ti chiede perché sei interessato a quel frammento di strada (ma dal sorriso capisci che sa già la risposta, perché qui Mahfuz è uno scrittore popolare e amato), il proprietario del bar ti chiama, ti fa vedere i tavolini dove il romanzo sarebbe stato scritto, ti presenta padron Kirsha, un tempo proprietario del locale, ricordato da una grande foto attaccata alla parete oltre che da Mahfuz che ne ha fatto uno dei personaggi (reali) della sua storia; e ti mostra, sempre sulla parete, l’immagine di colui che questo minuscolo vicolo ha reso una delle grandi strade della letteratura.

Non è possibile, entrando nel Vicolo del Mortaio, non ripensare ai tanti personaggi descritti da Mahfuz: a coloro che in questa strada hanno trascorso l’intera esistenza e ai più giovani che sognavano di fuggire da un luogo privo di qualsiasi opportunità e dominato dalla miseria. Da una di queste finestre si affacciava Hamida, bellissima ragazza dagli occhi neri e dai capelli color pece, animata da sogni di evasione, attratta dai bagliori della ricchezza, destinata a perdersi nelle grandi vie del Cairo dopo aver abbandonato il suo piccolo vicolo. È con lei – con il suo ricordo, con la sua immagine nella mente – che viene fatto di percorrere il Muski, la strada commerciale a due passi dal Vicolo del Mortiaio, dove ogni sera la ragazza passeggiava, osservando i negozi e sperando, un giorno, di potersi comprare i vestiti desiderati;

Sharia Muski

e anche nel breve tratto di strada che separa le due straordinarie moschee di al-Azhar e di al-Hussei (affollate soprattutto nei venerdì di festa e di preghiera), è difficile dimenticare che proprio qui Hamida ha ricevuto la prima vera dichiarazione d’amore, fatta dal romantico e poetico Abbas, pronto ad arruolarsi nell’esercito inglese (la storia di Vicolo del Mortaio si svolge negli anni della seconda guerra mondiale) pur di fare un po’ di soldi e di poter così sposare la ragazza, che ben presto si dimenticherà di lui e finirà per fare la cantante nei cabaret affollati da ufficiali britannici.

Mahfuz, rimasto fedele alla scrittura fino al termine dei suoi giorni (in una intervista dichiarava: “Se l’urgenza di scrivere un giorno mi abbandonasse, vorrei che quello fosse il mio ultimo giorno”), ha raccontato questi luoghi, la Storia del ‘900 che è passata anche da qua, tra guerre e rivoluzioni, magari vista con gli occhi di un bambino, come in Il nostro quartiere (1975) e, soprattutto, le storie di tanti uomini e di tante donne che sono trascorse in questa piccola parte di mondo: storie che sarebbero rimaste anonime, che ben presto sarebbero state dimenticate (perché queste strade, come tutte le strade, sono anche inevitabilmente predisposte all’oblio e all’indifferenza), se non fossero state, almeno in parte (ma comunque per migliaia di pagine) fermate dalla scrittura, realistica e poetica al tempo stesso, di Mahfuz. Tra queste storie, assolutamente normali e senza niente di straordinario se non la straordinarietà che fa parte dell’esistenza, c’è anche quella di Amina e della sua famiglia, protagonista della Trilogia del Cairo (1956-1957). Amina ha vissuto in questi quartieri. Anzi, ha vissuto in una strada ben precisa, Bain el-Qasrain.

Bain el-Qasrain

E dalla sua casa, dove vive prigioniera di un marito autoritario, ha guardato la città: la terrazza sul tetto è stata il suo balcone sul Cairo, il punto di partenza per passeggiare con lo sguardo tra tetti di case e minareti; e la mashrabiyya (il balcone chiuso e coperto da una fitta grata di legno) le ha permesso di partecipare alla vita del quartiere, di ascoltarne le voci e i rumori, di osservare il passaggio di carrozze e di pedoni, di lanciare lo sguardo fino alla moschea di el-Hakim: trovando così un po’ di compagnia per la sua solitudine e intrecciando amicizie ideali dal suo isolamento. Viene da pensare a lei, camminando lungo Bain el-Qasrain e osservando i terrazzi con le grate di legno che sporgono dalle pareti delle case.

Giovanni Capecchi
Docente di Letteratura italiana
all’Università per Stranieri di Perugia

Tutte le foto, tranne quella di Nagib Mahfuz all’inizio dell’articolo, sono inedite ©Giovanni Capecchi

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