Altritaliani
Viaggio in Italia

Campobasso, piccolo capoluogo di una piccola regione, il Molise.

martedì 12 febbraio 2013 di Flavio Brunetti

Il racconto storico dell’antica e umile economia di questo capoluogo e della trasformazione urbanistica delle mura medioevali in case abitate dalla povera gente, si intreccia con le storie di bambini difficili lontani dal mondo dei grandi. Claudia, con la sua dolcezza e la sua indifferenza, è una di essi. Racconto e fotografie di Flavio Brunetti [vedi il portfolio].

***

LE MURA DOVE ABITA AMORE

Ti racconto una cosa che, da un po’ di tempo, sta accadendo sotto la finestra della mia stanza di lavoro, così… per una boccata di sigaro, quello che Brecht, di tanto in tanto, amava fumare. Ecco cosa scriveva:


… quando lavoro
sto attento a non immergermi troppo nel lavoro.
do attenzione alle cose diverse che mi circondano,
ogni tanto interrompo il mio lavoro per chiacchierare un poco.
A trottare così di fretta da non poter fumare
ho saputo perder l’abitudine …

LE MURA

Il nostro, il Molise, è sempre stato un paese di poveri. Tutti poveri, anche i ricchi. Questi, i ricchi, chi più e chi un poco meno, potevano pure essere nobili, ma mai veramente ricchi. Perciò successe che gli antichi Signori di Campobasso, a un certo punto, più di cinquecento anni fa, non riuscivano a governare le mura che avevano costruito altri Signori, i Signori prima di loro, per difendere il castello sopra la rocca e il borgo sotto la rocca. Insomma questi qua non avevano i soldi a sufficienza per pagare sentinelle, capitani e soldati da metterci dentro. Anzi, non tenevano manco l’esercito.

Le mura fallirono.
Allora, quella cinta di pietra bianca, fatta di bastioni e di torri, la lasciarono alla gente. La “lasciarono” si fa per dire, perché di sicuro i Signori si fecero pagare il “riscatto” dal popolo, che la trasformò per andarci ad abitare. Si aprirono portoni, porte e finestre, si sopraelevò, si fecero le scale, si murarono i lunghi loggiati a file di archi sopra i quali, una volta, marciavano le sentinelle… e così le mura divennero una lunga teoria di case, le une appiccicate alle altre a formare, quasi completo, un popoloso cerchio chiassoso ai piedi del monte che sorreggeva l’antico castello. Anche il castello, che in verità mica era così tanto antico, oramai andava in declino per mancanza di soldi.
Che Signori pezzenti quelli del mio paese, mia cara!

LA CITTA’ DENTRO LE MURA

I tempi non erano sicuri, erano tempi di spade, di coltelli, di cappi e di schioppi. Perciò i portoni per entrare alle case ricavate in quella cinta muraria, affacciavano tutti sulla via interna ai baluardi violati. Per andare a trovare qualcheduno, che per esempio era un amico, per recarsi da questo compagno che s’era fatta la casa al residence “Alle mura”, si doveva prima entrare nella città attraverso le porte di Sant’Antuono, quella Mancina, di Santo Paolo e di Santo Leonardo. Poi quattro passi per Santa Cristina e là stava il portone. Le finestre invece guardavano anche di fuori, verso l’aperto, fuori alle mura, con gli occhi, piccoli piccoli, fissati lontano nel cielo e sui campi.

Poi il tempo passò, la gente cominciò ad uscire dal labirinto intrigato di vicoletti e viuzze, di scalinate irte e strette, lunghi serpenti d’ombra a precipizio tra case arroccate, affastellate l’una sull’altra, con le loro disordinate fascine di tetti, tettucci e tettarellucci, uno diverso dall’altro, che solo la neve faceva sparire: la città vecchia dentro le porte si apriva, per andare alle case fuori negli orti, più comode e più luminose, ed alle botteghe artigiane, sostegno di vita.
Ma le mura continuavano oramai a traboccare di donne e di bimbi, di odio, di gioia, di dolore, di morte, di fame e miseria. La vita, lì dentro, la trascinava soltanto l’Amore.

Amore
abita

la casa
sfasciata cadente
del cuore
vecchio provato

Malinconicamente
consuma una vita
grama di stenti
in quelle stanze
decrepite lente.

Poverino!...
vestito di stracci
la sola cosa che ha
due camere umide buie.

Ma Amore
alla sua casa
è attaccato
ed ha tanta paura

di doversene andare ora domani
di lasciarla ad un altro... a qualcuno.

LA CARROZZELLA

Sotto le mura nacque una strada per andare al castello, i nobili, anche in carrozza… ma quali carrozze!… a piedi per fare fioretti alla Madonna o con il mulo o al massimo col traino tirato dal mulo.
Di carrozze una me la ricordo però. Io ero bambino; la carrozzella e il cavallo e anche il cocchiere abitavano in Vico Percettore e quei tre avevano anche la targa: CB 1.

LA CASA FAMIGLIA

Ti ricordi della strada fuori le mura?
La strada sale al castello e fronteggia anche il palazzo dov’è il mio studio e su essa s’affacciano ancora le finestre di quelle case della cinta medioevale.
In uno di questi appartamenti della città vecchia c’è una Casa Famiglia. Ho capito ora che è una specie di casa di correzione. Lì dentro ci sono ragazzini che hanno difficili situazioni familiari, o che forse hanno avuto condanne.

Questi bambini la mattina vanno, come tutti gli altri ragazzini, a scuola e il pomeriggio devono stare lì dentro, come un collegio, ad eccezione di un’ora soltanto, dalle sette alle otto di sera. I giorni di festa stanno sempre là dentro.
Sarà il loro stato di piccoli detenuti, la situazione di senza famiglia, il bisogno chiaro di affetto, ma un gruppo di ragazzine (molte) e di ragazzi (pochissimi) coetanei di quelli, staziona fisso sotto le finestre della Casa Famiglia, e del mio studio, quasi tutto il giorno, tutti i giorni. C’è una bambina, massimo dodici anni d’età, che viene a piazzarsi qua sotto da quando esce da scuola, all’una e mezzo. Dopo mezz’ora, alle due, deve andarsene a casa a mangiare, ma alle tre, eccola!, sta di nuovo qua. E scambia segnali affettuosi con un ragazzetto di quelli che la guarda da dietro i vetri; e lei gli rimanda amore con le mani, le labbra, si alza i capelli. E quello di sopra, dalla finestra, le lancia ogni tanto un bigliettino o una cosa rubata agli altri compagni reclusi.

RAGAZZI

Sono ragazzi, quelli di dentro, che vengono anche da fuori regione, sento l’accento napoletano. Le ragazzine di qua sono di famiglie non troppo agiate, altrimenti tutto quel tempo a stare buttate sotto una finestra anche se piove e se fa freddo, a fumare e a passare così le giornate, la madre o il padre se ne accorgerebbero. Ogni tanto un ragazzino di nascosto lascia la Casa Famiglia e scende per strada, ma per giungere fin sotto il mio studio deve fare il giro di tutte le mura e ci mette del tempo.
Corre, corre veloce e quando è arrivato, quei due bambini si prendon per mano, si guardano, un bacio frugale, un sorriso, due tiri alla sigaretta da dare insieme e via!, ancora di corsa, ritorna alla Casa. Poi subito il nasino ai vetri schiacciato, a farsi guardare, languidi gli occhi. Quando alle sette di sera i ragazzini possono uscire, se ne vanno anche le fanciulle che stanno qua sotto. Li seguono, se ne vanno con loro davanti alla chiesa. Poi alle otto di nuovo si sentono i fischi e i nomi gridati per farli affacciare, ché son dovuti tornare… e ricominciare i segni d’amore, le boccacce, le domande, i dispetti, i biglietti, lo scambio di sigarette, il lancio di maglie rubate.
Quello che so dirti lo so perché lo vedo. Ho domandato, ho cercato di fare amicizia per capire le storie, per sapere i nomi, i paesi, le case e le madri o i padri. Non ci ho ricavato niente. Queste bambine sono nate adulte. Tengono le bocche cucite e non mi hanno detto mai niente. Con quella che sta più tempo di tutte ho parlato, le ho chiesto se non si stancasse, ho scherzato sull’amore e su altro, le ho domandato perché quelli là dentro non potevano uscire.
Chiedo, parlo, domando, ma lei mi sorride, alza le minuscole spalle e, come se io non ci fossi per niente, con gli occhi scavalca il mio viso e continua a mandare segnali d’amore al piccolo amico.

LA PIOGGIA

Qualcuno del mio condominio ieri ha rimproverato quelle bambine, perché sporcavano e che non dovevano entrare dentro al portone. Così si chiama l’androne delle scale. Ieri pioveva e le ragazzine si riparavano dentro e fumavano. Ma i condomini le hanno cacciate. Allora si sono andate a ficcare sotto un balcone. Si bagnavano tutte perché era corto il balcone; dalla testa ai piedi, inzuppate, ma sono restate qui sotto come ogni giorno.
Dopo mezz’ora qualcuno ha svuotato un tubetto di Attak (la potentissima colla) nella serratura del nostro portone che ora deve restare aperto perché i condomini possano entrare ed uscire. La serratura è inservibile, ci vorrà il falegname e chiavi nuove per tutti i condomini.
Mi piacerebbe capire, capire!… ma non credo mi diranno mai niente. Questi bambini non hanno fiducia dei grandi.

DIECI ANNI

Oggi ho parlato più a lungo con la ragazzina che sta sempre qui sotto. Ha dieci anni, ancora le elementari. Mi ha detto i nomi di quelli reclusi: sono cinque. Il suo nome non me l’ha detto. Poco alla volta capirò altre cose.

CLAUDIA

Oggi sono contento. La bambina che sta sempre qui, sotto al mio studio, mi ha detto il suo nome! Si chiama Claudia. Mi ha raccontato che s’è fidanzata con uno di quelli di dentro, che poi l’ha lasciato e s’è fidanzata con un altro. Mi ha anche detto della sua scuola, le elementari ancora: ha solo diec’anni, fa la quinta. Deve fare l’esame. Oggi Claudia mi ha detto il suo nome! Sono contento.

LA NEVE

Nei giorni passati è nevicato moltissimo. Ha fatto quasi mezzo metro di neve.

Claudia, sono tre giorni che non la vedo. Forse deve essersi ammalata con tutto il freddo che ha preso. E’ dolcissima, adesso mi dà più retta.
Ora ti lascio perché devo andare a Napoli su un cantiere che ho là. L’ultima volta che ci sono stato il capo cantiere non voleva che manco scendessi dalla mia auto.
- E’ pericoloso, ingegne’! - diceva –
- So’ venuti chille là. ‘A camorra. E ‘nu strunzo faceva vede’ pure ca teneva l’arma int’’a sacca, chill’omme ‘e merda! Hanno ditto accussì: “Oggi nun se fatica ‘ncopp’’a stu cantiere… fin’a che nun mettimmo a posto certe cose! Avite capito? Oggi nun se fatica, nun avita fatica’, si no le cose nun vanno buono!”

Stava agitato il capomastro, poi mi ha avvertito ancora:
- Ingegne’, non scendete, nun ve facite vede’ cu sta machina fotografica. Chesta gente ‘e sfaccimma è gente ‘e merda. Nun tengono niente da perdere. Date retta a me, turnatavenne a Campobasso, venite n’altro juorno.

Scesi ugualmente e feci i miei rilievi, ma quando me ne stavo tornando ho avuto paura. Sai? non ci vuole niente a volte.

TITTY (CONCETTA O CONCETTINA)

Oggi è la mattina di Natale. Dopo due giorni di tormente di neve sta ritornando il sole. Voglio scrivere una cosa e, mi sembra naturale, farlo raccontandola a te.
Titty, che si chiama Concetta, è una donna per la quale una volta scrissi anche una canzone che ora non ricordo più. Vive a Milano e l’ho rivista ieri sera alla cena natalizia. La sua è una bellezza nostrana, minuta e rassicurante, ha lineamenti meridionali: è nata in un paese di qua. Era la donna di Corrado, che noi chiamiamo "’U ‘Ncazzuso" per soprannome.
’U ‘Ncazzuso, che ha questo nomignolo perché con un nulla si adira, ma poi gli passa, guida i Tir, quelli enormi e velocissimi che passano lì sulle autostrade dalle parti tue e vive vicino Pavia.
Prima fumava, ora non fuma più, ora si fa solo le canne. Sei o sette. Concetta parla con accento milanese quasi sempre, ma con me ogni tanto si lascia andare e ritorna a parlare in dialetto del paese suo, come fanno tutti gli emigranti quando ritornano.

Non le ho mai detto di aver scritto una canzone per lei. A “‘U ‘Ncazzuso” invece gliela feci sentire, ma non capì.
Concetta era dei Nuclei Armati Proletari, i NAP. Ha fatto anni di carcere al Nord. Poi si dissociò.
Era tornata per la morte della madre. La mia canzone raccontava dei suoi occhi nascosti dietro due lenti marroni e della incomunicabilità di quello sguardo, che non mi concedeva di dividere con lei il suo dolore. Il dolore di una ragazzina felice, che un giorno era partita lasciando la casa del paese, i vetri della sua stanza sui quali appiccicava il nasino e l’alone del fiato in attesa dei primi fiocchi di neve, i dolci di mamma e le storie di nonna raccontate al camino.
E quel giorno era lì Concettina, la terrorista, uscita dal carcere. Venuta al paese a seppellire la madre.
Concetta ha un figlio di nove anni e un uomo, il padre del bambino, che non è “‘U ‘Ncazzuso”. La donna gli chiede di fare questo e fare quello e gli dice ancora di fare altro e lui, dolcissimo, obbedisce. E’ un bell’uomo ed è più giovane di quella donna del Sud. Lei invece, lì a Milano, ai milanesi, non deve sembrare così bella, come sembra a noi, la paesanella.
L’ho pensato guardandola più volte ieri sera per vedere.

IL BRANCO

Concetta, che chiamano Titty, lavora in una cooperativa che si preoccupa di recuperare i ragazzi emarginati e con dei problemi, come i bambini che stanno qui davanti al mio studio.
Allora le ho raccontato di Claudia e le ho chiesto perché quelle ragazzine, quelle bambine, sfidano il tempo, il freddo, la pioggia, i giochi, tutto, pur di restare qui sotto a parlare e lanciarsi segnali con i ragazzi, i bambini di dentro.
- E’ il branco! E’ la logica del branco, m’ha risposto incalzando:
- Quelle ragazzine non hanno alcuna fiducia negli adulti e nella società che vivono. Loro e quelli rinchiusi si sentono ugualmente emarginati, come i cani randagi e si sentono più forti, più sicuri nel branco. E il branco si forma a scuola, in chiesa o dove loro s’incontrano. Bisognerebbe parlare con gli assistenti sociali. Che vengano a vedere che succede sotto al tuo studio! Quei bambini devono essere recuperati.

Parlava con accento milanese, Titty, e s’infervorava. Si vedeva che è il suo mestiere, che è una in gamba. Usava termini tecnici, richiamava leggi coi numeri e date.
Si capiva che avrebbe voluto fare qualcosa per quei bimbi.
- E’ venuta una madre col figlio, un bambino di dieci anni, in coperativa a Milano, da me. M’ha detto: “Ecco questo è mio figlio, tenetevelo qua.” Capisci? Mi voleva lasciare il figlio. A me!

La voce di Titty era proprio alta, quasi sgomenta e adirata
- E le ho detto – continuava - che lei non sapeva nemmeno io chi fossi e nemmeno che c’era in quella cooperativa oltre la stanza dove stavamo parlando. Hai capito? Cosa ho dovuto spiegare io ad una madre?

poi lapidaria ha aggiunto:
- Questi adulti non danno niente ai loro figli.

IL LANCO

Ieri sera Concettina aveva al polso un orologio di marca Lanco, di quelli vecchissimi a corda e con le ore e le lancette in oro. Le ho detto che era bellissimo e le ho chiesto come mai lo portava.
- Non posso portare gli Swatch - m’ha risposto - si scaricano le pile.
- Si scaricano le pile? - mi sono meravigliato
- Sì! Le pile degli orologi addosso a me si scaricano subito. Durano sei o sette giorni soltanto, poi le devo cambiare. Ho parlato anche coi medici e mi hanno detto che è il mio corpo. Trasmette qualcosa che fa scaricare le pile. Anche il telefonino. Devo usare sempre l’auricolare. Allora ho cercato un orologio meccanico e quando ho visto su una bancarella questo Lanco a corda, subito me lo sono comprato. Duecento Euro, ha confessato dolcissima.

LE RONDINI

Lo sai che quelle bambine sotto le mie finestre per molto tempo non sono venute più? Credo che il branco sia stato scoperto e sistemato per un po’. Ma oggi, anzi poco fa, ho parlato di nuovo con Claudia che da ieri è ritornata. Fischia più di prima e fa un casino per chiamare Federico. Mi ha riempito il cuore di gioia rivederla. Le ho chiesto:
- Mo’ sei tornata?
- - m’ha risposto
- E dove sei stata?
- M’ero scocciata di venire sempre qua sotto - ma la voce era un poco incerta, nascondeva bugia.
- Ma quanto mai! - le ho ribattuto - T’hanno acchiappata! T’hanno chiusa pure a te, come a questi qua.
- Ma no... ma sì... mio padre e mamma ...
ed ha ricominciato a fischiare col foglietto di carta plastificata per fare affacciare Federico.

Sai? Claudia s’è fatta le mèches, di color biondo, l’ho vista più donna. Questa cazzo di bimba!
Eccola ha chiamato di nuovo:
- Federico! - a gran voce, ma la finestra della Casa Famiglia resta ancora chiusa.

Ora lo richiama, ma l’intonazione è più dolce; Federico mica le dà molta retta. Ma lei continua a chiamarlo:
- Federico - quasi sussura - Federico, Federico - poi si rivolge al compagno di cella di questo che spia dai vetri e urla decisa:
- GIGI!! - e sottintende - ma ‘sto cretino di Federico che fa?

Claudia è tornata a Primavera, come le rondini.
Anche le rondini ti aprono il cuore con il loro casino!

SETTEMBRE

Sarà stata l’Estate o chissà chi. Luglio e Agosto sono finiti e Settembre passa.
Non vedo più Claudia da un sacco di tempo.
Menomale! Sarà stata al mare, e come lei anche le altre bambine.

Ho incontrata per strada, davanti alla chiesa, una sua amichetta. Le ho chiesto:
- Uhé, ma Claudia, che fine ha fatto? Dove sta? Perché non si vede più?
- Claudia? E chi è Claudia? - mi fa
- Quella un poco bionda che si è fatta pure le mèches, ha fatto gli esami, quella che chiama sempre a Federico e veniva sotto al portone mio, pure con te.
- Ma quella non si chiama Claudia. Ma quali esami! - mi ha risposto ridendo e ha aggiunto
- Ti ha preso in giro. T’ha detto un nome per un altro.
- E come si chiama?

M’ha guardato soltanto e se ne è andata correndo.
Stasera gli scuri delle finestre della Casa Famiglia ogni tanto si aprono e vedo due occhi nascosti spiare di fuori. Chissà i ragazzi chiusi lì dentro… Chissà se stanno da soli. Soli.

SE NE SONO ANDATE

Se ne sono andate
le rondini nere
portandosi via
il loro chiasso di festa.
Il cielo, stasera,
è un buco vuoto
senza futuro, senza passato...
il tempo è caduto lì dentro
e non ce la fa più ad uscire.

Se ne sono andate
le rondini nere
cancellando dall’aria
le acrobazie d’infinite parabole.
Il cielo stasera
è un metro quadrato stracciato
prigioniero del piano
dove muoiono i voli,
il sole, le stelle, la luna.

Se ne sono andate
le rondini nere
lasciandosi dietro
nidi vuoti e tetti deserti.
Il cuore stasera
è un quarto di carne,
immobile, fetido, gelido
e gli occhi si muovono
sui brevi voli di passeri muti.

Se ne sono andate
le rondini nere!
Infami,
voi, le avete scacciate!
Contro di esse avete scagliato
le miserie delle vostre stanze di casa
e le piastrelle dei vostri cessi puliti.
Addosso gli avete sputato
ingiurie blasfeme e catene.

Se ne sono andate le rondini,
ma non fu colpa vostra...
Voi non ne avete motivo.
Voi non conoscete le rondini,
non le avete mai viste volare
e sfiorare gli asintoti a Dio.
Voi non avete mai potuto ascoltare
il clamoroso concerto
dei loro armoniosi stridii d’amore.

Racconto e fotografie © Flavio Brunetti


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