Altritaliani
Novità editoriale

Quando mio padre emigrò in Francia, di Martine Storti

Edizioni Giacché, 2010
giovedì 21 ottobre 2010 di Barbara Musetti

A Calais quelli che cercano di arrivare in Inghilterra ripetono : «Abbiamo un fratello, uno zio, un parente di là che ci aspetta». Dopo aver sentito questa frase ripetuta decine di volte la giornalista Martine Storti si è chiesta se anche suo padre quando varco’ la frontiera alla volta di Parigi avesse utilizzato le stesse parole.

Settembre. Incontro Martine Storti in un caffé di Belleville. Uno sguardo vivace trapela dagli occhiali; la voce, pacata ma ferma impone il ritmo della conversazione. Per il momento abbiamo in comune un punto lontano e indefinito sulla carta geografica : Sarzana, cittadina della riviera ligure, elegante ed opulenta oggi, digna e infinitamente povera all’inizio del XX secolo, quando il fatto di aver dato i natali a papi e scrittori non bastava per garantire il pane alla propria cittadinanza.

Nel 1930 il padre di Martine Storti, operaio antifascista, lascia quel lembo di terra, che pure aveva resistito con tutte le sue forze all’avanzata del regime, per raggiungere la Francia, Parigi, la sua banlieu, poco importa, perchè per Matteo - cosi’ lo chiameremo - una volta abbandonata l’Italia tutto prende lo stesso colore, la stessa forma, ogni luogo diventa altrove.
In Francia Matteo ha una sorella e un cognato, iniziano insieme a lavorare come operai nella piccola officina di famiglia; grazie anche al suo lavoro loro faranno fortuna, lui no ; Matteo conosce una ragazza francese, si sposa, ha dei figli. Le sue origini italiane sbiadiscono lentamente come una fotografia abbandonata al sole, riducendosi a qualche piatto della tradizione ligure nei giorni di festa. Matteo è taciturno, riservato, dignitoso ; non si lamenta e non parla mai del suo passato. Matteo non vuole che i suoi figli parlino italiano, perchè l’integrazione non è cosa semplice, e lui, pur scappando dalla dittatura fascista in cerca di libertà, rimarrà sempre scettico nei confronti delle istituzioni, «perchè sono sempre i soliti che ci vanno di mezzo».

Una storia cosi simile a quella di tanti altri milioni di imigranti - non solo italiani - che perfino la figlia di Matteo dimentica l’eccezionalità di quell’evento, presa dalla propria vita, dalla militanza politica, dall’impegno sociale. Fino alla morte del padre, quando scopre di ignorare quasi tutto di lui. Nasce quindi in lei il desiderio di ricostruire una storia familiare, di ridare una pelle al volto del padre che, pagina dopo pagina, si intreccia inevitabilmente con le rughe della grande Storia.
La scrittrice ha pochi indizi su cui lavorare, semplicemente perchè oramai non c’è più nessuno che puo’ darle delle risposte definitive. Procede quindi per ipotesi, in un confronto parallelo e costante con il dramma dell’immigrazione clandestina, di ieri e di oggi. Come è arrivato Matteo in Francia ? In quali circostanze ? Con quali mezzi ? Era clandestino ? Un flusso di domande che sembrano riaffiorare nella mente dell’autrice nel momento in cui, molti anni più tardi, si troverà confrontata al dramma dei rifugiati «concentrati» nel campo di Sangatte in attesa di raggiungere un’altra terra promessa. Improvvisamente quella massa senza nome sembra prendere concretezza attraverso l’esperienza del padre ; improvvisamente il dramma di quella massa senza nome sembra riattribuire dignità all’esperienza «anonima» di Matteo.

Grazie ad uno stile narrativo coinvolgente – una sorta di flusso di coscienza fatto di «elenchi di memorie» – l’autrice trascina con sè il lettore. Ogni parola sembra essere dotata di una forza d’attrazione che attira à sé le altre parole, che scorrono sotto gli occhi in caduta libera, spingendo la lettura jusqu’au but de la pensée, senza avere il tempo di prendere fiato, come un’immersione in apnea. Ricostruendo la storia del padre Martine Storti incrocia la storia di «quei miserabili» che come dice sarcasticamente l’autrice «non hanno ancora trovato il loro Hugo» : i senza patria, gli apolidi, i rifugiati politici, i perseguitati dalle dittature fasciste e naziste.

Per stessa ammissione dell’autrice, è difficile definire questo libro : si tratta di un racconto, di un saggio, di una saga famigliare, ma anche di un documento giornalistico, sulla vita degli operai in Francia negli anni Cinquanta, sull’immigrazione di ieri e di oggi, sullo sfruttamento e l’orgoglio. E’ un libro sulla memoria, l’esilio, la trasmissione, il coraggio, la vigliaccheria.

E’ un libro sul senso della vita, sulla vita.

Barbara Musetti


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Martine Storti, Quando mio padre emigrò in Francia, Edizioni Giacché, traduction Anna Valle, 2010, pp. 157, 16€

Martine Storti, L’arrivée de mon père en France, Paris, Michel de Maule, 2008, , pp. 219, 20€


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P.S. Martine Storti è stata professoressa di filosofia, poi giornalista, principalmente per il quotidiano Libération. Ha fatto parte di gabinetti ministeriali sotto la presidenza Mitterand. Come giornalista si è recata più volte in Italia per documentare i movimenti sociali italiani, in particolare il movimento femminista.
E’ autrice dei seguenti volumi : Un chagrin politique, Editions l’Harmattan, 1996; Cahiers du Kosovo, Editions Textuel, 2001 ; 32 jours de mai, Editions Le Bord de l’eau, 2006 ; Je suis une femme pourquoi pas vous ? 1974-1979 : Quand je racontais le mouvement des femmes dans “Libération”, Editions Michel de Maule, mars 2010.

http://www.martine-storti.fr/


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