Altritaliani
Intervista a Stefano Nasi, docente precario di greco e latino, Liceo "G. Bruno" di Albenga (SV)

Antropologia ed entropologia* della scuola italiana

I motivi dello sciopero delle gite scolastiche
venerdì 15 ottobre 2010 di Alessandro Boidi

A un mese dall’intervento di Francesca Sensini (Precari della scuola italiana ridotti alla fame), Altritaliani torna a occuparsi della situazione miseranda della scuola pubblica in Italia. Lo fa attraverso la parole di un giovane docente che, avendo fortunosamente e fortunatamente ricevuto un incarico annuale, è in grado di spiegarci quali siano, nel concreto, gli effetti dei tagli all’istruzione. Docente precario di greco e latino, Stefano Nasi offre ad Altritaliani la propria testimonianza a poche settimane dalla riapertura delle scuole.

Innanzitutto, è riuscito a ottenere una cattedra quest’anno? Quali sono le sue prospettive per l’immissione in ruolo?

Quest’anno sono stato molto fortunato: benché in provincia di Savona la mia materia abbia perso complessivamente due cattedre rispetto all’anno scorso, due colleghe hanno ottenuto un’assegnazione provvisoria a Genova liberando temporaneamente due posti. Così ho una cattedra piena fino al 30 giugno al Liceo “G. Bruno” di Albenga.
Le prospettive per l’immissione in ruolo sono imperscrutabili: negli ultimi cinque anni, cioè da quando insegno, c’è stata una sola assunzione dalle graduatorie, nel 2007. Con questo ritmo, essendo terzo, dovrei attendere una quindicina d’anni; ma i recenti tagli d’organico hanno peggiorato la situazione.

Liceo "G. Bruno" di Albenga

Il Ministro Gelmini sostiene che da sempre l’inizio dell’anno scolastico è segnato da varie forme di protesta e da scioperi più o meno folkloristici: e se quest’anno la protesta ha assunto toni più vibranti, è solo per partito preso. Il Ministro ha parlato di “politicizzazione" e "strumentalizzazione" del precariato. Può replicare a queste affermazioni?

L’argomento di chi liquida un’iniziativa dicendo che si è sempre fatta è tipico dei conservatori e dei reazionari, come ognuno sa. A me sembra che si debba essere fortemente politicizzati, per negare i danni della riforma non soltanto per una categoria di lavoratori (docenti e ATA, ossia personale amministrativo, tecnico e ausiliario) resi sempre più precari e poveri, ma soprattutto per la possibilità di un’istruzione di qualità per tutti i cittadini, e non solo per chi può permettersi scuole private sovvenzionate dallo Stato (e non toccate dai tagli, secondo dati non smentiti dal Ministero).

Certo, quando sento il Ministro affermare pubblicamente che “il governo ha messo le risorse, ma ci sono persone che preferiscono l’indennità di disoccupazione”, concludendo che “il precariato non è un vero problema”, mi tornano in mente le giornate di assegnazione delle supplenze a fine agosto: una bolgia di insegnanti dai 25 ai 50 anni, taluni con prole al seguito, con l’ansia di sapere se l’anno successivo avranno un lavoro, dove, in che tipo di scuola, a tempo pieno o parziale - i meno fortunati sono destinati a trascorrere le settimane o i mesi successivi col telefono sempre acceso aspettando una chiamata; mi sovvengono colleghi che fanno ogni giorno due-quattro ore di viaggio per lavorare dovunque purchessia; penso alle segretarie e ai bidelli, ogni anno meno numerosi a svolgere un lavoro crescente, appesantito da continui aggravi burocratici; mi viene anche in mente che l’assegno di disoccupazione di luglio mi è arrivato ai primi di settembre, quindi dubito che siano in molti a preferirlo a un vero lavoro.

Quali principi didattici e latamente culturali ispirano questa riforma, che il Ministro definisce “epocale”?

Questo è il punto cruciale, perché i danni maggiori sono prodotti alla qualità dell’istruzione. Se davvero i tagli riguardassero gli sprechi e la riforma avesse un impianto culturale, se cioè si fondasse su un’idea di uomo e cittadino che la scuola dovrebbe formare, le proteste non sarebbero così tenaci e capillari. Invece è difficile trovare, anche nelle stesse parole ministeriali, un’idea forte che non sia la parafrasi di concetti e formule che circolano da decenni nella pedagogia scolastica. Gli slogan parlano di “qualità”, “merito”, “serietà”, “tecnologie”, senza mai spiegare nel concreto come queste buone intenzioni saranno attuate. Le dichiarazioni ufficiali usano abilmente dati veri presentati in modo ambiguo: nel nuovo liceo classico, dicono, ci sarà “più inglese”, ma solo rispetto al piano di studi tradizionale che da almeno dieci anni non vige più in nessuna scuola (allora la lingua straniera era insegnata solo nel primo biennio con 4 ore settimanali), mentre rispetto ai licei classici attuali le ore di inglese restano invariate, tre settimanali per cinque anni; il numero medio di alunni per docente, dicono, è tra i più bassi d’Europa, quindi bisogna tagliare docenti e avere classi più numerose: ma nel calcolo rientrano gli insegnanti di sostegno, che negli altri paesi europei non esistono, o meglio non dipendono dal Ministero dell’Istruzione perché i disabili frequentano strutture speciali, non le scuole (quindi, in realtà, le nostre classi sono già più numerose che nella maggior parte dei paesi europei).

Nel concreto, che cosa cambierà con la riforma?

La presunta riforma, di fatto, si limita ad aumentare il numero di allievi per classe e a tagliare un’ora qua un’ora là, al fine di un presunto risparmio, creando contraddizioni evidenti sul piano culturale e didattico, che non sembra interessare nessuno.

Ad esempio, storia e geografia, per risparmiare un’ora settimanale, sono state unite in un’unica materia con un unico voto: ma il Ministero non è nemmeno riuscito a produrre delle indicazioni nazionali (l’evoluzione dei “programmi” di una volta) unitarie, senza distinguerle in “storia” e “geografia”. Il programma, peraltro, è stato ridotto formalmente solo di poco, ma in realtà per nulla, se si considera che in queste ore dovrebbe rientrare anche la tanto propagandata “Cittadinanza e Costituzione”, materia-fantasma che ha consentito al Ministero di abolire le cattedre di diritto nella maggior parte dei licei, assegnando l’insegnamento della Costituzione ai docenti di storia, che lo faranno gratis, nel loro orario curricolare (se lo faranno: si tratta del solito provvedimento che impone qualcosa senza preoccuparsi di verificarne l’attuazione, e siccome i colleghi delle classi successive e i commissari degli esami di Stato si interessano del programma di storia, non di quello di cittadinanza, di fatto questa materia è lasciata alla buona volontà di singoli docenti o di singoli istituti).

Un altro esempio: le ore di italiano nel primo biennio sono diminuite, mentre da un lato i livelli di competenza linguistica degli allievi sono peggiorati (e il numero di alunni stranieri è in crescita), dall’altro i programmi sono aumentati, con l’inserimento della tragedia greca accanto ai poemi epici e con l’anticipazione degli inizi della letteratura italiana alla fine del secondo anno, così da iniziare il triennio (anzi, il “secondo biennio” seguito dal “quinto anno”) direttamente dallo Stilnovo. Ciò significa iniziare la storia letteraria, che comporta finalità e metodi nuovi per gli alunni, alla fine di un anno scolastico, in pochi mesi o settimane, con un docente diverso da quello che la porterà avanti per tre anni: non è molto funzionale.

Ancora più nel concreto, nella scuola e nelle classi in cui insegna quest’anno si avvertono già gli effetti di quella che, mi sembra di capire, lei esita a chiamare una riforma?

L’attenzione alle spese, ahimè non solo a quelle superflue, che sarebbe anzi lodevole, non è mai stata così alta. I soldi per i corsi di recupero, che continuano ad essere obbligatori, sono ormai così pochi che l’anno scorso ci sono stati corsi della durata di tre o quattro ore: palesemente inutili, eppure, se la scuola non li avesse attivati, avrebbe violato la legge. Un’altra conseguenza molto concreta è la presenza di 34 alunni nell’unica classe iniziale del liceo classico. Gli iscritti erano 35, ma nonostante le richieste della scuola la Direzione Regionale non ha consentito l’apertura di due classi, suggerendo invece di “distrarre” alcuni iscritti in altri indirizzi presenti nel liceo (scientifico e linguistico) o in “scuole viciniori” (per il liceo classico è Imperia, a oltre 30 km da Albenga). Non so se la famiglia del trentacinquesimo alunno l’abbia ritirato in extremis scoraggiata dalla situazione logistica, ma non mi stupirebbe.

In che modo l’istituzione scolastica fa fronte a disagi di cui non è, essa stessa, responsabile?

Le scuole cercano di ridurre al minimo i disagi per gli alunni: se le attività funzionano è merito di quei lavoratori che, ad ogni livello (dirigenti, docenti, ATA), sopperiscono alle carenze del sistema, lavorando spesso ben più di quanto previsto dal contratto nazionale.
La vera urgenza della scuola italiana, in realtà, riguarda la situazione edilizia, che però i governi esitano ad affrontare perché richiede forti investimenti; aumentare il numero di alunni per classe, in queste condizioni, costringe le scuole a soluzioni di emergenza: la nostra prima da 34 è stata sistemata in aula magna. Questo è in realtà il culmine di una cronica mancanza di spazi che, negli ultimi anni, aveva visto la succursale (il liceo è su tre plessi, senza contare la palestra) perdere la presidenza e dimezzare biblioteca ed aula magna per ricavare nuove aule.

Anche dal punto di vista didattico una classe così numerosa richiede sforzi particolari, soprattutto perché le classi prime presentano sempre livelli di partenza disomogenei tra gli alunni, che provengono da scuole diverse. La Presidenza ha studiato un sistema per cercare di prevenire i problemi di latino e greco, materie impegnative e d’indirizzo: in due ore settimanali la classe si divide in tre gruppi, ciascuno dei quali seguito da un docente della scuola, per lavorare a gruppi di 11-12 persone. Inizialmente i gruppi sono formati in modo casuale e svolgono lavori analoghi; tra poco, quando saranno emerse le prime difficoltà, i gruppi riuniranno gli allievi con esigenze simili tra loro per svolgere lavori differenziati di recupero o di consolidamento. Speriamo di poter così sopperire sia all’impossibilità di seguire da vicino ogni studente, in una classe tanto affollata, sia alla probabile mancanza di corsi di recupero extracurricolari.
Per quanto concerne i corsi di recupero, infatti, quest’anno le scarse risorse finanziarie saranno presumibilmente conservate per garantire corsi estivi dignitosi; durante l’anno ci sforzeremo di attuare forme di recupero curricolare, anche sfruttando i giorni che in passato usavamo per le gite.

In che cosa lo sciopero delle gite si differenzia dalle altre forme di protesta messe in campo in questi giorni? Perché lo considerate più incisivo?

Innanzitutto, vorrei precisare che questa forma di protesta si sta diffondendo in molte scuole su tutto il territorio nazionale, in parte anche grazie all’opera di informazione e coinvolgimento preparata e realizzata dal nostro istituto, e soprattutto dalla nostra RSU, la prof.ssa Sabina Poggio. L’ultima adesione che ci è pervenuta è dell’Istituto Comprensivo “Cesareo” di Sant’Agata Militello (ME).

L’inutilità dello sciopero tradizionale, che procura disagi lievissimi soprattutto nelle scuole superiori, i cui alunni non hanno di solito bisogno di balie, ci ha indotti a cercare nuove forme di protesta. Il blocco delle gite, che non era la più radicale fra quelle proposte, vuole ottenere due scopi: primo, mostrare in parte come sarebbe la scuola senza il lavoro volontario degli insegnanti (i quali non percepiscono alcuna retribuzione supplementare per le gite, neppure per le ore notturne, a fronte di un’enorme responsabilità civile e penale); secondo, scalfire un giro d’affari di 375 milioni di euro annui - il turismo scolastico - che si regge sulla buona volontà di docenti nelle cui tasche, peraltro, non ne arriva nessuno. Speriamo che agenzie di viaggio, albergatori e altri operatori siano più ascoltati del mondo della scuola. Tengo comunque a ripetere le parole del nostro comunicato stampa: «Non si tratta di una dichiarazione di guerra al mondo del turismo, ma un gesto di disperata domanda di attenzione e considerazione per un bene comune, quale l’istruzione pubblica, da anni sempre più maltrattato e depauperato».

Inoltre, poiché non vogliamo che a rimetterci siano gli studenti, dedicheremo il tempo sottratto alle gite ad attività di recupero che la mancanza di fondi ministeriali impedisce di svolgere in corsi pomeridiani. Gli alunni, mi preme aggiungere, hanno dimostrato molta maturità (più di certi giornalisti o commentatori) nel comprendere le ragioni della protesta ed approvarla, perché si rendono conto che è anzitutto per loro che protestiamo.

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PROTESTA AL «BRUNO» CONTRO I TAGLI ALLA SCUOLA "Sciopero delle gite" anche gli studenti sono d’accordo (La Stampa -giovedi 7/10/2010)

Ringraziamo Stefano Nasi. Domani, come ogni mattina, lo attendono i 34 studenti che compongono la classe prima. Siamo certi che farà il suo dovere – e forse molto più del suo dovere – con tutto l’impegno, l’entusiasmo e la dedizione di cui è capace, a dispetto delle ponderate critiche rivolte alla scuola post-Gelmini. D’altronde, le critiche non sono forse parte di questa dedizione, di questo attaccamento?

Alessandro BOIDI

***

Oltre al link del sito del Liceo “G. Bruno” di Albenga dove troverete già molti altri link relativi a iniziative analoghe di altre scuole, vi segnaliamo per completare la vostra informazione la rassegna stampa quotidiana sulla scuola del sito ministeriale : http://rstampa.istruzione.it/rassegna/rassegna.asp

* Il titolo dell’articolo è stato ispirato da questa citazione di Claude Lévy-Strauss : “Il mondo è cominciato senza l’uomo e finirà senza di lui. Le istituzioni, gli usi e i costumi che per tutta la vita ho catalogato e cercato di comprendere, sono un’efflorescenza passeggera d’una creazione in rapporto alla quale essi non hanno alcun senso, se non forse quello di permettere all’umanità di sostenervi il suo ruolo. (…) Quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso non esiste che in rapporto all’uomo e si confonderanno nel disordine quando egli sarà scomparso. (…) Piuttosto che antropologia, bisognerebbe chiamare «entropologia» questa disciplina destinata a studiare nelle sue manifestazioni più alte, questo processo di disintegrazione.”
(Claude Lévi-Strauss, "Tristes tropiques" [1955], Paris, Presses Pocket, coll. «Terre Humaine/Poche», 1984, p. 496)


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