Altritaliani
Sempre più netta la separazione tra il mondo cattolico e Berlusconi.

Chiesa e potere : Il mondo cattolico e Berlusconi.

mercoledì 25 agosto 2010 di Nicola Guarino

Tira aria di elezioni anticipate. L’Italia e il mondo cattolico appaiono divisi. Dopo l’editoriale su “Famiglia Cristiana” di Don Sciortino, appare insanabile il contrasto tra il “berlusconismo” e i cattolici. Facciamo il punto su Chiesa e potere. Tentiamo un’analisi per capire come si è arrivati a tanto e cerchiamo di capire quali scenari possibili per ricostruire il rapporto tra Chiesa, cattolici e politica.

Sembra sempre più probabile che finita l’estate si vada verso una elezione anticipata.

Questo in conseguenza della crisi interna alla coalizione di governo che contrappone Berlusconi e Fini, questo anche perché appare difficile il raggiungimento di una diversa coalizione politica. Berlusconi vorrebbe convincere dei riottosi UDC di Casini ad entrare in un nuovo governo ma, questa ipotesi non è gradita alla Lega Nord di Bossi il quale per essere chiaro ha dato pubblicamente al leader centrista Casini dello “stronzo” affermando che mai la Lega fara un governo con gli eredi dei democristiani.

Sarebbero elezioni drammatiche per molti motivi. Intanto per la pessima legge elettorale che costringe attualmente gli elettori a non scegliere il candidato preferito delegando ai partiti, sempre più delegittimati, il compito di scegliere i candidati da eleggere. In pratica il popolo non è sovrano, sovrani sono i partiti. In secondo luogo perché è difficile spiegare agli elettori perché, pur essendovi un governo sorretto da una maggioranza schiacciante, questo governo non ha realizzato alcunché e quindi quali sarebbero le possibilità e le garanzie che un nuovo governo possa fare di meglio?

A questo va aggiunto che la mancata riforma della politica ha portato ad una crescente ed insolita, sotto il profilo storico, disaffezione degli elettori dalla partecipazione alla vita politica e finanche al voto.

L’Italia appare un paese sempre più immobile nella sua economia, amareggiato, deluso, diviso. E diviso appare anche il mondo cattolico che costituisce la stragrande maggioranza degli italiani.

Nell’ultimo numero di “Famiglia Cristiana” il direttore del settimanale, don Sciortino, accusa il premier di aver diviso il mondo cattolico. Secca la replica del Popolo della Libertà (partito del premier), per bocca del suo portavoce Cicchitto: “La Famiglia Cristiana è un giornale fazioso al pari dell’Unità e si fa portavoce di una campagna di odio nei confronti del premier”. Dietro all’ennesimo botta e risposta, tra il più popolare dei giornali cattolici e il premier e quindi il governo e il PdL, vi è un logoro rapporto tra Chiesa, cattolici e politica e più particolarmente tra i primi due e il partito di maggioranza.

Un contrasto che si evidenzia su più fronti e temi, a partire da quello su dei valori fondamentali per i cattolici, quali l’accoglienza e la solidarietà, dove da una parte la Chiesa proprio in questi giorni, attraverso il Papa ha indicato con chiarezza la sua contrarietà a norme restrittive e ai respingimenti verso gli immigrati, a volte finanche comunitari come i rumeni, si veda quanto sta avvenendo in Francia e la presa di posizione netta di Benedetto XVI, e quando avviene nella stessa Italia, dove il ministro degli interni, il leghista, Maroni “minaccia” di prendere ad esempio proprio Sarkozy nella lotta all’immigrazione. Lo stesso Don Sciortino, si veda la sua intervista da noi raccolta alcune settimane fa, proprio nel suo ultimo libro: “Anche voi foste stranieri”, esprime con nettezza il suo punto di vista e quello di moltissimi cattolici, indicando una sorta di linea della Chiesa che inequivocabilmente si oppone alle politiche restrittive dell’attuale governo.

Linee, quelle della maggioranza, peraltro non univoche. Uno dei malesseri dell’attuale maggioranza si consuma proprio sul tema dell’immigrazione. Là dove i “finiani” hanno più volte invocato la cittadinanza a favore di quei bambini figli d’immigrati che nascono in Italia ed il voto, almeno alle amministrative, per quegli immigrati che vivono da anni e lavorano (pagando le tasse) nel nostro paese.

In contrasto, la Lega Nord non vuole concessioni per il crescente popolo d’immigranti che arriva nel nostro paese, propone leggi sempre più restrittive, fomenta una cultura della diffidenza verso lo straniero, non è disponibile al riconoscimento di diritti. In mezzo il PdL schiacciato dalla necessità di accontentare i leghisti che sono costantemente in crescita, cercando di liquidare gli immigrati respingendoli sulle coste libiche, consegnandoli ad un destino che spesso è di morte, e al contempo di rassicurare una Chiesa sempre più scontenta e critica.

E’ la conseguenza di un PdL che, ancora una volta, privo di una sua linea politica, privo di valori chiari e certi su questo tema, come su altri, sembra preferire il lasciare le cose come sono, piuttosto che prendere posizione affrontando e regolamentando seriamente il problema. La crisi con i “finiani” ha contribuito a questa lacerazione tra mondo cattolico e governo. Certamente Fini è un laico che anzi in più occasioni, come sui temi etici, si è distinto dalla Chiesa, ma indiscutibilmente il suo elettorato è in buona misura costituito da cattolici, e l’insistere da parte del Presidente della Camera, su temi cari ai cristiani come l’etica nella politica crea imbarazzo all’attuale premier e ai suoi sostenitori, accentuando una linea di differenza all’interno del suo schieramento tra i credenti.

La sensazione è che a differenza che nella prima repubblica, l’attuale partito di maggioranza e di governo non appare affidabile. Non è un caso che dal crollo della prima repubblica la Chiesa dopo aver atteso, per qualche tempo cosa nascesse dalle ceneri del vecchio sistema politico a multipartitismo esasperato, come lo definì Leopoldo Elia, ha capito che non c’era più una forza politica che rispecchiasse pienamente quel sistema di idee e valori che sono espressione della Chiesa di Roma e, pertanto, ha dovuto, sempre più, intervenire sui temi della politica e non solo sui temi della bioetica o dei costumi della società.

Negli ultimi anni i presidenti della Conferenza episcopale italiana (CEI) e i massimi esponenti vaticani da Ruini a Bertone sono a più riprese intervenuti con espliciti richiami alla politica su temi come l’emigrazione, ma anche il lavoro, la sicurezza sul lavoro, la scuola, l’economia, la disoccupazione e il precariato, senza contare i citati interventi sui sensibili temi etici.

Tutto questo perché la fine della DC e del suo sistema di governo ha evidenziato come la Chiesa non avesse più una voce, seppure laica, in politica.

Paradossalmente, prima era ben raro un intervento diretto ecclesiastico sulla politica italiana, si possono ricordare, a parte le folcloristiche e stigmatizzabili interventi nel dopoguerra contro il PCI, in un’Italia rurale e in gran parte analfabeta, di eclatanti interventi politici si ricordano solo due discese in campo (entrambe sfortunate) in occasione dei due referendum sul divorzio e sull’aborto, ma parliamo di argomenti su cui la Chiesa obbiettivamente non poteva essere agnostica.

La vecchia DC (Democrazia Cristiana) pur ponendosi come forza laica e cattolica e quindi non come una diretta espressione della Chiesa, aveva una comunanza di idee, valori e direi linguaggio con il Vaticano e con il mondo dei moderati cattolici. Una sintonia non più riscontrabile con Berlusconi, il suo sistema di valori (ma sarebbe più onesto parlare di disvalori), il suo programma, le sue idee e finanche il suo linguaggio.

La campagna elettorale sistematica e a tempo indeterminato (in Italia sono quasi venti anni che siamo in campagna elettorale), i toni aggressivi e i linguaggi da glamour, da giornali people che hanno caratterizzato gli ultimi due decenni mal conciliano con una tradizione della politica cattolica incentrata su toni sommessi, su linguaggi spesso richiamanti la pietà per i deboli, la solidarietà, o il forte richiamo alle radici della famiglia, sembrano molto lontani dal rampantismo berlusconiano, dalla sfrontatezza di molte dichiarazioni che con faciloneria vengono poi smentite, dai toni sprezzanti e delegittimanti con cui la maggioranza reagisce a qualsivoglia appunto gli venga mosso sia in sede europea che dalle opposizioni e finanche da occasionali dissidenti interni. Anche occasioni di sollievo e felicità, come la consegna delle case ai terremotati d’Abruzzo, ad esempio, divengono occasioni di spot propagandistici degni delle pubblicità per supermercati, un tono e dei contenuti ben differenti da quelli della politica che fu.

La laicità della DC era garanzia contro quei tentativi fondamentalisti che in altre culture (si veda l’Iran) consentono la costituzione di veri e propri partiti di dio. Una laicità dialogante, attenta alla parola della Chiesa ma ferma nel mantenere quale presupposto per qualsivoglia dialogo, quella Costituzione nata dalla resistenza e dalla liberazione dal fascismo e frutto di diverse correnti di pensiero riassumibili nel pensiero laico-liberale, cattolico e socialista-comunista. Una Costituzione condivisa, certamente frutto di un’elaborata mediazione ma dai principi (pochi) chiari e solidi.

Una costituzione che l’attuale premier ha definito in queste ore un inutile formalismo e che nel caotico clima da bagarre dell’attuale politica, ove fosse abbandonata rischierebbe davvero di far saltare il tavolo e di determinare inquietanti e poco piacevoli scenari per il nostro futuro. Proprio la Costituzione costituiva la premessa per la legittimazione tra le forze politiche che pur nella loro conflittualità non potevano che riconoscersi e dialogare. Berlusconi e il berlusconismo nel loro processo di attacco alle istituzioni e finanche alla Carta Costituzionale hanno finito per distruggere questo necessario presupposto alla legittimazione dell’avversario, inscenando una lotta di tutti contro tutti, un clima, l’abbiamo detto di continuo conflitto, una sorta di permanente campagna elettorale che non produce nulla per il bene del paese.

Due mondi che appaiono quindi lontanissimi. Cerchiamo di analizzarli evidenziando le differenze che vi sono, che non sono poche ma che, soprattutto non si limitano a delle sfumature. Evidentemente, dal suo punto di vista la Chiesa pone al centro della sua dottrina l’uomo e la cristianità, si può discutere e dissentire con l’attuale conduzione vaticana del “conservatore” Benedetto XVI, ma nel dna della Chiesa, l’attenzione agli uomini e alla famiglia come naturale base della società è fortissima. E’ evidente che la Chiesa nella sua universalità sia attenta ancor più verso quelle popolazioni del terzo mondo o del secondo mondo spinte dal bisogno verso nuove frontiere e che pur vittime di una crisi economica globale, mantengono solide le radici della famiglia quale presupposto passato e futuro della società.

La discriminazione sociale quando non etnica o razziale non è pertanto ammissibile per la Chiesa, la quale, lungi dal richiedere, ad esempio, un’accoglienza tout court (la religione cattolica è pur sempre fondata anche sulla pratica della vita), chiede regole che consentano di vedere negli immigrati non solo un problema ma un’opportunità. Certamente la DC avrebbe regolato diversamente il tema non fomentando egoismi e paure ma puntando ad un graduale inserimento degli stranieri nel nostro paese. Avrebbe mostrato, almeno formalmente, il volto cristiano della solidarietà e carità e al contempo il severo volto delle regole certe e chiare, imponendo a chi arriva di farsi carico delle leggi e delle regole di costume del nostro paese. Del resto, la DC poteva ben comprendere lo stato d’animo degli emigranti, avendo incoraggiato nel dopoguerra (regolamentandolo male nell’ansia di ridurre la povertà del paese appena uscito dalla guerra) l’emigrazione all’estero, in Svizzera, Belgio, in America. Cambiati i tempi e, magari anche per una evidente riconoscenza verso quei paesi che contraddittoriamente e non sempre efficacemente avevano pur sempre affrontato l’immigrazione italiana, si sarebbe attivata, con le altre forze politiche, non senza conflitti e divergenze, per un’accoglienza graduale, regolata e solidale.

Finita la prima repubblica e in attesa che rinasca la politica, quella non urlata e agitata, ma quella meditata e costruttiva, i governi che dal 1994 ad oggi hanno affrontato il tema, l’anno affrontato di malavoglia, desiderosi di non guardare alla realtà della globalizzazione. Qui la responsabilità di Berlusconi non può che essere predominante e a nulla serve chiamare in causa Prodi che ha troppo poco governato per poter essere ritenuto correo.

Vengono fuori tutte le contraddizioni di forze che non hanno un’anima politica ma che si affidano a colpi di mano, a tatticismi, privi di una strategia e che in definitiva, privi di veri statisti, inseguono ciascuno un proprio misero progetto, quando non un proprio misero tornaconto. L’ipocrisia dell’attuale politica fa incenerire l’ipocrisia dei governi della prima repubblica (che non era poca). Si assiste ad un Berlusconi che nei giorni pari piange sulla sorte dei disperati che arrivano a Lampedusa dopo viaggi terribili e disumani, magari avendo perso in mare figli, mogli, padri; nei giorni dispari invece, dichiara che gli immigrati sono naturalmente predisposti a delinquere e che vengono in Italia per rubare ed uccidere (le parole non sono queste ma la sostanza si).

La Lega Nord assume la croce come simbolo (loro sono i crociati) salvo poi attaccare la Chiesa non appena osa interviene in favore dei poveri immigrati che sfuggono alla guerra e alla fame. Non vogliono le moschee perche loro conoscono solo il dio cristiano, ma quando l’apostolo di Roma, colui che parla in nome del Padre, dice che bisogna accogliere e aiutare gli immigrati, nella migliore delle ipotesi divengono sordi.

Una doppiezza politica, un dualismo schizofrenico, che crea disagio nei cattolici, disagio raccolto e raccontato dalla stampa cattolica; Avvenire e Famiglia Cristiana in primis.

L’insistente richiamo di questa stampa ai ricordati valori etici della cristianità, innervosisce una politica di governo priva di progetto e d’ideali che reagisce con la propria stampa che un tempo si sarebbe definita di regime. Il Giornale di Feltri e Berlusconi e Libero, grosso modo.

Il caso Boffo è emblematico, ora si aspetta di capire quale sarà la sorte di Don Sciortino, perché perfettamente in linea con il berlusconismo, questi giornali non parlano dell’Italia o dei problemi del mondo, ma in prima pagina si occupano dei gusti sessuali dell’ex direttore dell’Avvenire, come oggi che Fini è il “nuovo nemico” della casa Berlusconi, si occupano dei più o meno chiari acquisti immobiliari della moglie del Presidente della Camera, argomenti di assoluto interesse per la collettività.

La Chiesa ha una sua storica coerenza con cui deve fare i conti e data la sua presenza sul territorio, non può tacere di fronte all’esuberanze del “berlusconismo”. E’ del tutto evidente che per la Chiesa l’esempio è un valore importante, un metodo da perseguire per mantenere una collettività su una giusta linea di principi. Orbene l’attuale governo non fornisce esempi illuminanti. L’attività di un governo che pur avendo la più grande maggioranza che si ricordi nella storia d’Italia non è stato capace di fare nessuna delle necessarie riforme del paese è emblematico.

Un paese immobile dal punto di vista economico, che non ha più da venti anni una crescita significativa, che vede in grave rischio l’occupazione, che se riduce sensibilmente la disoccupazione e solo grazie ad una devastante precarizzazione del mondo del lavoro, che non fa alcune politica per le famiglie, paradossalmente si è evitata la crescita zero delle natalità grazie all’immigrazione (spesso portatrice di quei valori familiari di cui sopra ampiamente in crisi presso gli italiani indigeni), che non è capace pur avendo riscosso indubbi successi nella lotta alla criminalità organizzata a sentirsi degna di presenziare alle manifestazioni in ricordo di Borsellino o di Falcone, solo per citare alcuni esempi.

L’esempio appunto. Il clientelismo, la corruzione, le mazzette erano una costante anche della vecchia politica, quella che per estrema sintesi chiamiamo della prima repubblica, ma il malcostume introdotto dal “berlusconismo” non ha paragoni. Si va da donne da calendari che divengono ministri, al politico corrotto che viene fatto ministro per farlo godere dell’immunità facendolo così sfuggire ai rigori della della giustizia, dal ministro che si fa comprare la casa di fronte al Colosseo da un equivoco imprenditore colluso al malaffare, al premier che fa festini con prostitute, invitando suoi amici con cui intrattiene affari e politica. Dalle leggi ad personam, agli attacchi alle istituzioni della Repubblica, fino alla recente svalutazione dei valori impressi nella nostra Carta Costituzionale.

Esempi appunto. Esempi che non sono graditi alla Chiesa ma credo non siano graditi alla comunità cristiana di cui quei giornali sono interpreti. “Il partito dell’amore” come definì Berlusconi il PdL, appare un partito arrogante, privo di valori, mosso da una continua aggressività nei confronti degli oppositori interni od esterni, chiuso tra interessi particolari ed ipocrisie, privo di progetti e del benché minimo interesse per le sorti morali e materiali del paese. A tal punto, che una parte di quel partito dell’amore (i finiani) a nemmeno un anno dalla nascita del partito stesso, ha sentito il bisogno di fare gruppi parlamentari diversi, di distinguersi e medita finanche di fare una scissione e costituire un nuovo partito. Ecco quindi che la discesa in campo di Berlusconi, in quel lontano 1994 non appare come la garanzia di salvaguardia di quei valori e di quel linguaggio politico che fu della DC, ma piuttosto come la nascita di un nuovo modello politico, il partito-azienda, che guarda alla società italiana come un’azienda e non come un paese da regolamentare per favorirne le diverse capacità e potenzialità. Un partito azienda che non ha bisogno di dialettica, di maturare confronti e posizioni di costruire un pensiero politico che abbia respiro per il futuro ma che si limita agli interessi del suo azionista di maggioranza che ne è il proprietario. Un partito che non conosce congressi territoriali o nazionali, ma il cui capo detta giorno per giorno secondo le sue necessità, l’agenda politica.

La Chiesa e Don Sciortino questo rimproverano. Il mondo cattolico grazie a questa “antipolitica” ne esce drammaticamente diviso. Una Chiesa, retta da un Papa difensivista, incapace di parlare fuori dal coro dei cattolici, spesso incapace di promuovere, senza gaffe ed inopportunità, quel dialogo interreligioso che i suoi predecessori da Giovanni XXIII avevano garantito. Questa Chiesa si trova oggi, a dover fare i conti con un mondo cattolico italiano in crisi e diviso. Le contraddizioni palesi sono state vissute ed in parte risolte anche dai cattolici nel PD con la fuoriuscita logica della fondamentalista Binetti da un mondo politico che la rigettava come un corpo estraneo, ma le maggiori contraddizioni sono avvertite con la destra e particolarmente con il PdL, se è vero come è vero che con la Lega concretamente non esiste dialogo, la Lega, del resto, nelle sue logiche xenofobe, adotta solo strumentalmente quella croce per opporsi alla crescita islamica nel paese.

Il “berlusconismo” pone al centro l’individuo, si badi ho detto l’individuo e non l’uomo, in quest’ultimo si intravede una persona che dialoga e si rapporta all’umanità di cui è parte, principalmente come soggetto che costruisce la famiglia, che poi si apre attraverso gli amici e il lavoro alla collettività e quindi alla società in cui vive (città) e ai contesti sempre più ampi che la comprendono, paese, continente, mondo. L’individuo nel berlusconismo è invece una monade, in senso pitagorico un’entità numerica che vive in funzione di se stessa e i suoi bisogni sono coincidenti con altri individui in un rapporto di forza dove ciascuno cerca non di condividere e relazionarsi ma di prevalere.

Per conquistare potere e quindi una maggiore capacità di consumo che corrisponde ad una maggiore capacità di potere e quindi di consumo. Il ciclo vitale del berlusconismo esclude i rischi della relazione, ponendo ogni relazione sul piano di una finzione mirante all’unico scopo del proprio egoistico ed egocentrico interesse. Cosa è prelevante? Il mio interesse, questo coincide a volte in primo luogo con l’interesse della mia classe o casta in tesa in senso lato. Se si conquista potere è possibile favorire anche altri allo scopo comunque di rafforzare il proprio potere. Questo modello è proponibile in ogni contesto sociale, ma irrimediabilmente fomenta lo scoraggiamento nelle relazioni sociali ed un costante chiudersi nella propria vita e nei propri interessi che kafkianamente diventano il motivo ultimo della vita. In realtà lo scopo ultimo della vita diviene il consumo, strumento base per costruire l’immagine del potere stesso. Ho quindi sono.

L’immagine, nel berlusconismo, diviene una delle ragioni principali dell’esistenza. Lo stesso premier tende a dare l’immagine come soggetto/oggetto del consumo un valore immenso. Bisogna essere giovani, ecco Berlusconi con gagliarde magliette o pronto a ricevere il premier inglese con una bandana in testa, eccolo snocciolare i suoi successi su donne giovani ed avvenenti (non importa se prostitute o in politica). Le veline, le ragazze immagine, sono tutte creature mediatiche del berlusconismo ed esprimono la visione filosofica più o meno consapevole che il berlusconismo ha della donna come persona.

Se si andasse a fare uno studio sul linguaggio del berlusconismo (non è escluso che lo proporremo), probabilmente andremmo a scoprire che tra le parole più di moda non ricorrono più termini come solidarietà, pietà, carità, altruismo, partecipazione, ecc. ma verbi come riuscire, arrivare, creare nel senso di produrre. Verbi che indicano la dinamicità l’azione. La riflessione, la contemplazione non sono di questo mondo. In realtà il modello di successo è quello del farsela da sé, anche se come abbia fatto a costruire il suo impero il capo, è materia ancora oscura, ad ogni costo, con qualunque alleanza, con un sommo egoismo, infischiandosene delle regole (del resto se la Costituzione è un formalismo figuratevi le regole), avendo un rampante arrivismo, un’evidente ipocrisia per portare avanti relazioni che hanno un solo scopo il proprio interesse. Essere vincenti e possibilmente superficiali.

Insomma, si esplicita tutta una serie di disvalori che hanno portato a dividere il paese, a mettere uno contro l’altro i lavoratori, i cittadini, le famiglie, con la conseguenza di costruire una società che se è ferma, è anche però litigiosa, rancorosa, priva di prospettive, dove figli spesso più che maturi non possono rivolgersi allo Stato, alla società per il loro futuro ma alle famiglie d’origine che disperatamente sostengono una generazione e più di cittadini che appaiono senza futuro.

La divisione del mondo cattolico ha dei riflessi terribili su tutta la società italiana. Questo perché quei valori cattolici in buona misura, come detto, rappresentati dalla DC erano valori, tuttavia condivisi anche dagli elettori degli altri partiti da destra fino alla sinistra PCI (Partito Comunista Italiano) incluso. Vi erano, infatti, molte madri e padri cattolici che si ritrovavano nel partito che fu di Togliatti e Berlinguer.

La divisione tra i cattolici lamentata da Famiglia Cristiana, appare quindi come una divisione non tra i partiti ma tra i cattolici. Posso aggiungere che questa è l’espressione più grande, ma non la sola dell’effetto Berlusconi, quello di aver diviso il paese, non solo nella sua geopolitica con un Nord relativamente ancora forte ed un sud ormai abbandonato alla deriva (e questo grazie alla Lega Nord), ma diviso anche all’interno delle sue comunità, sostituendo una partecipazione politica e popolare, ad un comodo populismo, fatto d’individui soli a cospetto di un’immagine drogata del mondo che non corrisponde alla realtà dei fatti.

L’illusione semplificatoria che nel 2000 si possa avere una politica retta da un uomo solo che, una sera dal predellino di un’auto annuncia la nascita del Popolo delle o della Libertà potrebbe essere di una commovente ingenuità se non fosse drammatico che un paese dalla illustre storia come il nostro debba oggi celebrare questi fasti. I fatti dimostrano come la più grande maggioranza di governo della storia della repubblica sia stata impegnata fino ad oggi solo ad occuparsi di leggi che salvassero il premier, di cercare accordi al proprio interno per mantenere la coalizione, con i giornali governativi a parlare di un’Italia che non c’è.

Tutto questo dimostra la distanza tra la politica e il paese reale, una paese che soffre inascoltato, che assiste al banchetto di un potere che si auto logora nel suo disperato individualismo che se è stata la caratteristica principale del berlusconismo ne anche il suo motivo di crisi, una crisi irreversibile.

(nelle foto dall’alto in basso: Berlusconi, Don Sciortino, Fini, Monsignor Bertone, un santino di Cristo, due veline della Mediaset, De Gasperi)

Nicola Guarino


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