Altritaliani

Nati sotto Saturno: Tutti folli ? Elogio della normalità

lunedì 9 agosto 2010 di Ester Stocco

Il fallimentare bilancio della legge 180, negazione della malattia mentale. Interviene sul nostro mensile Ester Stocco, psichiatra psicoterapeuta, Dipartimento salute mentale (DSM) Az. U.S.L.Rm/D Roma. Un articolo destinato a suscitare polemiche. Polemicamente ci si chiede quale fu il ruolo di Basaglia nella nascita della legge 180. Le discutibili mosse di colui che è ricordato da tutti come il padre della nuova (anti)psichiatria.

Follia e inconscio spesso sono usati come sinonimi quando si vuole indicare quella realtà mentale umana che si ritiene ancora fondamentalmente sconosciuta, incomprensibile e per questo inquietante.

Non è stato sempre così perché già nell’antica Grecia il termine follia ha un duplice significato: da una lato indica la malattia mentale propriamente detta, perlopiù inviata dagli dei, dall’altro indica la capacità di “vedere di più” che sta alla base del potere divinatorio degli oracoli, e si aggiunge alle qualità della coscienza nei grandi uomini. Per lungo tempo “follia” e coscienza coesistono e non vengono contrapposte, fino a quando intorno al VI sec. a.c. la filosofia greca codifica il dualismo tra ciò che è coscienza - ragione - logos, e ciò che non lo è.

Sarebbe qui troppo lungo esaminare il percorso storico di questa realtà umana definita “non ragione”, basterà accennare che, nei secoli, il termine “follia” indicherà solo la malattia mentale, il “non cosciente” verrà indicato prima con il termine “irrazionale” e successivamente come “inconscio”, tutti con un’accezione sempre più negativa significando qualcosa di sempre più oscuro, inconoscibile, che è minaccia all’integrità della coscienza. Perdere la coscienza è perdere la ragione ovvero la possibilità di conoscenza, è ammalarsi di follia, cadere vittime di quell’inconscio che Freud definisce ormai come sintomo e che, lui dice, dovrà aspettare la scoperta di un farmaco che lo curi.

Alla fine del diciannovesimo secolo, per la psicoanalisi, follia e inconscio diventano sinonimi, la perdita del senno e il non cosciente coincidono: associati al genio, all’artista e alla loro sregolatezza, continuano ad essere sconosciuti e inesplorabili, diventano quell’ospite segreto nascosto nelle profondità della mente che accomuna tutti gli uomini nel pericolo di perdere la rotta.

Cento anni dopo siamo diventati tutti un po’ folli. Filosofi, psicoanalisti, psichiatri, tutti tolleranti e democratici, si danno la mano nel teorizzare che follia e inconscio sono una dimensione comune a tutti, che tutti, dunque, siamo malati.

Non è importante quindi cercare di conoscere e comprendere questa nostra “follia”, importante è accettarla, non rinchiuderla, tenerla a bada; quando poi si spalanca la stiva, quando l’ospite viene fuori, monstrum fascinans et tremendum, gli psicofarmaci placheranno la bestia, e la giustizia eventualmente farà il suo corso.

Con questa ideologia di base il Movimento di Psichiatria Democratica si oppose nei primi mesi del 1978 all’approvazione della legge 180/78.

Attribuire quindi a Franco Basaglia la paternità della legge è storicamente sbagliato, è un errore storico reso possibile dal fatto che tutta l’informazione di ogni matrice politica, enfatizza fin da subito il solo aspetto anti istituzionale della legge: la chiusura degli ospedali psichiatrici.

In realtà il divieto del ricovero in manicomio, repentinamente sancito dalla legge, ha fondamentali motivi economici; gli ospedali psichiatrici ormai troppo costosi per rientrare nel nuovo piano di riforma del servizio sanitario nazionale vengono chiusi non ipotizzandosi alcuna possibilità di una loro riforma.

Il 13 maggio 1978 fu promulgata la legge di riforma psichiatrica con la quasi totalità dei voti dell’arco parlamentare e solo il MSI (Movimento Sociale Italiano) si astenne. E’ stata una legge voluta da tutte le forze politiche e sindacali ma anche da tutti i rappresentanti della psichiatria italiana che da anni chiedevano una riforma degli ospedali psichiatrici (molti dei quali erano divenuti dei veri e propri lager).
Il Movimento di Psichiatria Democratica era contrario alla legge.
Diventa così necessaria una delicata e attenta mediazione condotta dal relatore di maggioranza l’on. Orsini con Franco Basaglia che rappresentava il Movimento di Psichiatria Democratica, contrario all’istituzione dei reparti di Diagnosi e Cura e al Trattamento Sanitario Obbligatorio.

Stranamente, però, la legge 180, dopo la sua entrata in vigore, viene rivendicata proprio da Psichiatria Democratica e da Franco Basaglia che ne esaltano l’aspetto anti istituzionale. La 180 che ha sancito la chiusura degli ospedali psichiatrici e dato diritti e dignità ai malati psichiatrici, ha però alle spalle un lungo e complesso movimento sindacale molto attivo, l’AMOPI, e una storia che inizia già nei primi anni sessanta con le esperienze psichiatriche alternative di numerose città del centro - nord.

Negli ospedali psichiatrici di Padova, Varese, Ferrara, Milano, Nocera, Perugia, Gorizia e tanti altri già da anni si lavora intensamente dimostrando la possibilità di una diversa gestione e cura della malattia mentale ed i positivi effetti del reinserimento dei malati nella società.
L’esperienza maturata a Gorizia, divenuta famosa dopo la pubblicazione de “l’istituzione negata” nel 1968, con i dibattiti e le esperienze che ne seguirono, sono per Basaglia la conferma dell’importanza della denuncia dell’istituzionalizzazione come meccanismo patogeno in quanto causa di perdita della libertà e dignità dei ricoverati. Basaglia abbandona il suo primo interesse per la fenomenologia e l’antropoanalisi di Binswanger ritenendo necessario e urgente combattere quella malattia determinata dall’istituzionalizzazione che Goffman aveva evidenziato nel suo Asylums. Ispirandosi al Foucoult de “La storia della follia”, accoglie i concetti di grande internamento e l’interpretazione storica della psichiatria come strumento del potere, di controllo sociale e di difesa della ragione. Per Basaglia il malato di mente, alla stregua dell’operaio, è vittima di uno stesso sistema autoritario e violento, rappresentato dalla psichiatria e dagli ospedali psichiatrici per il primo, dal capitalismo e dalle condizioni di vita nella fabbrica per il secondo. Bastava dunque eliminare dalla società tutti quegli ostacoli politici, economici, sociali che conducono all’esclusione, all’oppressione, per eliminare la malattia mentale. In un talk show televisivo del 1978, Basaglia afferma con decisione che tutta la psichiatria che gli avevano insegnato all’Università “non era vera”. Alla negazione della psichiatria clinica ne segue in conseguenza il prevalere della sociologia e dell’impegno sociopolitico centrati sul concetto di libertà e di liberalizzazione dell’individuo.

Ma la libertà fine a se stessa, anche in questo caso come per il movimento del sessantotto, è risultata fallimentare. All’immagine del paziente che cammina senza posa nei corridoi dell’ospedale psichiatrico si sostituisce quella del suo girare in tondo tra i vari servizi dell’attuale dipartimento di salute mentale. Non è cambiata però la sua condizione di malattia e isolamento.

Basaglia, quindi, non ha liberato i folli così come non ha fatto nessuna originale ricerca sulla follia. Incapace di critica nei confronti della filosofia della ragione, egli distrugge solo la psichiatria e in nome di una libertà generica e vuota demolisce non le mura del manicomio ma quel poco di intenzione di cura che allora si stava formando.
Solo apparentemente più tollerante dei filosofi a cui si ispira, Foucoult, Sartre, Heidegger, propone il suo concetto di follia che disgrega l’identità psichiatrica per enunciare una definizione di malattia mentale come “contraddizione sociale”. Questa definizione però ha in sè l’impossibilità di ogni conoscenza e cura.

Le conseguenze di questa impostazione di pensiero sono drammaticamente visibili. Psichiatri anche illustri affermano con disinvoltura che la follia, essendo presente in tutti noi, può esplodere in ogni momento e trasformare chiunque in un pazzo e feroce omicida.
Gli episodi di “follia” riportati dai mass media sono sempre più frequenti e numerosi, e gli autori, dopo anni di carcere e riabilitati magari per “buona condotta”, ripetono lo stesso identico delitto.
Per Franco Basaglia però quell’omicida non è più malato degli altri!

Ribellarsi a questo negazione della malattia “richiede indubbiamente coraggio”, quello necessario per andare controcorrente a cercare nel “non cosciente” la possibilità di conoscenza.
Richiede l’intelligenza di pensare che questa realtà ha una sua fisiologia, una sua patologia e per questo una sua cura.
Occorre riconoscere che fisiologia, patologia e cura appartengono alla medicina e al medico più che alla sociologia e al sociologo.

Ester Stocco

N.d.r. Tutte le illustrazioni dell’articolo sono quadri del pittore francese Gérard Garouste, autore per altro del libro "L’Intranquille, autoportrait d’un fils, d’un peintre, d’un fou" (L’intranquillo, autoritratto di un figlio, di un pittore, di un pazzo), Ed. L’Iconoclaste, Parigi, 2009.


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