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Società

Italia, il Paese di Vergogna. Intervista a Marco Belpoliti.

venerdì 16 luglio 2010 di Francesca Sensini

Dalla cronaca alla storia, passando per la filosofia e la geografia, il percorso letterario e saggistico con cui Marco Belpoliti racconta nel suo ultimo libro di una società italiana, anzi di una società ormai globalizzata “Senza Vergogna”. Dall’arte alla politica sembra scomparso l’antidoto all’esibizionismo. Ne abbiamo discusso con lui.

«La vergogna non c’è più. Quel sentimento che ci suggerisce di provare un turbamento, oppure un senso d’indegnità di fronte alle conseguenze di una nostra frase o azione, che c’induce a chinare il capo, abbassare gli occhi, evitare lo sguardo dell’altro, a farci piccoli e timorosi, sembra scomparso. Oggi la vergogna, ma anche il pudore, suo fratello gemello, non costituisce più un freno al trionfo dell’esibizionismo, al voyeurismo, sia tra la gente comune come tra le classi dirigenti - scrive Belpoliti.

Strettamente connessa alla nozione di rispetto e timore (it. vergogna, spag. verguenza < lat. vereor), di nascondimento (ingl. shame < * kam/kem “nascondersi”), di disprezzo e disonore (fr. honte, it. onta, termini derivati dalle lingue germaniche), la vergogna è un’emozione sociale e dipende dal significato che si attribuisce alla realtà cui si sta di fronte: se la società cui si appartiene condanna moralmente una determinata azione, l’individuo che la compie è portato a provare vergogna di fronte allo sguardo dell’altro.

Nel suo ultimo saggio, “Senza vergogna” [1] Marco Belpoliti muove alla verifica della sopravvivenza e delle trasformazioni di questo sentimento che, come il titolo stesso lascia chiaramente intendere, sembrerebbe inesorabilmente destinato all’estinzione.

Partendo dunque da un’ipotesi - “la vergogna non c’è più” - l’autore intraprende un viaggio nelle “regioni del Paese di Vergogna”, che diventano altrettanti “scenari” di uno stesso racconto: luoghi geografici e letterari dove si svolge la vicenda diacronica e sincronica di questo sentimento e dove, insieme, si dipanano e si intrecciano le riflessioni di scrittori e filosofi su questo tema. Significativamente, è la cronaca socio-politica italiana ad aprire e chiudere gli “scenari” del saggio:
Casoria, nel napoletano, luogo della festa di compleanno di una ragazza di diciotto anni e teatro dell’apparizione del Presidente del Consiglio italiano in veste di “papi”, e Milano, dove il 13 dicembre 2009 “il corpo mortale del Capo”, viene sfregiato dal lancio di una statuetta del Duomo e nello stesso tempo esibito dalla vittima stessa, senza alcuna vergogna, allo sguardo del pubblico.
L’Italia diventa dunque uno scenario privilegiato, una cornice che permette di osservare e comprendere meglio una società globale dove la vergogna appare sempre più “senza vergogna”.
L’autore ci fornisce materiale di riflessione e strumenti interpretativi di cui armare il nostro sguardo di fronte a uno spettacolo in cui noi siamo, ad un tempo, spettatori e attori, attoniti, discreti, blasés, invidiosi o senza più alcuna ombra di vergogna.

Francesca Sensini : Come si comprende chiaramente nel suo saggio, la vergogna è un sentimento sociale e relazionale che ci rende trasparenti agli altri, oggetto della loro visione. Come mai, nella moltiplicazione di specchi che ci rinviano continuamente la nostra immagine, la vergogna non è un’emozione attuale?

Marco Belpoliti : Perché troppo onerosa in termini psicologici, troppo pesante e ingombrante, la vergogna blocca. Il senso di colpa no. La vergogna è fonte di suicidio. Ma la vergogna non è scomparsa, è solo sommersa, sta sottotraccia. Si tratta di ritrovarla, scavando.

F.S.- Qual’è il rapporto tra la perdita di valore della vergogna e l’idealizzazione del banale e dell’insignificante che è propria della società contemporanea?

M.P.- Il banale e l’insignificante sono leggeri, poco ingombranti, light, senza zuccheri e senza acidi. Per questo funzionano. In una società che ha inventato la Coca Cola Zero, la vergogna imbarazza, disturba, ferisce. Quindi viviamo in leggerezza, che è meglio, ci dicono i mass media. Oppure, trasformiamo i sentimenti in rituali apotropaici, in recite, buone per la posta del cuore.

F.S.- Qual’è il rapporto tra vita pubblica e vita privata dell’individuo e la scomparsa di quella che gli psicologi definiscono “vergogna morale”?

M.P.- La fine della separazione tra pubblico e privato è la fonte prima della vita quotidiana come "rappresentazione". Dopo il mito romantico della sincerità, spontaneità, dopo l’idealità dei sentimenti "folli" delle avanguardie e del surrealismo, tutto è rifluito dentro un contenitore a tenuta stagna: i sentimenti vanno bene fino a che non devastano. Questo perché è utile alla produzione e riproduzione della vita, il vero bene di consumo attuale.

F.S.- In che senso la vergogna contemporanea consisterebbe nel “fallimento della propria esibizione”?

M.P.- È la vergogna di pelle, naturalmente. Se non si ha successo, si non si è "qualcuno", ci si vergogna. Ma non significa che questa vergogna sia di tipo morale, implichi un lavoro su di sé. Questo è il tema principale del cinismo di Warhol, anche se nella sua arte c’è molto altro.

F.S.- Nella pagina finale del capitolo dedicato allo “scenario” della prigione di Abu Ghraib in Iraq, si legge che “i ragazzi e le ragazze spediti in Iraq, fotografi dilettanti [...] sono banali ed insieme estremistici, dotati di quel particolare estremismo che è proprio delle persone prive di vergogna. Può spiegarci meglio in cosa consiste questo “particolare estremismo” di chi è senza vergogna?

M.P.- E’ quello della violenza gratuita. Basta rivedersi "Arancia meccanica" di Kubrick, lì c’è già tutto: il branco, la mancanza di pudore, la bravata, la mancanza di senso del limite, l’autocelebrazione, la sessualità e la violenza, la violenza e l’estetica, il banale, ecc.

F.S.- Gli anni ’80 furono quelli del craxismo e gli anni a cavallo del nuovo millenio sono detti del berlusconismo, pare a lei che sul tema della assenza di vergogna vi siano delle assonanze tra questi due periodi storici? C’è un motivo sociologico o politico che può spiegare questa similitudine?"

M.P.- E’ un discorso lungo, su cui voglio tornare con un altro scritto, e su cui sto lavorando. La connessione tra sentimenti e storia è ancora da esplorare. Certo che Craxi è il senza vergogna in politica e Berlusconi nel campo del costume, ma poi entra in politica...è ancora politica o cosa è?

F.S.- La vergogna morale, positiva, che funziona come sentimento che ci autoregola e che ci rende prossimi a noi stessi, come sottolinea Giorgio Agamben, che lei cita, può in qualche modo sopravvivere al narcisismo patologico, carico d’angoscia, del nostro tempo? Come la possiamo preservare?

M.P.- Vergognandoci. Senza temere questo sentimento, pur sapendo che è il più divorante e terribile dei sentimenti umani.

Intervista di Francesca Sensini

Logo dell’articolo : Franz Kafka da Andy Warhol.

[1Marco Belpoliti, “Senza Vergogna”, Parma, Guanda 2010


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