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Altritaliani

Franco Basaglia e la rivoluzione psichiatrica italiana

martedì 29 giugno 2010 di Andrea Piazzi

Nell’ambito del nostro mensile "Nati sotto Saturno", ecco il contributo dello psichiatra Andrea Piazzi dell’Ospedale di Tivoli che mette in evidenza i limiti e soprattutto alcune grosse non verità su una legge, la 180/78, fatta passare come ’rivoluzionaria’ nell’immaginario collettivo e divenuta con il tempo poco più che un feticcio.
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Sono trascorsi più di trent’anni dalla approvazione della legge 180 avvenuta in un momento tra i più bui della nostra storia repubblicana, il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Era il 1978 ed eravamo in pieno compromesso storico con il Governo di solidarietà nazionale diretto dal Dc Giulio Andreotti, che si oppose, in nome della ’fermezza’, a qualsiasi ipotesi di trattativa per liberare Moro. Nonostante il tempo trascorso, i mille cambiamenti intervenuti, le politiche e i contesti sociali totalmente mutati, continua a essere proposta una mitologia dei fatti e dei personaggi che parteciparono alla rivoluzione psichiatrica italiana.

Senza nulla togliere al protagonista di quelle battaglie, Franco Basaglia, appare parziale e scorretto mostrare al pubblico una immagine della storia che poco corrisponde ai fatti e che non favorisce ne la verità ne la conoscenza. E’ ingiusto verso la persona stessa di Basaglia che non ha ancora acquisito la sua verità storica, non è onesto per i tanti altri protagonisti che in quella indispensabile battaglia spesero il loro impegno. Peraltro il risultato che ne deriva propone una immagine della psichiatria anti-istituzionale che non corrisponde affatto alla realtà.
Forse allora occorre in prima istanza raccontare i fatti che sono stati sempre taciuti e che danno all’avvenimento la sua giusta collocazione storica.

Al termine della seconda guerra mondiale l’Italia devastata, ricostruiva oltre le sue case e le sue istituzioni, anche una etica delle relazioni sociali che il fascismo aveva distrutto, tra queste la nuova costituzione riconosceva tra i diritti di ogni individuo all’articolo 13 la tutela della libertà personale, all’articolo 24 il diritto ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e all’articolo 32 la tutela della salute come fondamentale diritto dell’individuo e stabiliva che non si può essere obbligati ad un determinato trattamento sanitario.

Questi diritti riconosciuti per ogni cittadino si fermavano sulla soglia degli ospedali psichiatrici perché questi erano regolati da una legge ormai superatissima del 1904 che era stata concepita con l’intenzione di salvaguardare l’ordine pubblico e molto meno con l’intenzione di curare i malati.

Armonizzare le regole legislative con la costituzione repubblicana avrebbe dovuto essere uno dei doveri da affrontare con sollecitudine, ma, come in diversi altri casi, i legislatori di allora non si diedero molta fretta lasciando incancrenire il problema in una Italia che rapidamente si industrializzava, mutava completamente le relazioni sociali, acquisiva consapevolezza dei propri diritti.
L’ospedale psichiatrico restò per decenni a simbolizzare l’incapacità della classe dirigente democristiana a riconoscere il cambiamento della società.

Le prime sollecitazioni all’innovazione provenivano dalla stessa classe medica che non riusciva più a sopportare l’abissale differenza tra la vita fuori e dentro il manicomio. Basaglia era uno di questi. La sua esperienza del carcere fascista, sperimentato durante la guerra, lo rendeva sensibile come tanti altri psichiatri alla disumanità che regnava in molti padiglioni dei tanti ospedali psichiatrici.

Ormai erano disponibili gli psicofarmaci e sul finire degli anni cinquanta si stava completamente trasformando la cura dei malati mentali. Erano possibili dimissioni fino ad allora inconcepibili, era possibile instaurare un rapporto umano con i pazienti che fino ad allora erano chiusi nel loro mondo deliranti e allucinatorio, gli psichiatri dovevano acquisire una nuova professionalità imparando a saper parlare con i pazienti. Occorreva una formazione non solo medica organica ma anche psicoterapeutica.

Con gli anni sessanta e l’inizio dell’esperienza politica del centrosinistra emerse finalmente una nuova sensibilità tra gli amministratori pubblici alle condizioni in cui versavano i malati ricoverati negli ospedali psichiatrici e un ministro socialista, Luigi Mariotti, ebbe il coraggio di denunciare la situazione definendo gli ospedali psichiatrici dei veri e propri lager.
Grazie all’impegno del ministro fu possibile un primo passo avanti e venne approvata la legge 431 nel 1968 che finalmente aboliva la vergogna dell’iscrizione al casellario giudiziario dei malati ricoverati, norma introdotta durante il fascismo. Ma non solo, la legge introduceva una serie di disposizioni che furono indispensabili a creare le condizioni per il superamento definitivo degli ospedali psichiatrici. L’ospedale psichiatrico assumeva finalmente una veste veramente ospedaliera, il direttore perdeva finalmente il ruolo di responsabile unico e assoluto, gli si affiancavano primari, assistenti medici, assistenti sociali, psicologi. Ma soprattutto erano istituiti i centri di igiene mentale con il loro personale autonomo e con l’incarico di curare i malati nel loro ambiente di vita, nelle loro case. E ancora i malati potevano chiedere di essere ricoverati senza il timore che il ricovero trasformandosi in definitivo li incarcerasse per sempre tra le mura dell’ospedale.

I dieci anni che passeranno dall’approvazione della legge Mariotti alla legge 180 sono stati anni di molteplici sperimentazioni psichiatriche. Le nuove regole legislative hanno consentito che si svolgessero moltissime esperienze di cambiamento negli ospedali e nell’assistenza territoriale. Fu possibile l’esperienza basagliana di Trieste, da tutti conosciuta, ma non fu l’unica. L’esperienza di psichiatria territoriale di Giovanni Jervis a Reggio Emilia non è stata di minore importanza. Ne nacque quel «Manuale critico di psichiatria» che ha formato migliaia di operatori psichiatrici alla prassi dell’assistenza territoriale. Ma sono innumerevoli le iniziative nuove, eterogenee, sperimentate in quegli anni. Nessuno ricorda mai che a Perugia la scelta di intervenire riducendo il ricovero in ospedale psichiatrico fu deciso dagli amministratori provinciali già nel 1964 e la organizzazione di un efficiente servizio psichiatrico territoriale portò senza molto clamore ad una imponente deospedalizzazione dei malati riducendo in un decennio a un quarto i ricoverati . E ancora in diversi ospedali come quello di Padova si iniziava addirittura agli inizi degli anni sessanta ad abbattere i muri. Con maggiore o minore entusiasmo, con più o meno coraggio, gli amministratori, i medici, il personale degli ospedali psichiatrici, iniziarono a constatare che il ruolo di custodi doveva essere superato e si dovevano iniziare pratiche nuove di assistenza.

La timidezza con cui la legge Mariotti affrontava il problema di fondo della psichiatria provocò comunque una grande delusione. L’Associazione sindacale dei Medici degli Ospedali psichiatrici (AMOPI) lo esplicitava pubblicamente denunciando il mantenimento della psichiatria separata dal resto della sanità pubblica, il rifiuto di attribuire all’assistenza mutualistica la cura della malattia mentale, la subordinazione dell’assistenza territoriale all’assistenza ospedaliera. Il vero problema di questa legge che modificava qui e là qualche difficoltà più urgente era però più complesso e esterno alla psichiatria. L’Italia aveva urgente bisogno di un riordino complessivo dell’assistenza sanitaria e il progetto di riforma non riusciva neppure a essere tracciato a grandi linee.

Ma la più grande delusione della legge Mariotti fu la mancata abolizione di quella dizione odiosa e violenta che permetteva il ricovero psichiatrico se si era «pericolosi per sé o per altri» o si dava «pubblico scandalo». Una norma che lasciava il campo libero agli abusi e alle sopraffazioni di tutori dell’ordine, amministratori o giudici moralisti e bacchettoni mentre l’Italia era scossa da una ondata di rinnovamento dei costumi e delle relazioni interpersonali, generata dal sessantotto.

L’esasperazione di fronte all’inadeguatezza della riforma non poteva che radicalizzare lo scontro nella psichiatria così come si stava radicalizzando lo scontro nella società. A fronte di norme stupide e vecchie si rispondeva con un tutto è possibile che avrebbe condotto a una ideologizzazione della lotta antimanicomiale. Ebbero allora lo spazio per radicarsi le ideologie più oltranziste per la psichiatria e l’interpretazione più in voga divenne la teoria del controllo sociale.

Certo, la psichiatria era utilizzata anche per questo, ma non era solo questo o non era per lo più questo. La constatazione che la psichiatria era una scienza medica, forse per certi aspetti poco scientifica, ancora grossolana ma pur sempre scienza medica, sfuggiva ai più che invece la definivano per i suoi aspetti più evidenti e esteriori, la segregazione, l’abuso, la violenza. Nell’impazzimento ideologico generale si giunse in quegli anni a gambizzare gli psichiatri che si ritenevano servi del controllo sociale così come si sparava sui poliziotti, sui magistrati, sui politici.
Lo stesso Basaglia fu aggredito durante un convegno a Trieste.
Sono così entrati nell’immaginario comune una idea di psichiatria violenta, prevaricatrice, illiberale e, nel contempo, si è resa mitologica l’esperienza anti istituzionale di Franco Basaglia.

Nessuno però ha il coraggio di dire che Franco Basaglia con la legge 180 non c’entra molto. A onor del vero la legge fu scritta e fermamente voluta da un meno conosciuto Bruno Orsini, deputato democristiano e psichiatra, che trovò il modo di evitare un referendum che rischiava di rendere impossibile il superamento della vecchia legge del 1904.

I fatti sono noti: nel 1978 I radicali avevano raccolto le firme per un referendum abrogativo della legge del 1904, era molto probabile che in caso di effettivo ricorso alle urne il quesito referendario sarebbe stato respinto. Diventava allora impossibile inserire la psichiatria nel nuovo servizio sanitario nazionale che era in fase di approvazione in parlamento. Il rischio era tale che nonostante la situazione di emergenza nazionale determinata dal rapimento di Moro, si ricorse ad una rapidissima approvazione di quei pochi articoli di legge che costituivano la legge 180.
Sei mesi dopo la legge 180 scompariva per essere inclusa nella «legge di Riforma sanitaria». La psichiatria entrava di diritto nel servizio sanitario al pari di ogni altra specialistica medica e per conseguenza il cittadino malato mentale acquisiva gli stessi diritti di ogni altro cittadino malato. Sembra paradossale ma a trenta e passa anni dalla legge di riforma sanitaria si continua a parlare di 180 come se fosse una legge ancora vigente e a rischio di essere abrogata. E si continua a parlare di esclusione e potere psichiatrico.

E’ di uso comune tra i difensori della legge Basaglia continuare a utilizzare una terminologia sociologico-filosofica mutuata dalle ideologie del 68 e allarmarsi ad ogni iniziativa che si proponga di intervenire sulle regole che organizzano l’assistenza psichiatrica.

Sembra che il vetero sessantottinismo si sia concentrato attorno alla materia psichiatrica come fosse l’ultimo baluardo prima della definitiva sconfitta. Si tenta di difendere qualcosa che non è più la riforma dell’assistenza psichiatrica ma qualcosa di più radicale e significativo. Dobbiamo allora pensare che il significato della 180 non è stato solo una riappropriazione di dignità sociale da parte dei malati e un riconoscimento di diritti ma il significato abbia travalicato l’ambito psichiatrico per rappresentare simbolicamente una conquista più generale della società.

La 180 è stato il simbolo delle lotte libertarie degli anni successivi al 68. Assieme alla legge sull’aborto, alla vittoria nel referendum abrogativo del divorzio, la 180 personifica un periodo di conquiste di libertà individuali che ha trasformato profondamente la nostra società. Ma se il divorzio e l’aborto sono leggi che riconoscono reali libertà individuali, esigenze di vita concreta, alla legge 180 si attribuisce un significato più ideologico che reale. La legge 180 è divenuta il simbolo di una rivoluzione libertaria in cui i malati psichici per il solo fatto di uscire dalle mura del manicomio, per incanto divenivano esseri umani normali. Coloro che hanno acriticamente sposato le tesi delle lotte anti-istituzionali hanno divinizzato la parola libertà non rendendosi conto o non avendo sufficientemente studiato e parlato con i malati per capire che la malattia mentale toglie la libertà personale, impedisce di decidere, obbliga a decidere in un solo modo, delirantemente.

Hanno creduto in un procedimento catartico che di un colpo risolveva l’irrisolvibile, la malattia mentale. Sparivano le centinaia di anni passati a cercare di capire cosa fosse la malattia mentale e quale potesse essere la sua cura. Si trovava la soluzione in un banale prendersi cura che avrebbe sciolto ogni difficoltà diagnostica e terapeutica.
Non sono state poche le accuse che in questi anni sono state rivolte ai medici che opponendosi a questa stupida equazione hanno continuato a percorre la strada della ricerca della cura. Nessuno, giornalisti, politici, amministratori, si è accorto che dietro questa ubriacatura collettiva si perdeva l’occasione di occuparsi realmente dei malati. Nessuno ha voluto accorgersi che in realtà la liberazione dei matti non aveva altro risultato che mantenerli per sempre nella loro malattia. Lo dimostra il dibattito attuale nella psichiatria italiana che è sempre più consapevole del problema della nuova cronicità: giovani che all’esordio della loro malattia non trovano altra risposta dai servizi che una lenta presa in carico per una assistenza lungo tutta la loro vita e nessuna cura per la guarigione. Ma la guarigione è per i parabolani della 180 una parola esecrabile, indicibile come lo è la parola cura se non è preceduta dalla parola prendersi. Hanno creduto di essere i rivoluzionari degli anni settanta e si ritrovano ad essere i reazionari del 2010.

Il risultato che ne è derivato, è che ancora adesso la popolazione non sa come affrontare la malattia mentale, perché gli hanno detto che non esiste. Si sono chiusi piu’ di 100 manicomi e si sono aperte centinaia di case di cura e cliniche gestite in gran parte da ordini religiosi, divenute di fatto piccoli manicomi per ricchi e sono stati lasciati per strada non meno di 60 mila malati. Le famiglie, su cui grava oggi tutto il peso e l’onere, non si rivolgono ai servizi perché gli viene risposto che i malati devono essere liberi di chiedere l’assistenza e intanto la malattia si cronicizza. I servizi psichiatrici sono sottodimensionati perché il loro compito istituzionale è stato ridotto all’assistenza più sociale che sanitaria visto che la malattia non è malattia ma solo una disabilità. La cura è limitata alla somministrazione di psicofarmaci e la psicoterapia non trova che spazi ridottissimi.

E di fronte a questa situazione ci si continua a pavoneggiare in dibattiti, conferenze, esercizi intellettuali con la convinzione che chi si nasce sotto Saturno, è solo diverso, è nato così, e lo si condanna alla sofferenza per tutta la vita. Ottusamente non si vuole indagare se è proprio vero che siamo tutti nati matti, o invece è questo modo di pensare che fa diventare matti.

Andrea Piazzi
Psichiatra, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, Ospedale di Tivoli, ASL RM G.

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Credits di alcune foto : Carla Cerati.


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