Altritaliani
Un romanzo tra il seicento ed oggi.

Il fuoco sotto la Cenere, di Angelo Otero

lunedì 24 maggio 2010 di Nicola Guarino

Sorprendente l’opera di Angelo Otero, ambientata in una Napoli del seicento. Un tuffo nel passato, attraverso le generazioni di una famiglia, si rivivono, in un affresco storico, i tempi che prepararono lo splendore di Napoli e del Sud Italia. Un’opera controtendente, colta e ricca di coraggio.

La Storia di un periodo magico di Napoli e quindi del sud Italia, quello del seicento, vissuto attraverso gli occhi, i corpi, le bocche, le mani di Velardo e Porzia e di tutta la loro numerosa stirpe con 14 figli in quel di Pazzigno, periferia orientale dell’attuale Napoli. Un’esistenza faticosa e combattuta da figli della terra, incolti di libri, ma mai di vita vissuta.

L’opera è già di per se un suggestivo incontro tra la vita, appunto, e la letteratura in tempi in cui sotto la cenere di una società chiusa nei suoi privilegi, le sue superstizioni e il suo bigottismo, ardevano i tizzoni ardenti di quel positivismo che avrebbe un secolo dopo infiammato prima la Francia con la sua rivoluzione e poi tutta l’Europa.

Dico subito, che questo romanzo non è semplice. E’ difficile. Sia chiaro, non si tratta di un libro noioso tutt’altro, attraverso gli anni e le generazioni di questa famiglia che ne è protagonista, si compie una cavalcata appassionante in un tempo che sembra oggi lontanissimo se si pensa all’attuale società che sembra passiva accettando muta, sorda e cieca di vivere in un presente assoluto e astorico.

Un oggi privo di passato, incapace di prospettive future. Ecco perché il primo merito di questo libro sta nel coraggio dell’autore che, evidentemente non alla ricerca di facili allori, si impegna, come fece con minor coraggio, a suo tempo, il Tommasi di Lampedusa, a parlare di un’epopea familiare addirittura ambientata alla fine del seicento.

Come nel Gattopardo anche ne “Il fuoco sotto la cenere” è fortemente presente una nostalgia, per una grandezza e per un tempo che con tutte le sue contraddizioni e sofferenze, era certo un tempo umano, non omologato, fatto di personaggi aspri e forti, dolci e complessi, e che finanche fisicamente non sono plastificati, ma storpi, imperfetti, belli, di una bellezza sguaiata, a volte popolana, ma mai finti, sempre autentici.

L’autenticità connota l’opera anche sotto il profilo della ricerca storica, basilare al racconto, con contenuti minuziosi che ad ogni pagina arricchiscono il romanzo così da renderlo prezioso e sempre godibile, certamente un’ulteriore qualità dell’opera.

In qualche modo questo romanzo, nell’ambito letterario contemporaneo, costituisce una sfida. Intanto, perché l’opera, pur parlando di tempi ormai remoti, contrasta con questi anni di omologazione e di cultura televisiva (e che televisione!), producendo un rivoluzionario scatto di orgoglio letterario e culturale. Non è un caso che si propongano personaggi come la popolana e illetterata Porzia, portatrice nella sua rudezza di una saggezza popolare e di una cultura densa di storia, quella vera, non emanazione dei libri, ma frutto di un vissuto che le consente di affrontare il viver quotidiano che in quel tempo era di per se già sinonimo di tragedia, così da poter divenire, da vecchia, memoria orale del suo popolo.

Evidentemente, quella di Porzia come quella di Otero è anche un’affermazione del valore della memoria, in un tempo storico, il nostro che sembra solo voler nascondere, dimenticare rassegnandosi ad un presente irreale, stretto nel proprio privato, incapace di guardare e di accettare il mondo.

In tal senso Il fuoco sotto la cenere più che un romanzo storico sembra un’opera metastorica, che attraverso le vicende che narra diviene metafora, segno, simbolo e ammonimento sul valore della Storia ai giorni d’oggi, ai tempi del "berlusconismo".

Ad avvalorare questo pensiero è anche l’uso del linguaggio. Un linguaggio che recupera modelli che, ingiustamente, potrebbero sembrare vetusti, ma che, in realtà, nascondono l’indubbia capacità di scrittura di Angelo Otero, presentando un robusto recupero culturale di una morfologia che nel tempo si è persa, inaridita, immiserita. Ecco, allora che ai plastismi di una certa letteratura portatrice dell’evoluzioni morfosintattiche del linguaggio “neostandard”, quest’opera oppone un recupero della memoria del linguaggio. Costringendo il lettore (qui la difficoltà del libro inizialmente denunciata) ad un recupero della lingua, ma anche degli umori, dell’espressioni, delle situazioni care, particolarmente, ad una letteratura e direi ad un teatro nobilmente popolare e che affonda le sue radici nella commedia dell’arte pressoché contemporanea agli avvenimenti che costiuiscono la trama del racconto.

Un recupero del linguaggio del tempo che è recupero di tutto il linguaggio finanche nelle sue espressioni e dizioni, nei suoi gesti simbolici, nella corporalità dei movimenti dei protagonisti.

Se oggi, sembra in voga una scrittura sempre più contaminata dai registri semantici e linguistici del cinema e/o della televisione, ecco emergere e nascere dalle profondità di una ricca tradizione letteraria italiana, questa opera. Se oggi, in questo eterno presente, sono poche (ma lodevoli) l’eccezioni di romanzi storici o che guardano al passato e alla memoria, ecco un libro che può iscriversi tra quei pochi e non commerciali tentativi. Peraltro, ad una lingua italiana che si fonda sempre più su strutture e terminologie chiuse tra Roma e Milano, le vere città che oggi informano, influenzano e trasformano la lingua italiana (che delle sue origini fiorentine mantiene appunto solo le origini) Otero oppone, con questo romanzo, un recupero dell’espressioni e della espressività del napoletano. Sia nel linguaggio popolare, sia richiamando i grandi autori e poeti del tempo a cominciare da Giambattista Basile con il suo “Lo cunto de lì cunti”.

In realtà, i riferimenti al barocco e ai suoi autori sono numerosissimi e tutti da decifrare tra le righe dell’opera, che giustamente Francesco Durante dalle colonne del Corriere del Mezzogiorno ha definito: “La più avvincente enciclopedia del ‘600 napoletano”. Il barocco con le sue armonie e disarmonie, con le sue contaminazioni fino a divenire uno stile puro è una costante dell’opera che mescola gradevolmente e con grande sapienza i diversi registri linguistici dell’epoca che sono presentati da una quantità di personaggi davvero considerevole e tutti cesellati con cura. Si parla di qualcosa come cinquanta personaggi. Che si muovono in una opera in due parti, lunga ma scritta senza fretta con un rigore diremmo, ed è proprio il caso, alla lettera. Anche per questo egualmente il libro va letto con calma, gustando ogni pagina come se si ammirassero splendide e complesse ceramiche che vanno apprezzate specialmente per i particolari, anche i più minuti.

L’aver riportato il sud e Napoli con la sua storia (Napoli tra il seicento è il settecento è forse la capitale d’Europa) è forse il maggiore atto di coraggio politico del romanzo. In tempi come questi, dove la famosa “Questione meridionale” sembra essere tramontata senza alcuna soluzione, tempi in cui si parla, come ricordavamo, romano o milanese, e dove il destino dell’Italia che, festeggia il suo centocinquantenario dell’unità, è affidato nelle mani di un esecutivo che si muove e opera sotto lo schiaffo dei “separatisti” della Lega Nord.

Aver rimesso a città di Napoli e quindi il Sud al centro della cultura, pur con le sue nostalgie e malinconie (ma anche con molta felicità ed umorismo) è un merito letterario ma finanche politico. Del resto come è stato fatto notare nel titolo: “Il fuoco sotto la cenere” da la sensazione di una resistenza anche politica al tentativo di emarginare sempre più Napoli relegandolo ad una immagine soltanto naif e di facile folclore. Va infatti, considerato che oggi, come sempre, il valore della lingua, la preponderanza di un registro linguistico, ad esempio il romano, è indizio di una prevalenza politico culturale di quell’area, di un modello sociale, espressione di potere, su altri modelli come quello, che superficialmente e riduttivamente potremmo definire, meridionale, che sembrano repressi, emarginati e inconsiderati.

Personalmente credo che più che politico il “fuoco” che cova sia soprattutto culturale, ed esprime una forte volontà di uscire da un empasse, quello attuale, che segna una perdita dell’originalità regionale, uscendo da ogni banalizzazione, non rassegnandosi ad appiattire la peculiarità napoletana ad una cultura fatta di stereotipi e televisione.

Paradossalmente, Otero pone un contenuto e un valore che dovrebbe essere caro ai propugnatori del federalismo, ovvero il recupero appunto, delle proprie radici culturali. Ma a differenza dei leghisti, la questione delle identità regionali o meglio nazionali, nell’opera è sottintesa ma forte, riconoscendo un problema d’identificazione con una cultura che proprio in quell’epoca arrivava al massimo del suo splendore, la dove ancora una volta il federalismo, che viene proposto dalla Lega nord, come del resto una certa idea attuale dell’Europa, sembra caratterizzarsi non tanto per i suoi aspetti antropologici e culturali, ma specialmente per i suoi opportunistici e insolidali contenuti economici.

E’ evidente che ancora una volta il conflitto intellettuali e potere mostra da una parte un tentativo discutibile ma certamente fondato su una onesta visione della realtà e viceversa il potere che utilizza temi e idee e a volte ideologie (ma prive di contenuti che non siano banali e infondati) solo per i propri fini economici e politici alla ricerca costante di un consenso che oggi è molto più populistico che popolare e che si fonda su una rappresentazione irreale dei fatti. Insomma, un’opera che ha richiesto una scrittura paziente e che impone una lettura attenta per quanto gradevole e mai noiosa, e che, tra le sue righe, è veramente piena di spunti e riflessioni.

Nicola Guarino


Se volete lasciare un commento potete farlo al Café des Italiens


(Le immagini dall’alto in basso: Angelo Otero; Giambattista Basile e Decollazione di San Gennaro di Aniello Falcone 17° secolo).


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