Altritaliani
Post-mortem, il blu dell’oceano: la visione di un poeta ascendente

Angeli a pezzi, di Dan Fante

Edizioni Marcos y Marcos - Titolo originale: Chump Change
martedì 4 maggio 2010 di Flora Botta

Refrain delirante-sperduto-alcolico swing... Pagina dopo pagina. Lui si pianta un coltello in pancia per accusare la vita del suo maledetto blues. Ha un cervello sperso e liquido. Disgrega regole, vuota obbligazioni e disapprova la propria esistenza. Sfrangia le tendenze comuni. E New York è una stanza sfitta, che lo fissa mentre se ne sta in ospedale a scontare il suo ennesimo tentato suicidio. La sua donna si è dissolta, pure lei, forse nello stesso oceano alcolico che lo avvicina alla morte. Bruno Dante è un personaggio debordante. Come se a niente valessero gli sforzi dell’autore per tenerlo ai margini dei fogli.
Ciò malgrado, Bruno Dante vuole contenersi. Contenere la propria vita. Con quelle stesse mani incontrollate che reclamano la sua morte. Qualche attimo di lucidità e di nuovo tutto scorre. Questo non è che l’inizio di Chump Change. Slang americano che sta ad indicare un’esigua quantità di denaro, tradotto in italiano con Angeli a pezzi. Eppure Chump Change suona così bene! Non vi pare?

Dante, dall’occhio acuto e scaltro, non sopporta nessun tipo di visone sobria. Avanza febbrile, con la bottiglia in mano: vorticosa discesa verso l’oblio. Blackout. Cos’ha fatto ieri Bruno Dante? Ha ingollato litri di vino oltremisura e non si ricorda più nulla. Oppure capita che se ne ricordi: lui che si lascia guardare da due tizi mentre se ne fa un terzo. "Roba del genere" per usare le parole di Dante. O meglio di Dan Fante, che non è proprio la stessa cosa. Il primo è un personaggio. Il secondo è uno scrittore. Ed è infatti lui (lui chi? Lo scrittore sia ben chiaro!) ad aver creato il personaggio di Bruno Dante. Eppure a tratti sembrano la stessa persona. O perlomeno lo sono. “Il mio comportamento è spesso estremo e distruttivo, e succede perché non mi riesce di sopportarmi quando sono sobrio”. Non pochi i passaggi nei quali Dante rivela il Dan Fante più intimo.
Dante e Fante. Due nomi che confondono. Provo a pronunciali l’uno appresso all’altro. Li leggo insieme. E facendolo più volte ho l’impressione che diventino davvero una sola cosa. Una tale assonanza è certamente voluta. E non solo a livello nominale. Infatti, l’interpenetrazione della vita di Dan Fante nel racconto di Bruno Dante, è anch’essa ricercata ed estesa lungo tutto il romanzo. Proprio Dan Fante in un’intervista rilasciata a Tony O’Neill, scrittore e musicista british trentaduenne[1] , dichiara "Bruno è un personaggio di finzione. In quanto scrittore, Dan Fante, manipolo la mia storia personale."[2]

Figlio di Jonathan Dante, scrittore americano assassinato da "produttori cinematografici ventiduenni che avevano spappolato il suo cervello e guru della distribuzione che avevano deciso il corso della sua vita...", Bruno Dante, vola da New York a Los Angeles per presenziare alla morte di suo padre. Un padre difficile e tormentato che “aveva definitivamente rinunciato a essere uno scrittore”, spinto da obbligazioni di ordine finanziario. Quello stesso padre che sacrificò il suo talento letterario per la colossale industria cinematografica hollywoodiana. "Dopo anni di romanzi e di fame, non fu una decisione difficile" tuona Bruno Dante, avvelenato.
Ad ogni modo, così andarono le cose. Ereditata la contraddizione, solo la scrittura sarà in grado di trascenderla. "...Nella casa di Dante si parlava solo di grandi scrittori, grandi artisti, grande letteratura. Uomini di talento, come lui. Uomini da rispettare, con cui fare davvero i conti. Il resto, contava ben poco..."
Bruno Dante muore per sé, infinite volte. Muore con suo padre. Morirà con Rocco il bull terrier che fu compagno di vita di Jonathan Dante, quando anche lui si spegnerà in silenzio. Morirà nella sua solitudine e inadattabilità al mondo che lo serra tra le sue mascelle salde e strette. Conteso tra il secondo cerchio, quello dei lussuriosi, e il secondo girone, quello dei suicidi, riemergerà dalle tenebre con una penna in mano. Non più fantoccio dei deliri alcolici, né preda del proprio irrefrenabile livore. Ma poeta dell’adesso, senza più intralci, fluido nella sua nuova prosa. Posseduto dal verbo, finalmente cantore (sogno di una vita) del suo danzante viaggio infernale.

Flora Botta

Note:
[1] Autore del romanzo autobiografico Digging the vein (Contemporary Press, 2006), che il giornalista Jesper Sydhagen ha giudicato superiore al famoso Junky di William Borroughs per la sua evocazione realista dell’eroinomania.
[2] "Bruno is a character in fiction... As the writer Dan Fante I manipulate my own personal history." Tratto da The New Review, Interview Dan Fante, by Tony O’Neill.

Titolo italiano: Angeli a pezzi
Titolo originale: Chump Change (1996)
Autore: Dan Fante
Traduzione: M. Giovannini, M. Sellers
Editore: Marcos y Marcos Anno: 2010 ( Prima edizione italiana 1999).

Questa recensione di Flora Botta, in una prima versione leggermente diversa, è anche pubblicata sul portale Whitpart.it


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